Gay & Bisex
La mia prima volta
Adam82209
20.02.2026 |
7.017 |
11
"Quello che accadde fu intenso, travolgente, pieno di scoperta reciproca e desiderio..."
Estate 2022. Finita la giornata lavorativa, decisi di andare a bere qualcosa. Come sempre evito locali particolarmente affollati: primo perché già di mio non sopporto il casino, secondo perché ogni tanto mi piace uscire da solo e, in un locale pieno di gente, si finisce sempre per incontrare qualcuno che conosci. Era una di quelle sere in cui vuoi uscire a sbronzarti e tornare a casa, rigorosamente a piedi, riflettendo sulla tua vita.Quella sera scelsi un locale situato in una via sperduta, frequentato per lo più da gay e lesbiche sopra i trent’anni: il posto ideale per un etero che vuole stare in pace. Dietro al bancone c’era un ragazzo sui venticinque anni, di bella presenza. Lo salutai e ordinai una birra. Il locale non era particolarmente pieno: tra tutte e tre le salette non arrivavamo a cinquanta persone. Vicino a me due uomini si baciavano con gusto, mentre sul lato opposto una ragazza era seduta sulle gambe della sua partner e le accarezzava i capelli tra una risata e l’altra.
Bevvi metà della pinta tutta d’un fiato, asciugandomi le labbra col dorso della mano. Fissai il liquido biondo nel bicchiere, immerso nei miei pensieri, completamente isolato dal mondo. Non sentii minimamente il ragazzo che si sedette vicino a me; mi accorsi di lui quando il barista andò a prendere l’ordinazione. Era sicuramente un cliente fisso, perché fu chiamato per nome.
Alzai lo sguardo per qualche istante. Era un ragazzo sui vent’anni, dai lineamenti molto femminili, magro come un’acciuga. Portava capelli lunghi neri con sfumature viola, piercing sul sopracciglio e sulle labbra, carnagione scura e un look da emo. Ritornai alla mia birra senza fare più caso ai due e, vuotato il bicchiere, ne ordinai un’altra, interrompendo la loro discussione. Fu in quel momento che i nostri sguardi si incrociarono. Ci fissammo per qualche secondo; gli sorrisi e proprio allora la seconda birra mi fu servita. I due ricominciarono a parlare. Dopo un po’ si avvicinarono, come a doversi dire qualcosa in via confidenziale. Io mi alzai con il bicchiere in mano, con la voglia di andare a fumare una sigaretta.
Vuotai il bicchiere e, lasciatolo sul bancone, andai fuori a fumare. Dopo un paio di boccate uscì anche il ragazzo, che attaccò bottone nel più classico dei modi:
— Scusa, mi faresti accendere, per favore?
Gli misi in mano il mio Zippo. Si accese la sigaretta e lesse l’incisione ad alta voce:
— I Don’t Want to Set the World on Fire… carino. Comunque piacere, io sono Paolo.
— Fra, piacere mio.
Aveva una voce tra l’infantile e il femminile che, sommata ai lineamenti delicati, lo faceva sembrare una persona fragile, pronta a volare via al primo colpo di vento.
Passarono tre ragazzi che, vedendoci vicini, iniziarono a ridacchiare. Uno di loro, appena arrivò vicino a me, disse:
— Raga, volete due finocchi?
Paolo indietreggiò impaurito. Io, che non avevo voglia di essere preso in giro, mi voltai e gli diedi una sberla talmente forte da farlo ruzzolare per terra. Mi voltai verso l’altro consigliandogli di prendere il suo amico scemo e di levarsi dai coglioni.
— Andiamo, Paolo.
Gli diedi una pacca sulla spalla e tornai dentro, dove ordinai un’altra birra. Lui arrivò poco dopo e, preso da bere, si mise vicino a me. Iniziammo a parlare del più e del meno per tutta la serata, bevendo un bicchiere dopo l’altro. Era una persona piacevole, sensibile e molto intelligente. Non mi accorsi del tempo passato fino a quando il ragazzo del bar non ci disse che di lì a trenta minuti avrebbe chiuso.
Mi alzai per andare via e, con la scusa di fare un pezzo di strada insieme, mi venne dietro. Il furbacchione non abitava proprio sulla mia strada, ma non dissi niente. Alla fine, a casa non mi attendeva nessuno e quattro passi in più avrebbero smaltito la birra bevuta. Arrivati sotto casa sua, mi invitò a salire a bere qualcosa. Accettai senza secondi fini, anche perché potevo essere benissimo suo padre.
La casa era un monolocale piccolissimo e pulito a livelli maniacali. A dire il vero sembrava più la stanza di una teenager, con orsacchiotti, locandine di film, anime e videogiochi, il tutto illuminato da led colorati.
— Benvenuto nella mia casa. Ti chiedo solo di lasciare le scarpe all’ingresso.
Mi fece accomodare su un divano angolare che, una volta aperto, fungeva anche da letto.
— Arrivo subito… birra o gradisci altro?
— Va benissimo quello che bevi tu, caro.
Arrivò con due bottiglie di birra e si sedette vicino a me, sul lato corto del divano.
Per farla breve, ricominciammo a parlare fino a quando me lo ritrovai talmente vicino che le nostre ginocchia si toccavano. Tra un parere su un videogioco e l’altro, tra un film e l’altro, mi ritrovai la sua mano sulla gamba e la sua testa sulla mia spalla. Quando me ne accorsi ebbi un momento d’imbarazzo. Non saprei dire se lui lo notò o se approfittò proprio di quell’istante: quando i nostri sguardi si incrociarono mi baciò, infilandomi la lingua in bocca. Io non me lo aspettavo minimamente. Fino a quel momento vedevo Paolo come una persona casta, pura, quasi asessuata; ma con quel bacio fu come se mi avesse aspirato tutte le convinzioni e le inibizioni che il mio inconscio aveva saldamente costruito nei suoi confronti.
Dopo qualche secondo la mia lingua iniziò a muoversi incontrando la sua, donandomi una sensazione strana: la stessa che provai da ragazzino quando, alle medie, diedi il primo bacio alla fidanzatina di allora. Ero impacciato e soprattutto stupito, più di me stesso che di Paolo. Mai avrei immaginato che avrei baciato un uomo e che mi sarebbe piaciuto. Il concetto preimpostato che fare una cosa del genere mi avrebbe fatto schifo svanì. Il concetto stesso di sesso cambiò completamente da quel momento, scoprendo un lato di me che non conoscevo.
Fu un bacio lunghissimo, uno dei più belli della mia vita. Ci sdraiammo sul divano continuando ancora un po’. Poi andammo in doccia insieme, e da lì a letto. Quello che accadde fu intenso, travolgente, pieno di scoperta reciproca e desiderio. Non fu solo fisico: fu complicità, curiosità, abbandono. Ogni gesto scioglieva un pregiudizio, ogni carezza spostava un confine che avevo sempre creduto invalicabile.
Dopo, restammo vicini, in silenzio. Piano piano iniziai a realizzare quello che era successo. Il mio cervello faticava ad accettare l’idea di aver fatto sesso con un uomo. Mi veniva da piangere. Paolo aveva la testa sul mio petto; sembrava mezzo addormentato.
— Ti senti in colpa, vero?
Non risposi.
— Tranquillo, è normale.
Si alzò e tornò poco dopo con una bottiglia di whisky. Riempì a metà due bicchieri, porgendomene uno.
— Alla salute… Mi farebbe piacere però se restassi.
Mandai giù il contenuto. Il whisky e le parole di Paolo mi tolsero quel senso di malessere che si stava insinuando dentro di me. Alla fine, cosa c’è di male nel vivere la propria sessualità come si vuole? Anche se ormai Paolo non vive più nella mia città, mi rimarrà per sempre il suo ricordo e la gratitudine per avermi fatto conoscere, a quarant’anni suonati, una parte di me che non conoscevo.
Nei mesi successivi ci frequentammo intensamente e l’amore che ho ricevuto da quel ragazzo difficilmente l’ho ricevuto da un’altra persona.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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