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TORINO ANNI 70 cap. 25


di Lonewolf4
26.10.2025    |    841    |    14 8.0
"Alessia era vestita tra il casual e il sobrio; jeans Levis, scarpe da tennis bianche e bleu della Superga, una maglietta rossa con il viso di Che Guevara stampato in nero e due cerchietti dorati..."
Mi ero spazientito. Non poterla contattare mi stava innervosendo.
Volevo e dovevo, parlarle assolutamente.
Salutai Laura e riattaccai in malo modo, sbattendo la cornetta.
Perché non mi aveva telefonato?
Due giorni che non la vedevo ed ero già fuori di testa?
Cos’era che mi dava più fastidio. quello che era venuta a riferirmi Enrica? O, che non mi avesse telefonato lei , almeno, stamattina per dirmelo.
Stavo letteralmente rimuginando, quando, due forti rintocchi alla porta mi risvegliarono dalla catalessi.
“AVANTI”, gridai.
Anna entrò e disse:” scusa, ma stavo bussando da un po’ e tu non rispondevi.
Prima, mi hai detto che appena riattaccavi il telefono, di venire che mi avresti dettato una lettera da tradurre”.
“Hai ragione, scusa tu, ero soprappensiero non avevo sentito, vieni avanti! Siediti”!
Mi alzai, riflettendo sulla differenza tra la ragazza di prima e questa.
Enrica metteva ansia, lei la faceva sparire.
Non pensavo più nemmeno ad Alessia, ero concentrato su Anna, ma soprattutto sulle sue gambe, uno spettacolo.
Finalmente le potevo contemplare le cosce, si era seduta accavallando le gambe. Appoggiò il Bloc notes sul ginocchio e con il gesto più naturale di questo mondo, mi guardò aspettando la dettatura.
Mi sentii beccato in castagna.
Aveva visto dove si erano posati i miei occhi?
Ma anche fosse, non mi importava di fare la figura del guardone.
Le bellezze vengono create per essere guardate e io questo facevo, ammiravo.
Il mio unico rammarico, non poterle accarezzare, potevo solo godere della visione, mentre il suo solito profumo, con lei intenta a stenografare, si spandeva nella stanza.
Dettavo la lettera, ma ero concentrato, con il cazzo che cominciava a reagire alla tonicità di quelle gambe.
Sfacciatamente le chiesi:” pratichi qualche sport?
Si bloccò, restò un attimo interdetta, aveva scritto anche quella frase?
Si girò su un fianco, staccò gli occhi dal notes e invece di mandarmi a stendere, mi rispose:” Si, pratico Aikido, una volta alla settimana da due anni, vado in una palestra in corso vittorio Emanuele.
Come mai questa domanda?
Pensi che io abbia le spalle troppo grandi"?
Le spalle? Mi scappò una risata. Era convinta che le guardassi le spalle.
Certo che no. Faceva l’ingenua sapeva benissimo a cosa mi riferissi.
Ma non potevo certo confessare, che la mia curiosità era stata scaturita dalle sue gambe e dalle sue cosce.
Mentendo dissi:” no, no! La mia è una semplice curiosità, dettata dalla tua postura, mantieni la schiena dritta anche da seduta, chi non ama il proprio corpo, si pone sulla sedia come il sacco di Fantozzi”.
“Grazie” rispose lei: “è un bel complimento, mi ripaga della fatica che faccio in palestra”.
Poi senza nessuna delicatezza concluse dicendo:” secondo me, tu avresti bisogno di fare un po’ di questo sport, perché oltre al fisico, serve a scaricare la tensione e liberare la mente.
Sai in cosa consiste la disciplina Aikido”?
Me lo stava consigliando o era un invito a iscrivermi?
Magari nella stessa palestra e nello stesso giorno.
Mi stavo costruendo aspettative illusorie.
Mi auto consigliai di volare basso.
Dovevo scendere a terra.
Le risposi: “credo sia un arte marziale ma non so nulla della disciplina”.
Parlare con lei era piacevolissimo.
Il tono della voce, la sua pacatezza, rispecchiava il carattere dolce, mai prevaricatore anche quando le cose che ti diceva sembravano una sgridata. Tipo il riferimento al mio aver bisogno della palestra, visto che secondo lei, l’esempio del sacco di Fantozzi mi calzava a pennello.
Con poche parole mi spiegò che Aikido era una disciplina per tutti, uomini e donne.
Ma soprattutto per le donne, perché ti insegnava come sfruttare la violenza dell’aggressore e la sua forza, a tuo favore, facendola ricadere sull’aggressore stesso.
Avevo finito di dettare la lettera, si era alzata, sentimmo bussare alla porta dell’ufficio.
“Avanti”, dissi.
Era Nicola, entrò e guardando Anna disse: “scusa dalla finestra del laboratorio ho visto una persona che bussava e nessuno apriva. Sono sceso e l’ho fatta entrare.
Ha chiesto di te”. Disse rivolgendosi, stavolta, a me.
Aveva finalmente distolto lo sguardo affascinato, da Anna.
“ti ha detto il suo nome? Chiesi io.
“No, è una bellissima ragazza. E la tua ragazza”? mi domandò lui.
Lo disse tornando a guardare Anna. Una domanda del cazzo, solo per evidenziare e rimarcare, che io per lui non rappresentavo una concorrente, visto che mi dava per accasato.
Il marpione, fa finta di aiutare Pietro, perorandone la causa.
Invece, secondo me, lavora per sé stesso.
Fa il fascinoso, ha dalla sua solo l’altezza, ma per il resto e un Pietro che se la tira di più.
Dà per scontato che io possa essere tagliato fuori e usa questi mezzucci.
Ma, poi, lui che ne sa di me? Di quali sono le mie mire nei riguardi di Anna. Tira a indovinare!
Inoltre, cosa sa di Anna? Sono stati insieme una mezzoretta al bar avranno scambiato due tre parole, possibile che sappia, che lei non sia impegnata con qualcuno?
Un fidanzato, uno con cui si vede al di fuori del lavoro, un ex compagno di scuola. Il VII istituto tecnico commerciale di Torino, dove si era diplomata, era pieno anche di ragazzi, che ne sappiamo noi della sua vita privata.
Magari, ne ha una più appagante di quella che le possiamo offrire sia io, che lui.
Tutte domande, che mi ponevo io. Il gallo cedrone, non andava tanto per il sottile.
Su di me Anna sapeva poco, ma di lui è notorio, si scopa Silvia, la sua responsabile, moglie di Alberto, nostro rappresentante, sempre in giro in Italia e a volte in Germania est.
Magari anche cosciente della natura farfallina della moglie.
Visto che i due amanti non cercano, minimamente, di nascondere la relazione.
Se mi fa girare i coglioni, smetto di avere un rapporto conflittuale sul lavoro con Silvia.
Gliela scopo, così ne faccio cornuti due.
Spazientito e perentorio, gli dissi:” vai al lavoro, alla nuova arrivata ci pensiamo noi.
Stava per replicare, ma io lo bloccai con un secco:” VAI, VAI.
Con la coda tra le gambe, si allontanò, e noi dietro di lui.
Gli uomini possono nascere, con la camicia, con le palle o quelli più guerrieri con la coda.
Lui nessuna delle tre. Lui rappresentava gli sfigati per antonomasia, quelli che vendono fumo, facendo credere di essere quello che non sono.
Nel mondo ce ne sono tanti e a volte si mimetizzano molto bene.
Io e Massimiliano un tempo facevamo a gara a riconoscerli e catalogarli,
Alessia, era nel corridoio, le passò vicino, le disse ciao, senza ricevere, con mia soddisfazione, risposta, imboccò la rampa di scale e si allontanò.
Ho sempre odiato quelli che senza conoscere una persona e senza essere autorizzati danno subito del tu al prossimo.
Il galletto invece di un BUONGIORNO, era passato subito al CIAO.
Alessia era vestita tra il casual e il sobrio; jeans Levis, scarpe da tennis bianche e bleu della Superga, una maglietta rossa con il viso di Che Guevara stampato in nero e due cerchietti dorati alle orecchie. Il tutto, in contrasto con la costosissima giacchetta in pelle di colore blu, da motociclista, che teneva in mano.
Con freddezza, le dissi:” Ciao, quale buon vento”?
“Ti devo parlare” disse lei.
E fissando sorridendo Anna le porse la mano dicendo:” visto che lui non lo fa, mi presento da sola. Io sono Alessia…. un’amica”.
Un'amica. L'aveva detto dopo un breve pausa, questa andava approfondita.
Anna, ricambiò il sorriso e dicendo il suo nome, si scusò per la forzata attesa alla quale l’avevamo sottoposta, in attesa che qualcuno le aprisse.
Io, le osservavo e percepivo la forte curiosità, di ognuna, nei riguardi, dell’altra.
Alessia la fissava sfacciatamente.
Anna invece, distogliendo lo sguardo, si avviò dietro al bancone vetrata, della reception.
”io, ho una fame da lupo e quasi mezzogiorno, conosci un posto dove possiamo magiare qualcosa e parlare tranquillamente”? disse Alessia.
“Certo, prendo la giacca e andiamo. Tanto è a cento metri, possiamo andare a piedi. Tu, come sei venuta”?
“Non vedi la mia giacchetta da motociclista? Sono con il vespino”.
Appena tornai. Trovai Alessia che osservava Anna, che seduta, girata su un fianco "ignara"? Stava traducendo la lettera appena stenografata.
Se la stava studiando!?
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