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TORINO ANNI 70 cap. 33


di Lonewolf4
16.11.2025    |    665    |    16 9.4
"Non si sentiva pronta ad affrontare il fardello delle responsabilità e le rinunce, alle quali doveva sottomettersi, erano troppe..."
Mentii, facendole credere di essere stato disturbato, che stavano chiedendo di me.
La congedai dicendole:” segui i miei consigli e ricordati di invitarmi al vostro matrimonio.

Domenica pomeriggio 25 febbraio.
Mi aggiravo, nervosamente, tra Piazza Castello, Via Po e Piazza Vittorio Veneto, con la speranza di incontrare le protagoniste delle tre favole. Non doveva essere difficile individuarle, non credo ci fossero tante persone e tutte insieme che indossassero il loro costume.
Avevo passato il sabato a cercare un costume, adatto, da indossare.
L’ho trovato nel pomeriggio, in un negozio nei pressi di Porta Palazzo, il mercato all’aperto più grande d’Europa.
Adesso, travestito da principe azzurro mi aggiravo tra le giostre nella Piazza.
Le riconobbi, erano ferme davanti alle montagne russe, vestite come aveva detto Anna al telefono, mentre ne parlava con la sorella.
Il costume di Biancaneve era distinguibilissimo, ma con le altre, facevo fatica a capire chi fosse la Bella Addormentata e chi Cenerentola, avevano un costume quasi uguale, uno era azzurro, l’altro rosa.
Mi chiedevo, sotto quale costume si celasse Anna.
Avevano, tutte e tre, una maschera con veletta, quindi impossibile vedere il volto.
Anch’io indossavo una maschera che copriva tutto il volto, in modo da essere irriconoscibile.
Mi avvicinai, a due metri mi fermai e sfacciatamente le fissai.
Loro intente a guardare in alto, io che cercavo di capire chi delle due fosse Anna.
La prima che si accorse di me fu Biancaneve che nel frastuono e la musica a tutto volume, disse qualcosa che non sentì, ma che il gesto della mano tradusse molto bene: “che vuoi”?
Le due principesse si girarono, si misero a parlare, tra di loro, guardando verso di me.
Io impassibile, non mi muovevo, continuavo a guardarle fisso, a costo di farmi mandare affanculo. Non sapevo come entrare in contatto, ma non mollavo.
Stavo elaborando un piano d’attacco del tipo, mi avvicino e chiedo, se state aspettando il principe azzurro, sono a vostra disposizione.
Avevo la certezza che non fosse il miglior metodo di approccio, ma non mi veniva in mente nient’altro.
Non feci in tempo a muovere un passo, che la principessa azzurra si mosse verso di me, dicendomi:” stiamo per salire sulle montagne russe ti vuoi unire a noi? Ci potrai fare da cavaliere.
Era la sua voce. Stavo per dire Anna sono Sandro, ma mi trattenni, cercando di camuffare la voce, incuriosito dalla loro offerta, le dissi:” andiamo pure, ma cosa vi ha indotto a fidarvi di me potrei essere un vecchio, brutto maniaco o altro”.
Mi rispose:” dal tuo portamento, vecchio no. Brutto può essere, ma maniaco non ci credo, sei troppo timido, ci stavi osservando da un po’ e non trovavi il coraggio di avvicinarti. Non mi sembra un comportamento da maniaco il tuo. Siamo qui per divertirci. Tu sei solo, possiamo farlo insieme.
E poi, tre dame senza un principe, non si può vedere, con te ci sentiremo più a tema”.
Era la seconda volta, in vita mia, che andavo su una montagna russa. La prima volta, avevo giurato che non ci sarei più salito. Mi feci coraggio e salimmo, io e lei sul sedile dietro, le altre due su quello davanti.
Durante la prima lenta salita le chiesi:” tu chi rappresenti con questo costume da principessa? Come ti devo chiamare”?
Speravo mi dicesse, chiamami Anna, invece disse:” chiamami Bella Addormentata”.
Alla prima picchiata in discesa le presi la mano, lei con mia sorpresa, la tenne. Tutte e due non volevamo guardare avanti, per tutto il percorso ci tenemmo stretta la mano, non so lei, ma io avevo gli occhi chiusi. L’ottovolante non faceva per me.
Alla fine, mentre lentamente si fermava portai la sua mano sul mio cuore e le dissi:” senti come batte. Lei stacco la sua mano e rispose:” anche il mio, è stata una bella botta di adrenalina.
Peccato non mi avesse imitato, io la mano sul suo cuore l’avrei messa volentieri.
Scendemmo, la prima a parlare, rivolta alle altre, fu cenerentola:” e adesso che facciamo”.
Nessuno le rispose, si guardavano in silenzio, allora senza dimenticarmi di alterare la voce dissi:” visto che abbiamo sviluppato una buona dose di adrenalina, perché non facciamo un giro nel Tunnel della Paura”?
Cenerentola fu la più veloce a rispondere e con supponenza e protervia disse:” in quel posto vacci tu, noi facciamo altro”.
Mi stava mandando via. Azzurra e Biancaneve mi guardavano senza parlare. Allora, le ringraziai per il giro sull’ottovolante e mi avviai.
Dopo una decina di passi, mi sentii toccare, era la Bella Addormentata.
Mi prese sottobraccio dicendo:” andiamo in questo tunnel, ti faccio compagnia io.
Non sapevo se dovessi rallegrarmi della scelta che aveva fatto, di venire con me, o essere deluso da un comportamento che reputavo superficiale.
Non mi conosceva, non sapeva chi si nascondesse sotto quella maschera, ma lei si fidava.
Realizzai che la situazione si stava evolvendo a mio favore e non era il caso di andare tanto per il sottile. Avevo Anna, che mi teneva sottobraccio e sarebbe entrata nel tunnel con me. Che volevo di più.
Mentre andavamo verso la giostra, chiesi delle altre ragazze. Mi rispose che si sarebbero fatte trovare alla fine del tunnel quando uscivamo.
La giostra era formata da tanti mezzi di locomozione, che scorrevano all’interno del tunnel. Entrammo seduti su uno scomodo calessino, più adatto a dei ragazzini che a degli adulti. Ma ottimo per lo scopo che mi ero prefisso. Volevo provare a baciarla. Ma per fare questo dovevo togliere la mia maschera e soprattutto convincere lei a togliere la sua.
Il calessino superò la porta d’ingresso, lasciandosi dietro le luci. Il buio pesto davanti a noi, alla prima curva apparve improvviso il fantasma, che volo' sopra la nostra testa sfiorandoci. Il suo urlo si unì a quello degli altri, io mi tolsi la maschera, con un movimento maldestro feci cadere la sua e senza contraffare la voce le dissi:” Anna sono Sandro”.
Goffamente cercai di baciarla. Mi spinse via dicendo:” chi cazzo sei? Sandro?
Comincio a ridere a crepapelle. Lei rideva e io mi sentivo ridicolo.
Smise di ridere e disse:” “Non sono Anna, sono Manuela la sorella, ecco perché tutte quelle domande.
Stavi cercando di capire chi fosse Anna.
Mia sorella e un sacco di mesi che mi parla di te, ti conosco molto bene.
Ha sempre avuto un debole per te, solo che tu non le ispiri fiducia, troppe donne ti ronzano intorno, se non fai un po’ di chiarezza con te stesso, te la puoi scordare.
Come facevi a saper che il suo vestito doveva essere quello della bella addormentata, lei di sicuro non te l’ha detto. Quindi tu la spii. Tu spii lei e lei spia te, voi due andate alla grande.
Sciorinava parole a ruota libera, la interruppi:” Mi stai dicendo che mi spia, quindi ascolta le mie telefonate? Adesso capisco quel click che ho sentito venerdì, stava ascoltando la mia telefonata con Clara”.
Mi rispose:” proprio così, Clara, quella che voleva sdebitarsi.
Anna mi ha fatto il riassunto della discussione e mi ha anche detto che, probabilmente, aveva fatto l’errore di riattaccare prima di te. Per questo hai sentito il click.
Continuammo la discussione fuori dal tunnel ci guardavamo senza maschera.
Avevano la stessa voce. Ma non c’era somiglianza.
Le dissi:” mi ha ingannato la voce, ce l’avete uguale.
“Certo”, rispose lei:” almeno in quello, siamo sorelle”.
Discutevamo sulla scalinata mentre le due ragazze ci guardavano, la esortai a dirmi chi fosse Anna.
La risposta mi arrivò direttamente da Biancaneve che si tolse la maschera e apparve Anna.
Allora le chiesi:” perché avete cambiato costume?
Mi rispose:” l’ha voluto cambiare lei, dicendomi che, era stufa di sentirsi dire da me, che fosse la bella addormentata in attesa del principe azzurro. Non ho mai concepito perché scartasse tutti gli spasimanti, non gliene andava bene nessuno. Fino a quando non ha conosciuto te. Nonostante sapesse quasi tutto di te, della moltitudine di ragazze che ti ronzavano intorno. Lei era sempre attratta da te.
Tra quelle che ti venivano a trovare e le telefonate che ricevevi sembravi il classico marinaio, una in ogni porto. Mantenere la sua forte attrazione nei tuoi riguardi, le riusciva sempre meno.
Lei è cosciente che tu adesso non frequenti più nessuna. Mi ha anche detto che crede di aver capito il perché della fine del tuo rapporto con Alessia. Ed è l’unica cosa, che non mi ha mai voluto rivelare”.
Eravamo di nuovo tutti insieme, Cenerentola non aveva, ancora, tolto la maschera.
Salutai Anna, non era arrabbiata anzi mi sorrideva. Era sorpresa ma contenta di vedermi.
Mi disse:” che bella sorpresa. Come sapevi che…….
La interruppe la sorella, svelandole:” guarda che non sei la sola che usa il metodo spia. Anche lui, si barcamena bene. Adesso io e Luisa ci allontaniamo e voi parlate.
Anna, guarda che nel tunnel il marpione ha tentato di baciarmi, peccato che lo faceva perché pensava fossi tu. Ma se non ti sbrighi ti assicuro che avendolo conosciuto, se non lo fai tu, me lo prendo io”.
Si allontanarono dicendo:” ci vediamo tra un ora, qui”.
Le dissi:” andiamo in posto tranquillo”. La presi per mano e la portai al bar Elena. Li dentro il chiasso arrivava ovattato. Ci sedemmo in fondo al locale, in un angolo isolato e tranquillo. Ordinammo, lei un the e io un punch.
Nessuno dei due iniziava a parlare, era evidente che lei stesse aspettando che lo facessi io.
Presi la parola, la informai, che alcuni giorni prima mi ero iscritto ad Aikido e che avevo scelto il suo stesso giorno di allenamento. E per farmi perdonare della buca che le avevo dato, la precedente volta, al responsabile della palestra dissi che, la loro palestra, me l’aveva consigliata lei.
Saltai i chiarimenti, doverosi delle telefonate spia, ritenni che non fosse il momento.
Adesso, quello che mi premeva era altro, le dissi:” Anna tu mi piaci, il mio desiderio più grande è che tra noi possa esserci una frequentazione per conoscersi meglio. Capisco tutte le tue, giuste, ritrosie nei miei confronti. In nove mesi, non mi sono costruito una buona fama. Ma la mia voglia di stare con te è fortissima, al pari della voglia, che ho sempre quando ti vedo, di baciarti.
Persino la gaffe con Manuela, nel tunnel al buio, è frutto di questa voglia.
Lei si alzo leggermente sulla sedia si protese verso di me e mentre la guardavo stupito, disse:” non mi sembri tanto pronto, sono qui che aspetti. Mi stava chiedendo di baciarla.
Feci come lei, mi alzai leggermente e la baciai, un vero bacio con un pizzico di lingua, prima la sua, dopo la mia. Durò pochi secondi ma fu intenso, come non provavo da tanto tempo. Durante il bacio sentii il solito profumo, quello che finiva dritto nelle mie parti basse.
Lei, si stacco lentamente, si risedette, mi guardo fisso negli occhi e disse:” da questo momento inizia la frequentazione, ma mettiamo in chiaro una cosa, tra noi, per ora, niente sesso, non ti permetterò di superare certi limiti. Almeno fino a quando io non sarò sicura dei tuoi sentimenti. Andiamo avanti nella conoscenza in modo graduale, niente eccessi. Quand’anche mi sentissi follemente innamorata di te, come in parte, hai capito che lo sono. Finché, mi rimane il minimo dubbio sui reali tuoi sentimenti, tra noi due, nulla, di importante, potrà succedere”.
Mi parlava come se mi conoscesse troppo bene. Con le telefonate intercettate ero diventato un libro aperto. Mi aveva studiato bene.
Per recuperare, provocatoriamente, le dissi:” mi stai dicendo che sei vergine o che hai avuto una cocente delusione”?
Rispose:” Bravo, hai fatto una bella domanda. Più avanti Sandro più avanti. Lo scoprirai, solo il giorno che si fossero sviluppati le condizioni precedentemente dette”.
Si alzo, mi diede un bacio a stampo e disse:” si è fatto tardi, da buon cavaliere, vai a pagare e andiamo, ci stanno aspettando fuori dal bar, le ho viste passare almeno due volte. Staranno morendo di freddo.
Le accompagnai all’auto parcheggiata in corso San Maurizio.
Ringraziai Manuela per l’aiuto che mi aveva dato, mi scusai con Luisa che finalmente vidi senza mascherina e le baciai sulle guance. Abbracciai Anna la strinsi forte volevo che sentisse quanto soffrissi il distacco, mi bacio e mi disse:” ci vediamo domani mattina”.
Aspettai che partisse l’auto per muovermi. Ero a piedi.

Mentre tornavo a casa ripensai alle parole di Manuela nel tunnel.
Quel, (“Mi ha anche detto che crede di aver capito il perché della fine del tuo rapporto con Alessia. Ed è l’unica cosa che non mi ha mai voluto rivelare”).
Quindi Anna, attraverso le telefonate intercettate, oltre a tutto il resto, aveva anche capito le vicissitudini che portarono alla fine del rapporto con Alessia.
Camminavo e riflettevo.

15 settembre 1978.
Erano i primi giorni del nuovo anno scolastico.
Alessia mi chiamò per dirmi che aveva un ritardo. Aveva fatto il test comprato in farmacia ed era risultato positivo.
Rifacemmo il test in un consultorio della mia zona, che confermò. Era incinta.
La domanda, di dove fosse successo, in quale occasione avevamo commesso l’errore, non ce la facemmo. Lo sapevamo benissimo, durante il bellissimo viaggio in Sicilia, a Bronte in quel mini-albergo ricavato in un alloggio. Dove la vecchina che lo gestiva ci chiese se fossimo sposini e lei le aveva risposto di sì e che eravamo in viaggio di nozze.
Dopo un primo momento di disorientamento, ne parlammo per alcuni giorni e decidemmo di tenerlo. Facevamo progetti di convivenza. I primi tempi, saremmo stati da me, poi avremmo trovato una casa più grande, ci saremmo anche sposati. Eravamo a settembre la scuola finiva a maggio, lei sarebbe nata prima degli esami di stato. Tutto combaciava perfettamente.
Eravamo certi che sarebbe stata femmina e l’avremmo chiamata Luna.
Una sera, alla fine di settembre mi telefonò per dirmi che aveva cambiato idea,
Mi disse che aveva parlato con la madre e che aveva deciso di abortire, che non si sentiva pronta per affrontare una maternità.
Lasciarla libera di decidere non giudicarla, era un mio pregio del quale andavo fiero, ma che in questa occasione non riuscivo ad attuare.
Non volevo che abortisse, la supplicai di non farlo.
Avevano, da alcuni mesi, legalizzato l’aborto. Mi ero sempre dichiarato a favore. Anche se lo vedevo come ultima ratio, uno estremo rimedio. Le lotte radicali erano anche le mie. Un convincimento prima condiviso, che la donna aveva ed ha l’ultima parola è lei la gestante ed è giusto che la decisione ultima spettasse a lei. Prima avevano un valore assoluto.
Parole sacrosante, che in quel contesto, con me protagonista, suonavano vuote, senza senso.
Andavano bene per gli altri, ma io quel bimbo lo volevo, non mi riusciva di accettare che fosse solo suo e che solo lei, potesse e dovesse decidere.
Per me, furono giorni terribili. Tornavo a casa la sera, mi mettevo sul letto a gambe incrociate, con il corpo andavo avanti e indietro e pensavo.
Stavo entrando in depressione. Mi alzavo, prendevo il telefono e facevo il suo numero.
Lunghe conversazioni che non portavano a nulla.
Entrai in profonda crisi, passammo giorni e giorni a discutere, ma fu irremovibile.
Il suo atteggiamento nei miei confronti divenne rancoroso.
Mi diceva, che non la capivo il suo dramma, che ragionavo da maschio. Che lei, stava ragionando anche per me.
Diceva che Sua madre aveva ragione, era troppo piccola, che doveva fare troppe rinunce, che i suoi sogni si sarebbero fermati lì.
Le diceva che in seguito, più avanti sicuramente, sarebbe entrata in crisi, dovendo gestire un figlio e un marito che l’aveva sposata per riparare.
Tutti argomenti che non potevo controbattere adeguatamente, anche, perché fondamentalmente veri.
Se visti da un solo punto di vista. Sicuramente.
Ma il mio sentire, il dolore che provavo nel dover accettare di non far nascere quel bambino mi stavano esaurendo.
Io, nelle nostre discussioni, mettevo in primo piano la vita del nascituro, lei quella sua. Non si sentiva pronta ad affrontare il fardello delle responsabilità e le rinunce, alle quali doveva sottomettersi, erano troppe.
La bilancia aveva pesato, vistosamente dalla parte dell’aborto.
Il 20 di ottobre, in una clinica della collina torinese scelta dai genitori, qualcuno aveva deciso che Luna non dovesse nascere.

Entrai in casa e per la prima volta dopo tanti mesi, non mi sembrava vuota e io non mi sentivo più solo.

FINE
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