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Resurrezione di Donna - Cap. 26


di Lauretta_Stefano
02.07.2026    |    323    |    5 9.6
"Cosa ti aspetti in cambio?" Riccardo la fissò a lungo, il suo sguardo indecifrabile..."
La luce dorata del tramonto inondava la dependance, allungando ombre calde sul pavimento di legno chiaro. Fabiola era in piedi davanti alla finestra, lo sguardo perso oltre il vetro, verso la piscina che scintillava come uno specchio liquido incorniciato dal prato perfettamente curato. Una settimana. Sette giorni da quando aveva stretto la mano a Riccardo Lombardi e aveva accettato quell'accordo che ancora le sembrava surreale.
Sette giorni di silenzio, di pace, di solitudine quasi totale. Riccardo era partito il giorno stesso del suo arrivo per affari urgenti a Milano, lasciandola libera di esplorare la villa, di familiarizzare con gli spazi, con i ritmi di quella nuova vita che aveva scelto con coscienza. Era lei che aveva scelto, e nessuno altro. Questo era il punto che continuava a ripetersi, come un mantra, ogni volta che il dubbio si affacciava alla sua mente. Aveva scelto lei. Aveva deciso di accettare quel patto che, per quanto basato su principi diversi, era pur sempre un patto dove lei si concedeva per un corrispettivo. Era una puttana, di nuovo, ma questa volta le era stato chiesto espressamente, le era stata fatta un’offerta chiara e lei aveva scelto.
Ma scelto cosa? Scelto di essere una puttana, in cambio della possibilità di imparare ad usare il suo cervello, di sfruttare la sua capacità con i numeri e con la memoria, di dar seguito ai suggerimenti dei suoi insegnanti che le dicevano “Fabiola, non sprecare la tua mente, sei fatta per gestire, per i numeri, ed hai un dono che non va sprecato”. Fino a quel momento lo aveva non solo sprecato, ma nascosto così in fondo alla mente da essersene dimenticata lei stessa. Ma quello era il momento di risvegliarsi, a qualsiasi costo, anche di fare la puttana, pur di crearsi un futuro libero, autonomo, e abbastanza dignitoso da darle la forza di ritrovare suo figlio e chiedergli perdono.
La dépendance era piccola ma accogliente: un open-space con un letto matrimoniale dalla testiera in ferro battuto, un angolo cottura ben attrezzato, un bagno con la doccia in pietra. Tutto pulito, ordinato, elegante senza ostentazione. Dalla finestra si vedeva il giardino della villa principale, le siepi geometriche, i cipressi che svettavano verso il cielo azzurro, e in lontananza le colline di Verona che si tingevano di viola al calare del sole.
Fabiola si voltò, lasciando scorrere lo sguardo sulla stanza. Le sue cose erano poche, giusto l'essenziale che aveva portato con sé dalla fuga da Renato, ma quel poco le bastava. Per la prima volta sentiva di avere uno spazio tutto suo. Un posto sicuro.
Si avvicinò al letto, dove aveva appoggiato la borsa della spesa. Quel pomeriggio era uscita per la prima volta da sola, con un senso di timore. Si sentiva osservata, temeva di veder spuntare Renato da ogni angolo; ma man mano che percorreva le strade fino al centro commerciale, non sentiva gli sguardi della gente, non si sentiva giudicata. Per la stragrande maggioranza, le persone la ignoravano; ogni tanto qualcuno le faceva un cenno di saluto incrociando il suo sguardo, altre volte uomini e donne le cedevano il passo, o era lei a fare altrettanto, ma nessuno si rendeva conto che quella assoluta normalità era per lei qualcosa di emozionante e straordinario, e il senso di libertà era quasi inebriante. Nessuno la controllava, nessuno le diceva cosa fare, dove andare, come comportarsi, come essere per soddisfare i bisogni altrui come una semplice serva.
Era entrata nei negozi con un obiettivo preciso: trovare abiti adatti al suo nuovo ruolo. Abiti da segretaria, aveva pensato mentre passava in rassegna gli espositori. Niente di volgare, niente che la facesse sembrare ciò che era prima, che ricordasse a Riccardo che lei era stata. Voleva apparire professionale, elegante, rispettabile, per cominciare ad esserlo veramente.
Aveva scelto con cura. Tre camicette bianche di buon cotone, una camicetta color crema con un lieve pizzo sul colletto, due gonne nere, una a matita che arrivava al ginocchio, l'altra leggermente più corta a portafoglio. Un paio di pantaloni grigi dal taglio classico. Una giacca nera leggera che poteva indossare sopra le camicette. Scarpe basse nere, comode ma graziose, con un piccolo tacco che le dava un tocco di eleganza senza renderla instabile.
Aveva anche acquistato della biancheria nuova, semplice ma femminile: slip di cotone bianco e nero, un paio di reggiseni comodi che non la comprimessero. Niente di seducente, niente di quello che indossava per compiacere Renato. Solo... normale. Normale era quello che voleva sentirsi.
Ma mentre riponeva gli acquisti nell'armadio a muro, un pensiero l'aveva attraversata: quegli stessi abiti, con un piccolo accorgimento, potevano trasformarsi. La gonna che arrivava al ginocchio poteva salire di qualche centimetro se lei avesse incrociato le gambe nel modo giusto. La camicetta abbottonata fino al collo poteva rivelare un accenno di scollatura se lei avesse lasciato aperto il terzo bottone. Le scarpe basse potevano essere sostituite da un tacco più alto, se avesse voluto. Sorrise tra sé e sé a quel pensiero. Sapeva come funzionava. Sapeva come rendere un abito innocente in qualcosa di eccitante. Un tempo le veniva subdolamente imposto. Ora poteva essere una scelta, poteva essere sia l’impiegata, sia la puttana.
Si sedette sul bordo del letto, le mani in grembo, lo sguardo che tornava verso la finestra. Il sole era quasi tramontato, il cielo si tingeva di arancione e viola. Riccardo sarebbe rientrato quella sera. Lo sapeva perché Maria, la domestica che veniva due volte alla settimana, glielo aveva detto quella mattina. "Il signor Lombardi torna stasera," aveva detto mentre puliva la cucina della dépendance. "Cena alle otto, come sempre. Le manderà un messaggio quando vuole vederla." Maria usò un tono gentile, come se lei fosse semplicemente un ospite, o una dipendente pari a lei; Fabiola aveva annuito, sentendo un brivido leggero correrle lungo la schiena per quella strana e nuova sensazione nel sentirsi completamente rispettata.
Allo stesso tempo sentiva una sorta vibrazione. Non era paura, e neppure eccitazione. Semplicemente non sapeva cosa aspettarsi. Non sapeva se quella sera Riccardo avrebbe preteso ciò che l'accordo prevedeva. Non sapeva se lui l'avrebbe guardata come una dipendente o come... come l'altra cosa. Come la donna che si era impegnata a soddisfare i suoi bisogni fisici in cambio di duemila euro al mese, vitto, alloggio e formazione.
Si alzò, andò davanti allo specchio a figura intera appeso all'anta dell'armadio. Si guardò con occhio critico. I capelli neri, che ora portava in un caschetto corto perfetto, gli occhi azzurri che risaltavano sulla carnagione olivastra. Il corpo era quello di sempre: magra, proporzionata, il seno piccolo ma sodo, il sedere che sporgeva appena sotto la gonna leggera. Si toccò i fianchi, poi si lisciò la stoffa dell'abito che indossava ancora, un vestito semplice che aveva comprato giorni prima, quando ancora non sapeva cosa l'aspettava.
“Dovrei cambiarmi?” si chiese. Indossare qualcosa di più elegante per la cena? O forse qualcosa di più semplice? Non sapeva cosa lui preferisse. Non sapeva nulla di lui, in realtà, se non quello che le aveva detto Chantal e quello che aveva visto durante il loro breve incontro. Riccardo Lombardi era un uomo d'affari, un finanziere di successo, un uomo che pagava per il sesso ma che lo faceva con discrezione e rispetto. Questo era tutto ciò che sapeva.
Il telefono vibrò sul comodino. Fabiola si voltò, il cuore che accelerava leggermente. Un messaggio da un numero che non aveva salvato, ma che riconobbe come quello di Riccardo. "Stasera cena insieme. Alle otto. Vestiti come preferisci. Passa tranquillamente dalla piscina."
Fabiola lesse il messaggio due volte. Vestiti come preferisci. Che cosa significava? Era un test? Un modo per vedere se lei si sarebbe presentata mezza nuda, pronta a essere usata? O era un invito sincero a sentirsi a suo agio?
Rispose con un breve "Va bene, grazie", poi posò il telefono e tornò davanti all'armadio. Scelse la camicetta bianca e la gonna nera a matita, quella che arrivava al ginocchio. Si cambiò rapidamente, il trucco leggero che aveva applicato quella mattina ancora sufficiente. Si guardò allo specchio: sembrava una segretaria. Una segretaria professionale, seria, rispettabile. Sperò che fosse quello che lui voleva vedere, e allo stesso tempo era ciò che la faceva sentire a suo agio.
Alle otto meno cinque minuti uscì attraversando il giardino, passando accanto a quella grande e bellissima piscina a sfioro, raggiunse l'ingresso principale della villa.
La villa di Riccardo era una costruzione settecentesca, elegante e maestosa, con le pareti color crema e le finestre incorniciate da imposte verde scuro. La domestica la accolse con un sorriso cortese. "Il signor Lombardi la aspetta in sala da pranzo. Prego, mi segua."
Fabiola la seguì lungo un corridoio dal pavimento di marmo chiaro, le pareti decorate con quadri a olio che ritraevano paesaggi veneti. La casa profumava di legno antico e di qualcosa di fresco, forse fiori recisi. Superarono un salotto arredato con divani di velluto blu e poltrone di cuoio, una biblioteca con scaffali che arrivavano fino al soffitto, e finalmente raggiunsero la sala da pranzo.
Riccardo era già lì, in piedi accanto a un camino spento, un bicchiere di vino rosso in mano. Indossava un completo grigio scuro senza cravatta, la camicia bianca sbottonata sul collo. I capelli brizzolati erano pettinati all'indietro come sempre, e gli occhi scuri la fissarono con quell'intensità che Fabiola ricordava dal loro primo incontro. Ma non c'era nulla di aggressivo nel suo sguardo, nulla che la facesse sentire come merce in mostra. Solo curiosità, forse. E rispetto.
"Fabiola," disse lui, avanzando di un passo. "Grazie per essere venuta." La sua voce era profonda, calma, con un accento veneto appena accennato che rendeva le parole più morbide.
"Buonasera, signor Lombardi," rispose lei, fermandosi sulla soglia. Non sapeva come comportarsi. Doveva chiamarlo con il suo nome di battesimo? Doveva dargli del tu? L'accordo che avevano stretto non prevedeva quei dettagli.
Riccardo le fece cenno di avvicinarsi. "Chiamami Riccardo. Qui non siamo in ufficio." Indicò il tavolo apparecchiato per due, con candele accese che proiettavano una luce calda sulla tovaglia bianca. "Siediti, prego. La cena sarà servita a momenti."
Fabiola si avvicinò al tavolo, scegliendo la sedia che lui le indicava. Era apparecchiata con eleganza: piatti di porcellana bianca, posate d'argento, bicchieri di cristallo per l'acqua e per il vino. Un centrotavola con fiori freschi completava l'atmosfera raffinata.
Riccardo si sedette di fronte a lei, appoggiando il bicchiere di vino sul tavolo. Per un momento non disse nulla, limitandosi a guardarla con quegli occhi scuri che sembravano vedere oltre la superficie. Fabiola sostenne il suo sguardo, cercando di non abbassare gli occhi. Non voleva sembrare sottomessa, non ancora, non in quel contesto. Voleva fargli capire che era lì per scelta, non per obbligo.
"Come ti sei sistemata?" chiese lui alla fine, rompendo il silenzio. "La dependance è confortevole?"
"Sì, grazie," rispose Fabiola. "È molto accogliente. Ho apprezzato la vista sulla piscina e sulle colline."
Riccardo annuì leggermente. "Bene. Mi fa piacere che tu ti trovi a tuo agio." Fece una pausa, versandole del vino nel bicchiere. "So che è stata una settimana strana per te. Sono stato via per affari improrogabili, e non ho avuto modo di darti il benvenuto come si deve. Ma volevo parlarti stasera, spiegarti cosa mi aspetto da te nei prossimi mesi."
La domestica entrò in quel momento, portando due piatti con un antipasto leggero: bruschette al pomodoro fresco con basilico, disposte con cura su un letto di rucola. La donna servì i piatti in silenzio, poi si ritirò chiudendo la porta dietro di sé.
Riccardo prese la forchetta, invitando Fabiola a fare lo stesso. "Mangia, prego. È tutto preparato con ingredienti freschi del nostro orto."
Fabiola assaggiò la bruschetta, apprezzando il sapore intenso del pomodoro maturo e del basilico aromatico. Non si era resa conto di avere fame finché non aveva iniziato a mangiare. Erano giorni che si nutriva in modo distratto, prendendo ciò che trovava nel frigorifero della dependance senza mai sedersi a tavola come si deve.
Riccardo la osservava con attenzione, notando il modo in cui mangiava, i piccoli gesti, l'eleganza naturale dei suoi movimenti. "Sei diversa da come mi aspettavo," disse a un certo punto, appoggiando la forchetta sul piatto.
Fabiola si fermò, il bicchiere di vino a mezz'aria. "Diversa come?"
"Non so spiegarlo," rispose lui, pensieroso. "Chantal mi aveva parlato di te, del tuo percorso, delle difficoltà che hai attraversato. Mi aspettavo una donna... più fragile. Più spezzata." Fece una pausa, sostenendo il suo sguardo. "E invece vedo qualcuno che ha ancora una scintilla negli occhi."
Fabiola non sapeva come rispondere. Abbassò lo sguardo sul piatto, sentendo un groppo in gola. "Forse sono solo brava a nascondere," mormorò.
"O forse sei più forte di quanto tu creda," replicò lui, con una nota di gentilezza nella voce. "Il fatto che tu sia qui, che tu abbia accettato questo accordo consapevolmente, dimostra che non ti sei arresa, nonostante le grandi difficoltà."
La domestica tornò per ritirare i piatti vuoti e servire il primo: risotto all'Amarone, cremoso e profumato, con una spolverata di parmigiano fresco. Il profumo si diffuse nella stanza, stuzzicando l'appetito di Fabiola. Mangiarono in silenzio per alcuni minuti, assaporando il cibo eccellente.
Poi Riccardo riprese a parlare, con un tono più professionale. "Veniamo al motivo principale di questa cena. Voglio spiegarti cosa farai qui, quali saranno i tuoi compiti e cosa imparerai nei prossimi mesi."
Fabiola posò la forchetta, ascoltando con attenzione. Finalmente avrebbe saputo cosa aspettarsi, quale sarebbe stato il suo vero ruolo in quella casa.
"Come ti ho già detto durante il nostro primo incontro, avrai due ruoli distinti," iniziò Riccardo, intrecciando le dita sul tavolo. "Il primo è quello di segretaria. Il secondo... beh, lo sai ma conoscerai i modi a tempo debito."
Fabiola annuì, sentendo un brivido di anticipazione lungo la schiena. Sapeva benissimo cosa significasse il secondo ruolo, ma non osò interromperlo.
"Per quanto riguarda il lavoro d'ufficio," continuò lui, "ti insegnerò tutto ciò che ti serve per gestire i miei affari correnti. Sto parlando di contabilità, fatturazione, gestione delle scadenze fiscali. Imparerai a usare i software di contabilità, a tenere i libri contabili, a preparare le dichiarazioni dei redditi per le mie società."
Fabiola sgranò leggermente gli occhi. Non si aspettava un livello così alto di responsabilità. Aveva immaginato che il suo lavoro sarebbe stato più semplice: rispondere al telefono, fissare appuntamenti, organizzare l'agenda, annotare spese. Non certo gestire la contabilità di un impero finanziario.
Riccardo notò la sua sorpresa e sorrise leggermente. "Ti vedo preoccupata. Non temere, non mi aspetto che tu impari tutto subito. Ci vorranno mesi, forse anni, prima che tu possa lavorare in modo completamente autonomo. Ma visto che, nel tuo passato, hai saputo come prepararti una via di fuga, sono certo che hai capacità organizzative eccellenti, e voglio sfruttarle; inoltre ho la sensazione che … tu abbia imparato a capire in fretta le persone che hai davanti."
"Non... non so se sono in grado," ammise Fabiola, sentendosi improvvisamente piccola di fronte a quelle aspettative.
"Lo sei," rispose lui con decisione. "Ho fiducia in te. E la fiducia, nel mio mondo, è tutto." Fece una pausa, versandole ancora un po' di vino. "Oltre alla contabilità, ti insegnerò a gestire gli investimenti. Non quelli complessi, quelli li lascio ai miei consulenti finanziari. Ma voglio che tu capisca come funzionano i mercati, come si valutano le opportunità, come si riconoscono i rischi e i potenziali guadagni."
Fabiola ascoltava, sentendo crescere dentro di sé un misto di ansia ed eccitazione. Nessuno le aveva mai offerto un'opportunità del genere. Renato la usava per il suo corpo, per il suo viso, per la sua capacità di recitare scene che non voleva fare. Marco, il suo ex marito, non l'aveva mai considerata altro che un peso da sfruttare per i suoi pruriti. E ora un uomo che a malapena conosceva, le stava offrendo la possibilità di imparare un mestiere, di costruire competenze reali.
"Perché?" chiese, senza riuscire a trattenersi. "Perché fai tutto questo per me? Mi hai dato una casa, un lavoro, uno stipendio. E ora mi offri anche un'istruzione. Cosa ti aspetti in cambio?"
Riccardo la fissò a lungo, il suo sguardo indecifrabile. Poi si appoggiò allo schienale della sedia, studiando il vino nel suo bicchiere. "Te l'ho già detto, il nostro è un accordo. Io ti do sicurezza, stabilità, un futuro. Tu mi dai... ciò di cui ho bisogno."
"Sesso," disse Fabiola, pronunciando la parola senza giri di frase. "Vuoi semplicemente sesso in cambio di tutto questo?"
Riccardo non si scompose. "Sì. Ma non solo." Fece una pausa, cercando le parole giuste. "Voglio compagnia. Voglio qualcuno che sia presente, che mi ascolti, che condivida momenti con me. Il sesso è solo una parte dell'equazione, e nemmeno la più importante."
La domestica rientrò per servire il secondo: filetto di manzo alla griglia con verdure saltate. Fabiola guardò il piatto senza davvero vederlo, la mente concentrata sulle parole di Riccardo. Non sapeva cosa pensare. Non sapeva se credergli.
Mangiarono in silenzio per alcuni minuti, poi Fabiola trovò il coraggio di fare un'altra domanda. Sapeva che poteva sembrare stupida, ma la tormentava da quando aveva ricevuto il messaggio di Riccardo.
"Cosa... cosa preferisci che io indossi?" chiese, sentendo le guance scaldarsi leggermente. "Voglio dire, quando siamo soli. Quando... quando devo soddisfare la … seconda parte dell'accordo."
Riccardo posò la forchetta e la guardò dritto negli occhi. Per un momento, Fabiola vide qualcosa di diverso nel suo sguardo. Non desiderio, non bramosia. Qualcosa di più complesso, più profondo.
"Voglio che tu indossi ciò che ti fa sentire bene," rispose lui, con una voce calma ma ferma. "Non mi interessa vederti vestita in modo succinto se tu non ti senti a tuo agio. Non mi eccita vederti costretta in abiti che non hai scelto. Voglio che tu sia te stessa, sempre. Anche quando saremo a letto insieme."
Fabiola sentì un nodo sciogliersi nello stomaco. Non sapeva perché quelle parole la toccassero così profondamente, ma sentì gli occhi pizzicare leggermente. Distolse lo sguardo, fissando il piatto, cercando di ricacciare indietro le emozioni.
Riccardo continuò, con lo stesso tono gentile ma deciso. "So cosa hai passato. Chantal mi ha raccontato abbastanza per capire che sei stata usata, umiliata, costretta a fare cose che non volevi. Questo non succederà mai con me. Mai." Fece una pausa, lasciando che le parole sedimentassero. "Quando faremo sesso, lo faremo perché entrambi lo vogliamo. E se un giorno tu non vorrai, sarà sufficiente dirlo. Nessuna conseguenza, nessuna ritorsione."
Fabiola alzò lo sguardo, incontrando i suoi occhi scuri. Vide sincerità in quelle iridi profonde, una sincerità che non aveva mai percepito in nessun uomo che l'aveva pagata per il suo corpo. Nemmeno in Renato, all'inizio, quando ancora fingeva di amarla.
"Non capisco," sussurrò. "Perché ti comporti così? Perché questa premura? Paghi per avermi, no? Dovresti solo... prenderti quello che ti spetta."
Riccardo sorrise, un sorriso che addolcì i suoi lineamenti severi. "Perché non voglio un oggetto, Fabiola. Voglio una persona. E le persone hanno bisogni, sentimenti, dignità. Se io ti trattassi come una cosa, tu ti sentiresti una cosa. E questo distruggerebbe tutto ciò che potremmo costruire insieme."
Fabiola rimase in silenzio, elaborando quelle parole. Non sapeva cosa dire, non sapeva come reagire. Nessuno le aveva mai parlato in quel modo, nemmeno Chantal, che pure era stata gentile con lei.
La cena proseguì con conversazioni più leggere. Riccardo le raccontò della sua settimana a Milano, degli affari che lo avevano tenuto impegnato. Fabiola ascoltava, facendo domande occasionali, sentendosi progressivamente più a suo agio. Quando arrivò il dolce, una panna cotta con frutti di bosco, l'atmosfera tra loro si era rilassata.
"C'è un'altra cosa che devo dirti," disse Riccardo mentre finivano il dolce. "Prima o poi, sfrutterò i benefici del nostro accordo. Ma non stasera. E probabilmente nemmeno domani."
Fabiola lo guardò con curiosità mista a sollievo. "Perché?"
"Perché voglio che ci conosciamo," rispose lui, semplicemente. "Voglio che tu ti fidi di me, e la fiducia, quella vera e non figlia delle sensazioni, si costruisce con il tempo. Non posso pretendere che tu ti senta a tuo agio con me dopo una sola cena. Voglio che tu abbia il tempo di abituarti a questa nuova vita, di capire chi sono, di sentirti sicura."
Fabiola sentì un'altra ondata di emozione salirle in gola. Abbassò lo sguardo, nascondendo gli occhi lucidi. "Non so come ringraziarti," mormorò.
"Non devi ringraziarmi," replicò lui, con dolcezza. "È così che dovrebbero essere le cose. È così che dovrebbero essere i rapporti tra adulti che si rispettano."
Si alzò da tavola, facendo cenno a Fabiola di fare lo stesso. "Ti accompagno alla porta. L'autista è pronto per riportarti alla dépendance, ma se preferisci passare dal giardino, sai che hai totale libertà di movimento."
Fabiola lo seguì attraverso la villa, lungo corridoi illuminati da lampade soffuse. Quando raggiunsero l'ingresso, Riccardo si fermò, voltandosi verso di lei.
"Domani inizieremo a lavorare sul serio," disse. "Ti aspetto nel mio ufficio alle nove. Porta un taccuino e una penna. Imparerai a prendere appunti come si deve."
Fabiola annuì, sentendo un sorriso spontaneo affacciarsi sulle sue labbra. "Ci sarò."
Riccardo le porse la mano, un gesto formale che contrastava con l'intimità della serata. Fabiola la strinse, sentendo il palmo caldo e asciutto di lui contro il suo. Per un momento, le loro dita rimasero intrecciate, e Fabiola avvertì una corrente elettrica leggera correrle lungo il braccio.
"Buonanotte, Fabiola," disse lui, lasciando andare la sua mano.
"Buonanotte, Riccardo."
L'autista la stava aspettando fuori, la portiera della Mercedes già aperta. Fabiola spiegò con gentilezza che preferiva passare dal giardino. Il percorso fino alla dépendance fu silenzioso, i suoi pensieri troppo ingarbugliati per permetterle di ascoltare i dolci rumori della natura.
Quando entrò nel suo piccolo rifugio, si fermò al centro della stanza, guardandosi intorno. La dépendance era la stessa di prima, ma ora sembrava diversa. Più accogliente, più sua. Più sicura.
Si avvicinò alla finestra, scostando le tende per guardare fuori. Le colline di Verona erano illuminate dalla luna, i profili dolci che si stagliavano contro il cielo stellato. La piscina rifletteva la luce argentea, creando un gioco di ombre e scintille sulla superficie dell'acqua.
Fabiola si sedette sul davanzale, stringendo le ginocchia al petto. Non sapeva se era felice, anche se la vera felicità forse non l’aveva mai provata, Ma speranzosa. Sentì che forse, dopo tutto quello che aveva passato, c'era ancora una possibilità per lei. Una possibilità di ricominciare, di costruire qualcosa di vero, di essere trattata come una persona e non come un oggetto.
Riccardo non l'aveva guardata come gli altri uomini. Non l'aveva soppesata come merce, non aveva calcolato quanto valesse il suo corpo. L'aveva guardata come si guarda qualcuno che ha valore. Che ha potenziale. Che merita rispetto.
Fabiola non sapeva se fosse sincero. Non sapeva se quella gentilezza fosse una strategia, un modo per ottenere da lei una resa più completa. Ma, per quella sera, decise di credergli. Decise di concedersi il lusso di fidarsi, almeno un po'.
Si alzò dal davanzale e si spogliò, indossando una camicia da notte semplice di cotone bianco. Si infilò sotto le lenzuola fresche, sentendo il profumo di bucato pulito che la avvolgeva come un abbraccio. Chiuse gli occhi, lasciando che i pensieri si calmassero.
Domani sarebbe iniziato tutto. Il lavoro, l'apprendimento, la nuova vita. E forse, presto, anche l'altra parte dell'accordo. Ma non quella sera. Quella sera poteva dormire sapendo di essere al sicuro. Sapendo di essere rispettata.
L'ultima cosa che pensò prima di scivolare nel sonno fu il modo in cui Riccardo l'aveva guardata, quando le aveva detto che voleva che lei si sentisse a suo agio. C'era qualcosa nel suo sguardo, qualcosa che Fabiola non riusciva a decifrare. Non era desiderio, non era possesso. Era qualcosa di più complesso, più profondo, o semplicemente un qualcosa a lei del tutto sconosciuto.
Forse, pensò mentre la coscienza si dissolveva, quell'uomo nascondeva più di quanto mostrasse. Forse anche lui, come lei, portava cicatrici che non si vedevano. Forse quell'accordo, per lui, significava qualcosa di più di un semplice scambio.
Si addormentò con quel pensiero, il respiro che si regolarizzava nel silenzio della notte, mentre fuori la luna continuava il suo cammino nel cielo stellato, illuminando le colline di Verona e i sogni di una donna che stava imparando a credere che nella vita esistesse qualcosa di più della semplice umiliazione.
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