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TORINO ANNI 70 cap. 15


di Lonewolf4
15.09.2025    |    542    |    2 9.1
"” che fai a pranzo, mangiamo qualcosa insieme”? Volutamente, le avevo dato del tu..."
FLASHBACK

Lunedì mattina.
Mi svegliai con il cazzo duro come una roccia.
Il pensiero del giorno prima alimentava il desiderio di figa.
Alle sette e trenta prima di andare a lavoro ero in una cabina telefonica.
Volevo essere certo di trovarlo ancora in casa.
I genitori di Massimiliano erano sicuramente già svegli.
Facevano i custodi tuttofare, dalla portineria alle pulizie negli alloggi, in un palazzo signorile nella prima collina.
Suo padre ventenne, insieme ad un fratello più vecchio di 10 anni, era venuto in continente dalla Sardegna, nel primo dopoguerra, in cerca di lavoro.
Il padre, riesce subito ad entrare in Fiat.
Aveva fatto in Sardegna un paio d’anni di apprendistato, in una piccola metallurgica di Cagliari.
Lo zio, aveva una lunga esperienza nelle miniere di Carbonia.
lo zio, tramite conoscenze, seppe che cercavano gente preparata, capace di accudire gli animali in genere.
Gli animali, bovini ma anche pecore e capre.
Dovette però spostarsi nella “Provincia Granda”, Cuneo.
Appena arrivati, avevano trovato alloggio in via della Brocca, una vecchio quartiere militare, trasformato in abitazione civile, che lentamente divenne una piccola città.
Situato tra corso Moncalieri e largo Mentana.
Nella parte bassa, sul corso Moncalieri, operavano un materassaio e un barbiere.
A seguire la trattoria degli alpini, che fungeva da rifugio per noi ragazzi per giocare a carte, al calciobalilla con sfide memorabili e luogo di perdizione per alcolisti.
Il vino bianco, una specie di tocai, il rosso solo barbera, buono, ma barbera.
In ultimo, un forno-panetteria, dove le madame della collina, compravano il pane ad etti e i meridionali a chili.
Negli anni, ai piemontesi primi occupanti, dopo l’alluvione nel polesine, si unirono i veneti.
Intanto da tutta l’Italia arrivavano i migranti, a maggioranza meridionali.
Via della Brocca, questo agglomerato disordinato di stanze e di persone che appena aprivano la bocca, facevano capire di essere scesi dalla Torre di Babele.
Questa via, veniva vista dai ricchi abitanti di quella collina, come un bubbone, una macchia nera.
Largo Mentana, era al centro di un quasi triangolo isoscele, con i due lati al vertice, corso Moncalieri e corso Giovanni Lanza e la base corso Fiume.
Come per tutti quelli che arrivando non avevano un alloggio, si dovettero arrangiare.
Per Sebastiano, il padre e Gavino, lo zio, via della Brocca fu un passaggio obbligato, ma veloce.
Ci sono state famiglie intere, anche di quattro cinque componenti, in una stanza tre per sei.
Che ci rimasero per anni.
Senza riscaldamento e un cesso di ringhiera, comune a quattro cinque famiglie.
Dire cesso, era una qualifica al positivo, una turca 80 cm x 80 cm.
La porta, con chiavistello quasi sempre rotto, aveva una catena, che chi stava dentro doveva tenere stretta, per non farsela aprire da altri, gridando OCCUPATO.
Erano gli anni, che trovare un alloggio decente, in affitto, era quasi impossibile.
Anni in cui, si leggevano sui cartelli appesi ai portoni dei condomini, NON SI AFFITTA AI MERIDIONALI, che era la frase più educata che scrivessero.
Suo padre, conobbe la madre, Grazia, una domenica pomeriggio passeggiando al Valentino.
Una volta i colpi di fulmine erano più frequenti. Così avvenne.
Grazia, faceva le pulizie in quei ricchi palazzi, quelle come lei, le chiamavano lavoratrici domestiche.
Ma siccome, ad inquadrarle regolarmente, i signori, diventavano meno ricchi.
Venivano pagate quasi sempre in nero.
Tramite i genitori di Simona, una nostra coetanea, anche loro sardi e custodi in uno di quei palazzi, riuscirono ad avere una portineria.
Sebastiano, si licenziò dalla Fiat. Era al reparto verniciatura.
Il posto più inquinato che possa esistere in una fabbrica.
Peggio che lavorare nelle miniere di Carbonia.
Si sposarono e nel 1951 misero al mondo Massimiliano, mio coscritto.
Frequentammo il biennio all’ITIS insieme, stessa classe, dove il primo giorno di scuola ci guardammo sospettosi.
Ci conoscevamo di vista, io ero arrivato da qualche mese dalla Sicilia e abitavo in quella che era quasi una casbah.
Lui usciva sempre da un portone signorile.
Per due giorni ci siamo guardati con sospetto.
Lui si domandava perché andavo a scuola, invece di andare a lavorare. E io mi chiedevo, perché un figlio di papà andava all’ITIS, invece che al Liceo.
Dopo due giorni, una stretta di mano e cominciava una bella amicizia.
Nella scelta della specializzazione ci separammo, io perito meccanico e lui perito elettrotecnico.
Diversa la scelta di indirizzo, diversa la scuola, ma il rapporto non mutò.
Si studiava insieme le materie comuni.
Nel tempo libero, imparammo a strimpellare la chitarra, usando chitarristi in 24 ore.
“Pronto chi sei”?
“Ciao, sono Sandro”.
“Sandro? Ma tu….., che cazzo….., guarda chi si risente. Sembravi volatilizzato”.
“Hai ragione, qualche telefonata la potevo fare; ma anche tu.
Quanti sono? Sei, sette mesi? Sono volati.
Voglio rivederti, sapere di tutti, l’unico con il telefono eri tu, nella speranza che vivessi ancora con i tuoi ci ho provato e mi è andata bene”.
“No, ti sbagli, anche Simona e Clara hanno il telefono”
“ Vero, Simona come sta? Quando vi sposate”?
“Lascia stare poi ti spiego”.
Dissi: “A proposito di matrimoni, sai se Teresa poi si è sposata”?
“Si, è convolata a nozze sei mesi fa.
Non lo sapevi? Non ti ha invitato?
Non ti aveva chiesto di farle da testimone”?
Io ridendo: “Le ho detto che non potevo, perché sono ateo”.
E anche lui ridendo: “E’ incinta di otto mesi, aspetta un bambino, tra poco sgrava”.
Mi venne un colpo, la risata mi si strozzo in gola.
Otto mesi, giusto otto mesi prima, la mia ultima scopata con lei.
“ Ei. Ci sei ancora”?
“Si Massimiliano, dobbiamo assolutamente vederci. Anche se ho la settimana piena, sono libero stasera o per fine settimana”.
“No, stasera no, se ti va bene facciamo venerdì sera. Dove ci vediamo”?
Gli dissi che potevamo trovarci al Garden. Una sala da ballo in Strada Val Salice.
L’ avevamo frequentata da ragazzini, quando cercavamo gli agganci con l’altro sesso.
Era aperta tutte le domeniche pomeriggio.
Tra un ballo e l’altro, meglio se lenti, una toccatina e un bacio rubato.
Avevamo sempre il cazzo duro.
Quando si tornava a casa…., una fortuna che nessuno di noi è diventato cieco.
Gli dissi: “Ti piace ancora ballare? Io porto una ragazza.
Se ti riesce di rintracciare qualcuno del gruppo fallo aggregare”.
Si mise a cantare.
“…..Io porto ventimila donne, il ragioniere disse no, allora porto la FRANCESCA e tutti dissero di si…...”.
Questo era Massimiliano sempre pronto allo scherzo.
Si rideva, come ai vecchi tempi. Come se il tempo non fosse trascorso.
“Max, se puoi, ti chiedo un favore, ho fatto la richiesta di un simplex, ma non me lo hanno ancora installato.
Non è che tu da dentro la SIP puoi fare qualcosa”?
Lui dopo il diploma consigliato dal padre e dallo zio si era iscritto alla facoltà di agraria, che ha frequentato per due anni, e interrotta appena entrato a lavorare in SIP.
Mi disse:“ Ci provo, dammi il tuo numero d’ufficio, ti faccio telefonare dal collega che gestisce le priorità e decide dove mandare ad installare. Magari incarica proprio me”.
Gli dettai il mio numero d’ufficio, lo salutai dandogli appuntamento per venerdì alle 21.00.
Entrando in ufficio, in testa un solo pensiero.
Teresa incinta.
Chiamai Anna e le dissi di portarmi le pagine bianche.
Entrò, portandosi dietro quel profumo di paciullo.
Indossava un tailleur leggero di cotone, la gonna appena sopra il ginocchio, un mocassino chiaro intonato al vestito. Come sempre era elegante.
Quel profumo. Sarà che era lo stesso di Alessia, ma mi faceva sempre lo stesso effetto.
Per un momento mi ero dimenticato di Teresa.
Le dissi:” grazie può andare”.
Le guardavo il fondo schiena e le gambe mentre usciva.
Per un attimo, mentre chiudeva la porta, ebbi la sensazione che i nostri sguardi si incrociassero.
Era come se volesse dirmi qualcosa, ma niente, chiuse la porta e sparì.
Il cognome del marito di Teresa lo conoscevo.
Sfogliai le pagine, tanti con quel cognome. Ma nessun Maurizio.
Allora cercai sotto il cognome di Teresa.
Uno solo, col nome Teresa, lo feci.
Mi rispose una voce inconfondibile.
“Ciao Teresa sono Sandro”. Una lunga pausa.
Poi:“ Un attimo, saluto Maurizio che sta uscendo e sono da te”.
Il rumore della cornetta appoggiata su un ripiano, due tre minuti di attesa.
“Quale buon vento? Tu che mi telefoni, mi sembra strano, non è che hai cattive notizie”?
Risposi: “Nessuna cattiva notizia.
Hai detto a Maurizio che al telefono ero io”?
“No Sandro, ho detto che eri Simona.
Negli ultimi mesi, con lei, ci sentiamo spesso.
Visto le sue vicissitudini con Massimiliano”.
Non le chiesi di dirmi i problemi della coppia.
In quel momento, mi interessava solo sapere se quel bambino era mio.
“Teresa ho saputo che sei incinta di otto mesi. Se ti ricordi noi……”.
Si mise a ridere e, ridendo, mi disse:” Sandro sei divertente. Per questo mi hai telefonato? Sei preoccupato? Vuoi sapere cosa? Vuoi riconoscerlo?
Si è tuo brutto bastardo, egoista.
Dimmi, sei contento.
come al solito, pensi solo a te stesso.
Mi ero illusa che, mi avessi telefonato, perché avevi nostalgia della mia figa. Invece no, ti interessa solo sapere se il figlio è tuo.
Ecco, ti potrei dire che non lo so.
Cosi ti faccio rodere il culo. Ma io non sono così carogna.
In fondo in fondo ti ho amato, anche se tu, mi hai sempre usata per svuotarti i coglioni.
No Sandro, due giorni dopo la scopata, come la definisci tu, mi sono venute le mestruazioni.
Non è tuo il bambino”.
Per fortuna non vide la mia faccia e non sentì il mio sospiro di sollievo.
“Sappi, che d’accordo con Maurizio, lo chiameremo Sandro, se maschio e Sandra, se femmina.
E se tu non fossi ateo, te lo avrei fatto battezzare”.
“Mi dispiace Teresa, con te sono stato, sicuramente, troppo stronzo e ti chiedo scusa.
Se vuoi, il bambino, lo battezzo. A chi gliene può fregare se sono ateo o meno.
Essere suo padrino mi farebbe piacere.
venerdì, mi vedo dopo sei mesi con Massimiliano.
Dimmi, quali problemi hanno lui e Simona”?
“Se ti vedi con Massimiliano, fatti raccontare la sua versione.
Io, conosco solo la versione di Simona e non te la dico.
Per il battesimo ti ringrazio. Ti faccio sapere.
Il tuo numero non lo voglio, tu hai il mio. Vediamo se ti fai risentire”.
E riattaccò.
Cazzo, chi in un modo, chi in un altro, tutte le donne che frequentavo mi davano lezioni di vita.
Cominciavo a perdere colpi.
Tutta la mia sicurezza, stava andando a farsi benedire.
Trascrissi il numero di Teresa sulla mia agenda e riportai le pagine bianche da Anna.
Ancora una volta i nostri sguardi si incrociarono.
Le bocche non parlavano ma gli occhi si.
Pensai, io ci provo.
” che fai a pranzo, mangiamo qualcosa insieme”?
Volutamente, le avevo dato del tu.
La sua risposta:” No Sandro, sono venuta in auto perché, nella pausa pranzo, devo fare una commissione”.
“ E’ tua quella FIAT 500 D nel parcheggio”?
“ Si, è un regalo di mio padre, di seconda mano, per il diploma”.
Lo disse, come se volesse scusarsi di avere un’auto, senza aver percepito, ancora, nessuno stipendio.
“ Anna, nel pomeriggio dovrebbe arrivarmi una telefonata personale, passamela ovunque io sia”.
Alle due, mentre ero nel mio ufficio, arrivò la telefonata.
“Sandro, c’è una ragazza che chiede di te, mi sembra la stessa dell’altra volta, questa volta, ha detto anche il nome, si chiama Alessia, le vuoi parlare o dico che non ci sei”?
VITTORIA, gridai nella mente, eravamo passati al tu.
Mi ero dimenticato, però, che l’altra volta, avevo spacciata Alessia per la fidanzata di Giampiero e che le avevo detto di trovare una scusa per non passarmela.
E brava Anna ti ricordi sempre tutto, o solo alcune cose?
Dissi:" Passamela”!
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