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TORINO ANNI 70 cap. 19


di Lonewolf4
29.09.2025    |    547    |    3 8.8
"Franco, piemontese, scarso in altezza, capelli ricci non bello, era molto amico di Enzo, io non avevo un gran rapporto con lui, ma loro due dividevano quasi tutto..."
Venerdì sera, con Alessia, ero in macchina diretto al Garden.
Dalla Crocetta, attraverso corso Vittorio Emanuele, ponte Umberto I, corso Fiume, via Crimea, viale Thovez, raggiungemmo il Garden.
Un breve viaggio, che per me divenne lunghissimo.
Un miracolo non essere finito fuori strada. Andavo pianissimo.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo da lei, il suo profumo si spandeva nell’aria, la macchina ne era pregna.
Era lo stesso profumo che usava Anna e stava agendo sui miei feromoni.
Le mie narici ne aspiravano forte l’aroma, il mio sguardo vagava, dalle sue gambe, che da quando si era seduta lasciavano uno scoscio incredibile, alla vertiginosa minigonna nera, non indossava le calze.
Un sandaletto bianco, dello stesso colore della camicetta che si intravvedeva da sotto il golfino, anch’esso nero come la gonna, completavano il quadro.
Sul viso un velo di trucco.
Non ne aveva assolutamente bisogno.
Durante il viaggio aveva sbottonato il golfino.
Quello che vidi mi fece sbandare e nel fare la curva, che da via Crimea si immette in viale Thovez, urtai leggermente il marciapiede.
Aprendo il golfino, notai dalla trasparenza della camicia che non indossava il reggiseno.
Ok, lo so che non ne aveva bisogno. La sua terza abbondante, si reggeva magnificamente da sola.
Però, cazzo la stavo portando in una sala da ballo, dove ci sarebbero stati tanti estranei e soprattutto i miei amici, ai quali dovevo presentarla.
Sarebbe stata a centro dell’attenzione.
Avevo il cazzo duro io, mi immaginavo come potessero reagire gli altri se si fosse levato il golfino.
Contavo sul fatto che avendo Il Garden due piste, una interna e una esterna, potevo proporre di stare nella pista esterna.
Eravamo in collina, con la frescura della sera, forse, non se lo sarebbe levato.
Parcheggiai 100 metri prima dell’entrata Garden. Davanti alla struttura del minigolf.
Fuori dalla macchina, con mia somma soddisfazione si riabbottonò il golfino e ci incamminammo.
Davanti l’ingresso ci attendeva Massimiliano.
Un caloroso e gioioso abbraccio, dopo tanti mesi che non ci vedevamo. Gli presentai Alessia.
Lui, le strinse la mano e senza lasciargliela si rivolse a me dicendo:” ma dove lo hai trovato questo gioiellino? È la tua ragazza?
Io risposi:” intanto, preciso che non e “MIA”.
Stiamo insieme ma, nessuno dei due vanta una proprietà, concordo sul gioiellino! Per me, è un bellissimo cigno.
Prova a restituirle la mano e dimmi con chi sei venuto, chi hai portato”?

Lui ridendo le lascio la mano scusandosi.
Di cosa ti scusi, rispose lei:” i complimenti fanno sempre piacere. Soprattutto, se giungono dai bei ragazzi.
Sandro mi ha detto che sei di origine sarda ma, dalla tua altezza e dai colori degli occhi, non mi sembra che tu stia rispettando le tue origini”.
Lui, rispose: "in Sardegna, come nel resto della penisola, non siamo tutti uguali. Anche da noi si vede l’effetto delle invasioni con le contaminazioni del DNA”.
Mentre entravamo, alzando il tono della voce, per coprire il suono del complessino, Massimiliano disse: “sono venuto con Clara, Franco, Caterina, Nunzia e Cosimo.
Costantino e Ivana sono nelle marche a preparare il loro matrimonio. Si sposano tra un mese, al paese di lei, Iesi.
Enzo da un po’ sta con una che si chiama Bonaria. Quando ha saputo che sarebbe venuta anche Caterina, essendo Bonaria morbosamente gelosa, ha rifiutato l’invito.
Simona, ti saluta, si scusa, ma con la presenza di Clara, a scelto di non esserci. Mi ha detto di dirti che avrebbe piacere a rivederti, ma solo noi quattro”.
Anche questo era un argomento che mi andava di affrontare. Simona, Clara e max.
Teresa, mi disse di approfondire con lui e io così farò.

Continuo' dicendo:"Entriamo i vostri biglietti d’ingresso li ho già fatti”.

Gli amici li vidi in un angolo, in fondo alla pista interna, avevano unito tre tavoli.
A quanto pare, era saltato il mio proposito di andare nella pista esterna.
Nessuno di loro stava ballando. Appena ci videro si alzarono in piedi.

Franco, piemontese, scarso in altezza, capelli ricci non bello, era molto amico di Enzo, io non avevo un gran rapporto con lui, ma loro due dividevano quasi tutto. Compreso, la ragazza pensai con cattiveria, sorridendo sotto i baffi che ancora non portavo.
Quando, facendosi una cannetta, con quasi niente di erba, pensavano di sballare, io li prendevo in giro dicendogli che non era la canna, ma l’abbondante vino che avevano bevuto, che dava loro “l’ebbrezza” dello stare bene.

Caterina, come ho già detto era di origine calabrese.
Nata in Piemonte, come tantissimi giovani di allora, poteva definirsi di seconda generazione.
Ma sempre immigrata restava.
Non riuscivo a capire perché avesse lasciato Enzo.
Enzo era un bel ragazzo, robusto, tarchiato, un ottimo mediano di spinta della nostra squadra di calcio.
Per gli appassionati, si poteva definire, un incontrista alla Benetti.
Inoltre, da quello che ci aveva fatto vedere, durante la doccia, dopo le partite, era anche ben dotato.
Visti i trascorsi tra me e Caterina, la mia morbosa curiosità, me la dovevo soddisfare.
Al primo lento, la invitavo e le facevo due, tre domande.

Nunzia e Cosimo tutte e due pugliesi, lei di Bari, lui di Taranto.
Lei banalmente bruttina, lui il classico giuggiolone, grande e grosso ma mollaccione, uno con poco carattere, per lui qualunque donna andava bene, si accontentava, non era brutto, ma insignificante.
Stavano bene insieme, infatti lei se lo teneva stretto.
Ho sempre pensato, che non fossero innamorati nel senso comune del termine, ma che si accettassero in mancanza di alternative.

Clara, fisicamente l’ha descritta bene Giampiero.
Io, ne conoscevo bene il carattere, avendola frequentata fin da ragazzina, da quel benvenuto in Piemonte che mi aveva regalato alla famosa “rotonda quadrata”.
Anche lei nata in Piemonte da genitori immigrati.
Suo padre lombardo di Brescia, capo squadra nel reparto carrozzeria alla fiat Mirafiori.
Sua madre spagnola, di Toledo.
La madre dopo il diploma, venne in Italia in viaggio premio con due amiche, la sera pernottavano all’ostello della gioventù, in via Luigi Gatti.
Lui aveva conosciuto la futura madre di Clara, facendole un vero agguato.
L’aveva notata una sera al rientro da lavoro.
Per alcuni giorni, di sera, tentò di incontrarla, ma con esito negativo.
Il sabato pomeriggio, lei insieme alle due amiche, uscì dall’ostello e in fondo alla via trovò lui, appostato, in corso Giovanni Lanza.
Era il 15 luglio del 1950.
La sua 1100 usata e lui, fuori dall’auto, erano il pastone, facevano da richiamo.
Impettito con scarpe da tennis blu, jeans e camicia colorata, si sentiva l’esca che avrebbe fatto abboccare la preda.
Alle ragazze appena uscite dalla via, lui e l’auto, apparvero in tutto il loro splendore.
Gli sorrisero. Lui incoraggiato si avvicinò e rivolgendosi a lei disse:" se volete vedere Torino io vi posso accompagnare ovunque con la mia auto.
Parlava al plurale, ma guardava negli occhi solo lei.
La scintilla era scoccata, perché anche lei non distoglieva lo sguardo.
A rispondere, accettiamo volentieri, furono le due compagne.
Salirono in macchina, lei d'avanti e le amiche dietro.
E lui le portò a visitare Torino.
Prima tappa il monte dei Cappuccini, a seguire la Mole, piazza Castello, il castello medioevale sul po’ e da lì alla fine salirono a Cavoretto, dove offri loro la cena, dissanguando i suoi risparmi.
Una settimana dopo le amiche tornarono in Spagna. Consuelo restò in Italia e con Ferdinando a settembre si sposarono. Dopo nove mesi nacque una splendida bambina.
Sul nome da darle, si dettero battaglia ma, trovarono un compromesso lei voleva un nome spagnolo, lui in ricordo di sua madre, voleva chiamarla Chiara.
Consuelo, trovò la soluzione, tradusse Chiara in spagnolo e la chiamarono Clara.

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