Lui & Lei
Decameron 2.0 : pasquetta tra amici
Adam82209
03.03.2026 |
2.290 |
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"Al mio ritorno ci siamo frequentati ancora, ma sempre più raramente, perché tra le missioni all’estero e il trasferimento a Roma era difficile, se non impossibile, andare a trovarla..."
Il meteo incerto di Pasquetta aveva sballato un po’ i nostri piani: al posto della grigliata in giardino ci siamo accontentati di un semplice pranzo in casa, anche se, ad onor del vero, abbiamo raggiunto ugualmente il nostro obiettivo: stare tutti insieme.Io, Greta, Miki, Clara, Esmeralda e Chiara abbiamo passato una bellissima giornata. Anche se non ci sono state ammucchiate, ci siamo divertiti tantissimo. Ovviamente però il tema “sesso” è stato toccato ugualmente e così siamo finiti a raccontare le nostre esperienze che, in un modo o nell’altro, sono state importanti. E, visto che l’unico maschietto presente ero io, è stato deciso all’unanimità che fossi il primo a raccontare.
Più di vent’anni fa mi ritrovai in ospedale per un intervento. Durante la degenza ne approfittai alla grande per riposare dopo mesi estenuanti e, complice le medicine che avrebbero steso un cavallo, non facevo altro che dormire. Un pomeriggio mi ritrovai una degente della corsia delle donne seduta vicino al mio letto. Era una signora di settant’anni, magra magra, ma che ancora faceva la sua figura, nel senso che i suoi anni li portava molto bene.
«Finalmente ti sei svegliato.»
Avevo già visto quella signora nei giorni precedenti, ma fino a quel momento non ci fu occasione, né tantomeno motivo, per parlare. Almeno io avevo altro a cui pensare. Comunque, vista la mia faccia perplessa, la signora continuò:
«Ho bisogno di un favore e tu mi sembri l’unico che può aiutarmi… Sai, con questa mano fasciata sono un po’ impacciata.»
«Se posso, volentieri, signora.»
Fui subito ripreso:
«Ma che signora, chiamami Sara.»
Mi fece alzare e, con flebo al seguito, mi portò su un balconcino fuori dal reparto dove infermieri e pazienti andavano a fumare. Lì mi mise in mano una scatoletta di metallo e, come se nulla fosse, mi ordinò di preparare una canna. Io, ovviamente, eseguii. Per farla breve, passammo i successivi tre giorni a fumare una media di sei o sette canne al giorno. Gli infermieri più volte dovettero venire a recuperarci per andare a fare visite o terapie. Uno di loro, una volta, si arrabbiò talmente tanto che, quando fu il momento dell’iniezione serale, mi fece male di proposito.
Ad ogni modo, per la gioia di medici e infermieri, fummo dimessi e, qualche giorno dopo, uscimmo insieme. Nel tragitto tra il ristorante e casa sua fu subito chiaro come sarebbe andata a finire. Nonostante i cinquant’anni di differenza, lei sembrava una ventenne per i modi di fare e per l’energia che trasmetteva, e per tutto il periodo in cui ci siamo frequentati non mi sono mai sentito a disagio con lei.
Arrivati a casa, mi mise in mano la solita scatoletta mentre lei prese una bottiglia di whisky e riempì due bicchieri.
Io la guardavo sempre più allibito: com’era possibile che una persona potesse arrivare così in forma e così giovanile a quell’età, nonostante uno stile di vita poco salutare? Come se mi avesse letto nel pensiero, mi diede la risposta:
«So a cosa stai pensando… Sono vedova e ho passato tutta la mia vita a fare la brava moglie e la brava mamma. Ora però, per il poco che mi resta da vivere, voglio divertirmi… con buona pace di mio figlio che mi crede una vecchia stupida.»
Io accesi la canna. Fumammo e bevemmo il whisky, con lei che non mi staccava gli occhi di dosso. La “rimproverai” sul fatto che aveva saltato il giro e lei, come se nulla fosse, poggiò le sue labbra sulle mie facendomi aspirare il fumo. Fui io il primo a infilare la lingua nella sua bocca. Inizialmente pensai di aver osato troppo, visto che si era irrigidita, ma dopo qualche secondo anche lei iniziò a darsi da fare e ci baciammo con la foga degli adolescenti.
La presi letteralmente di peso per portarla in camera da letto. Lì fece scivolare il vestito, mostrando il suo corpo completamente nudo. Mi spogliai anch’io e la raggiunsi sul letto. Iniziai a baciarla e a esplorarla mentre lei mi stringeva le spalle. Fino a quel momento avevo pregiudizi sciocchi su cosa significasse l’intimità con una persona più avanti negli anni, ma dovetti ricredermi.
Le sollevai le gambe e, con delicatezza, entrai in lei. All’inizio temevo di farle male, ma fu lei a incitarmi ad avere più decisione. Ben presto fu chiaro che era lei a guidare il ritmo, senza bisogno di parole, solo muovendo il corpo con sicurezza.
Quando sentii che stavo per raggiungere l’apice, mi fermò, stringendomi a sé. Rimanemmo così, abbracciati, in silenzio.
Dopo qualche minuto mi disse: «Vedrai che, nel giro di una settimana, ti renderò un amante perfetto. Sei un po’ acerbo.»
Io la guardai e, con una vocina infantile, le risposi: «Sì, signora maestra.»
Mi ordinò di preparare un’altra canna e di portare la bottiglia. Passammo la notte fumando, bevendo e facendo l’amore, e così fu per i mesi successivi, fino a quando non partii per il primo turno in Iraq, che per la cronaca rischiò di saltare per via delle canne che mi facevo con lei. So solo io le magie che dovetti fare per non essere beccato all’antidoping.
Al mio ritorno ci siamo frequentati ancora, ma sempre più raramente, perché tra le missioni all’estero e il trasferimento a Roma era difficile, se non impossibile, andare a trovarla.
È morta quasi novantenne qualche anno fa. Ancora oggi non le faccio mai mancare i fiori al cimitero. La ricorderò sempre come una delle persone più belle che io abbia conosciuto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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