tradimenti
TORINO ANNI 70 cap. 16
23.09.2025 |
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"“Scusa Sandro, è una cosa che non ho ancora superato, troppo recente, mi brucia ancora..."
MARTEDI’ 06/06/1978Ci alzammo tardi le accompagnai a casa verso le 11.00
Ultimi giorni di scuola, oggi avrebbero fatto sega.
Lasciai prima Carla, poi Alessia.
Con un tono che non ammetteva repliche mi disse:” alle cinque, ti aspetto qui.
Mi devi accompagnare in un posto.
Non mi disse altro. Chissà che sorpresa mi riservava.
Non replicai, anch’io avevo i miei progetti per la sera.
Arrivai a lavoro che erano in pausa pranzo.
Suonai ma all’ingresso non c’era nessuno.
Entrai usando la chiave in mio possesso, del portoncino d’ingresso.
Pensai, che forse Anna fosse andata a mangiare con i colleghi.
Sarebbe stata la prima volta e proprio il giorno che io non c’ero.
La cosa mi dette un certo fastidio, che aumentò appena li vidi rientrare.
Anna era con Pietro, Nicola e Silvia.
Li guardai dalla finestra del mio ufficio.
Anna chiacchierava e sorrideva compiaciuta con Nicola.
Mentre Silvia e Pietro camminavano in silenzio due passi indietro.
Dire che ebbi un moto di stizza sarebbe troppo riduttivo.
Ero geloso?
Se vederla così sorridente, mentre Nicola le parlava mi stava infastidendo, era un indizio.
Sì, ero geloso!
Ero talmente incazzato che ho saltato il pranzo. Mi si era chiuso lo stomaco.
Mi buttai subito al lavoro.
Alle tre del pomeriggio Anna mi passò una telefonata.
” Ciao Enrica, cosa vuoi?
“Come cosa voglio. Sei già in difesa?
Tranquillo, non voglio occupare casa tua, l’ho capito che non mi vuoi come inquilina.
Siccome questa settimana sto facendo il turno di notte dalle 22,00 alle 5,00.
Pensavo ti facesse cosa gradita, se questa sera ci potessimo vedere.
Magari, dopo per sdebitarti, mi accompagni tu a lavoro”.
“Per sdebitarmi di cosa, scusa”?
“Per sdebitarti della sana scopata che ti regalo, se ti può bastare.
Ho un po’ di arretrato e mi piacerebbe tanto fare amicizia con il tuo pisello.
Ce l’hai vero? funziona”?
Cominciavo a capire i pregiudizi di Alessia nei suoi riguardi.
Alla faccia della sfrontatezza.
Questa sa cosa vuole ed è senza inibizioni.
Vuole una cosa e cerca di prendersela senza porsi nessun freno.
Ha deciso che vuole scopare con me.
Capacissima, anche, di prendermi con la forza.
Mi scappò un sorriso.
“No Enrica, ho tutta la settimana impegnata. Magari ci potremo vedere la settimana prossima o più in là.
Se non l’hai ancora capito, io mi sto frequentando con Alessia.
Pensavo fosse una tua amica, non dovresti fare il filo al suo ragazzo.
Se vuoi, una sera ci possiamo vedere, ti farò sapere io, ma ci saranno anche altri”.
“Fammi capire. Mi stai dicendo che rifiuti una scopata perché sei fedele come un cane.
Guarda che i cani non sono fedeli. Loro scopano tutte le cagne in calore.
Io, per tua fortuna, mi sento come una cagna in calore. Tu sei un bel cagnaccio.
Dai che ci divertiamo. Non ti sto mica chiedendo di sposarmi. Una botta e via”.
Cazzo questo ero il linguaggio tipico di un uomo. Questi argomenti, quelle parole, dette da una donna non me le aspettavo. Stonavano.
Ridendo le dissi: “Ho capito, ma siccome sono impegnato con Alessia.
Prima chiedo a lei se posso farlo e poi ti dico. Piuttosto torna quando sarò libero.
Allora, sarò ben lieto di soddisfare qualunque tua richiesta.
Anche di farti da tassista portandoti a lavoro.
Nel frattempo, il mondo è pieno di uomini, sempre arrapati e disponibili”.
Sei una bella ragazza, la materia prima non ti dovrebbe mancare”.
Non aspettai la replica.
“Enrica, ti devo lasciare, il lavoro chiama. Appena riattacco lascia il tuo numero alla segretaria, quando posso ti richiamo”.
Avevo interrotto la telefonata troppo bruscamente. Avevo reagito d’istinto.
Questa, stava diventando troppo invadente, non sapevo se essere contrariato o contento.
Nell'ultima settimana, mi stavano girando intorno troppe donne. Mi sembrava una anomalia.
E forse, quella con la quale volevo veramente iniziare una conoscenza mi stava sfuggendo di mano.
Anche Alessia. Dovevo convincerla a fermarsi da me dopo cena.
Al solo pensiero di fare sesso con lei, il mio cazzo reagiva alla grande.
La volevo e la volevo stasera.
Chiamai Anna, solo per sentire quel profumo.
Le dettai alcune righe, da mandare via telefax ad un fornitore, aspirandone il suo profumo da dietro, mentre lei seduta scriveva.
Mi avesse visto facevo la figura del feticista.
Dopo la dettatura, le dissi:” ho visto che oggi finalmente sei andata a pranzo con i colleghi! Brava!
“Si”, mi rispose lei.
Si era alzata e guardandomi fisso mi disse:” Nicola ha insistito tanto, mi sembrava scortese dirgli di no.
Me lo diceva come a giustificarsi e con un lieve rossore.
Feci finta di niente e la congedai.
Alle 17.00 in punto arrivai sotto casa di Alessia.
Lei mi stava aspettando.
Salì in macchina sorridendo dicendo:” bravo sei stato puntuale, adesso portami ai Poveri Vecchi”.
Un'altra che pensava fossi un taxi e che comandava a bacchetta.
I Poveri Vecchi era una struttura per anziani soli.
Non hanno parenti che si occupano di loro e vengono tenuti in queste strutture, Opere Pie che li ospitano gratuitamente e se ne prendono cura del fisico.
Ma per il benessere mentale si appoggiano al volontariato esterno.
A persone come Alessia, che vengono viste da costoro come dei parenti che li vanno a trovare passando del tempo ascoltandoli.
Hanno piacere a parlare con gente giovane, lei per loro, è la nipotina che gli fa visita e gli dedica un po’ di tempo.
Lo fa una volta al mese, una oretta.
Un impegno sociale lodevole, da parte di una che dalla vita aveva ricevuto più di quello che aveva dato.
Io no, io dalla vita dovevo ancora ricevere molto.
Quindi, proprio per il mio carattere, che somatizzo troppo il disagio altrui, mi ripromisi di non ripetere più quella esperienza.
Anche per non essere costretto a soddisfare le loro supplichevoli richieste, che andavano contro le regole dell’istituto.
Lasciammo l’edificio alle 19.30. E vanificando il mio desiderio, Alessia si fece riaccompagnare a casa.
Dicendo che, l’indomani. aveva l’ultima interrogazione dell’anno.
Voleva ripassare la lezione e arrivare a scuola riposata.
MERCOLEDI’ 07/06/2025
La giornata cominciò alle 8.00 con gli addetti SIP.
Dalle 10.00 la dedicai a lavoro che avevo trascurato troppo nei giorni precedenti.
Per la pausa pranzo, ordinai, un panino pomodoro e mozzarella e una bottiglietta d’acqua naturale.
Alle 12.00 ritirai il pacchetto con la mia colazione.
Quelli del bar l’avevano lasciato all’ingresso nelle mani di Anna.
Mentre me lo porgeva, sopraggiunse Nicola che si rivolse ad Anna invitandola a mangiare insieme.
Lei, ancora una volta arrossi.
Quella di arrossire era una sua caratteristica non riusciva, come mi confidò in seguito, a dominare le sue emozioni, anche le più banali.
La mia presenza le aveva aggiunto ulteriore difficoltà.
Guardò prima me, poi lui e disse: “no, oggi ho da fare, non faccio pausa mi sono fatta portare un toast dal bar”.
Con mia somma soddisfazione e suo evidente disappunto per la risposta avuta, lo vidi allontanarsi con Pietro e Silvia che lo stavano aspettando già fuori.
Noi li osservammo dalla finestra che dava sulle scale esterne mentre Nicola prendeva per mano Silvia, girando la testa per vedere se stavamo guardando.
Silvia, piemontese, carina.
A me le piemontesi puro sangue in generale piacciono poco. Ma questa non era niente male.
Due tre centimetri, più alta di me. Bionda tinta; si vedeva dalla ricrescita.
Il corpo longilineo e ben proporzionato una terza di seno.
Tutto sommato, pensai, ne valeva la pena. Solo che essendo sposata……..
Era la responsabile del reparto e i dei due l’aiutavano nel reparto collaudo e ricerca.
Io con lei non avevo un buon rapporto. Eravamo spesso in conflitto.
Io alla produzione lei al controllo, le occasioni per i conflitti non mancavano.
Pietro, siciliano di Termini Imerese, carnagione scura e occhi grigi. alto tra 1.65 e 1.68.
Addetto alle prove.
Nicola, pugliese di san severo alto 1.80 circa.
Si occupava di ricerca.
Solo che, da quello che stavo vedendo, questo era alla “ricerca” di guai.
Salutai Anna le dissi buon appetito e rientrai in ufficio.
Mangiando quel panino mi domandavo perché con Anna non riuscivo ad essere me stesso. Non mi riconoscevo. Avevo paura di fare dei passi falsi che mi avrebbero precluso ogni possibilità per una conoscenza.
Insomma, sembravo un ragazzino alle prime armi, con la certezza che qualunque cosa dicessi o facessi, potesse essere interpretata male e quindi un errore poteva sbarrarmi la strada con lei.
Alle 20.00
Io e Giampiero eravamo in piazza Vittorio Veneto, d’avanti la pizzeria da Michele, quella famosa per la buonissima farinata.
Ci salutammo ed entrammo.
Ero nervoso, teso come una lenza quando prendi un cefalo di 800 grammi.
Non sapevo come cominciare il discorso di Carla.
Cercavo un argomento per rompere quella lenza che mi stava tagliando le dita.
Sapevo che sarebbe stato difficile. Ma ero completamente in panne.
Tutti i discorsi che mi ero preparato non venivano fuori.
Trovai la via d’uscita dall'impasse, usando quell’avvertimento che mi aveva fatto lui martedì al telefono, in riferimento alla pericolosità delle donne.
Mi aveva detto di fare attenzione a non innamorarmi, mi sembrava che l’avesse detto con una certa sofferenza.
Allora gli chiesi, cosa ci fosse dietro quell’avvertimento.
“Vuoi farmi una confidenza? Racconta dai. Sei stato punito anche tu da una ragazza?
Quando ci siamo sentiti, al telefono ti ho risposto che ero vaccinato, ma non ti ho mai raccontato della mia piccola, grande scoppola, presa a 18 anni, che mi ha un po’ segnato e insegnato tanto”.
Ordinammo le pizze, una quattro stagioni per lui, una margherita rinforzata per me.
Nell'attesa chiedemmo una porzione di farinata e un bicchiere grande di birra bionda alla spina.
Gli dissi, che avevo capito da giovanissimo cosa governa il mondo femminile, lo stesso di quello che governa il mondo maschile. Per loro una gran voglia di cazzo, che nelle varie ere e nelle varie aree geografiche viene gestito e relazionato in modo diverso.
Nel 1969 era molto diverso, da come viene gestito oggi. Aggiungi che eravamo in Sicilia. E il rapporto di coppia assumeva una valenza tutta sua.
Alle ragazzine, qui come lì, allora come adesso, piaceva essere corteggiate, sentirsi desiderate, avere un fidanzatino comunque, anche a 12/13 anni.
Solo che qui, oggi, possono anche cominciare a fare sesso a tredici anni.
In Sicilia allora anche a 15 era troppo presto.
Non perché pensassero che fosse prematuro, ma perché avevano troppa paura dei pettegolezzi.
Finire nella bocca di tutti, non trovare più un marito, era una disgrazia.
Avevamo finito la farinata e ci stavano servendo la pizza.
Chiesi il bis di birra. Forse con un po’ di birra in più i discorsi sarebbero defluiti meglio.
Ne approfittai per cambiare discorso, non finii il mio racconto e gli chiesi:” Io ti ho confidato la mia scoppola, la mia prima delusione. Tu niente da dire”?
Io parlavo ma lui stava pensando ad altro, non credo che avesse ascoltato la mia storia.
“Scusa Sandro, è una cosa che non ho ancora superato, troppo recente, mi brucia ancora.
Ho conosciuto questa ragazza quando ho iniziato lo stage da te. Cinque mesi fa.
Un’impiegata nello studio di mio padre.
In quello studio c’ero già stato varie volte, ma nel suo ufficio non ero mai entrato.
Non la conoscevo. Nonostante ci lavorasse da almeno due anni.
Quella volta, ero andato da mio padre per dirgli dello stage che mi era stato proposto e che avrei cominciato il lunedì. Lei era di fronte a lui in piedi.
Ero entrato come sempre senza bussare, con la certezza che mio padre mi avrebbe cazziato per questo mio irrompere. Lei si girò. Ci guardammo.
Ti giuro, rimasi pietrificato, bellissima, capelli neri lunghi, viso ovale carnagione rosea, forse dovuta al caldo del riscaldamento, che mio padre freddoloso usava a pompa, occhi neri, labbra rosse e ben disegnate di un leggero rosso naturale.
Indossava un vestitino in maglina a mezza gamba, attillato, ne esaltava la sua sinuosa 44 e evidenziava il seno, una abbondante terza.
Uno stivaletto nero completava il tutto.
Ne avevo fatta la fotografia e impressa nella mia mente.
Tu ci credi ai colpi di fulmine? Io si, folgorato.
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