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Lui & Lei

Dietro la Porta Socchiusa


di DorianGray28
18.09.2025    |    1.000    |    1 8.3
"In un body nero che era più ombra che tessuto, i suoi fianchi, il seno prigioniero del pizzo..."
Il nome è Marco. Trent'anni, fisico solido, sguardo scuro. I "Fatti" iniziarono in una notte d'inverno, ma la miccia era stata accesa molto prima, sepolta sotto la routine rassicurante e asfissiante della mia relazione con Ginevra. Trentun anni, una bellezza da far male. Un metro e sessantacinque di curve perfette, seno orgoglioso, fianchi stretti e quei piedi. Dio, quei piedi. Un arco perfetto, un 36 da venerare. Il mio peccato segreto, il mio feticcio più oscuro.

Tutto ebbe inizio a un cenone aziendale di Natale. L'aria era carica di alcol e falsa allegria. Alla mia destra, Ginevra. Alla sinistra, Daniela, una collega dal seno generoso e gli occhiali da intellettuale perversa. Di fronte, lui. Simone. Ventiquattro anni, lo sguardo giovane e famelico. E per tutta la sera, gli occhi di Ginevra non si staccarono da lui. Un'ossessione muta, palpabile. Il viaggio di ritorno fu un gelo tagliente, litigate sibilate, porte sbattute. A letto, schiena contro schiena. Il silenzio più assordante.

La vita riprese, piatta, monotona. Fino a quella sera di febbraio.

Vino rosso, luci basse, il calore del suo corpo sul divano. I baci si fecero più profondi, le mani più audaci. La conversazione scivolò sulle fantasie.

"E la tua?" Le sussurrai contro le labbra, per gioco. "Simone?" La sua risposta non fu una risposta. Fu una detonazione.

"Sì, sì, ridi pure. Ma scommetto che ti ecciterebbe vedermi con un altro."

E mentre lo diceva, si spogliò, lentamente, i suoi occhi che non perdevano i miei. E cominciò a raccontare. A sussurrarmi all'orecchio immagini proibite di lei, posseduta, desiderata da un altro. La mia eccitazione fu una fiamma che divora tutto. Li quella sera scopammo come ossessi, con una furia che non provavamo da anni. Era solo l'inizio.

Il martedì seguente, decisi di farle una sorpresa. Tornai a casa presto. Oltre la porta, un suono che riconobbi all'istante: il suo gemito, ma distorto dal piacere. Un piacere che non proveniva da me. Il cuore mi martellava in gola, un mix velenoso di rabbia e desiderio puro. La porta della camera era socchiusa. Spiai. E lì, sul nostro letto, Ginevra a pecorina, i fianchi scossi dagli urti di lui. Simone. La sua schiena sudava, i muscoli tesi. E lei, i miei piedini adorati contratti per il piacere, le dita che affondavano nel materasso.

Rimasi lì, pietrificato, il pugno chiuso e il cazzo di marmo nei pantaloni. Poi entrai. Uno schianto.
Lei si staccò da lui, lentamente, quasi annoiata. Lui si coprì con un gesto goffo, rivelando un'arma impressionante che le sue mani non riuscivano a nascondere. Ma furono i suoi occhi a paralizzarmi. Uno sguardo da troia nata, ebbrezza e sfida. I suoi occhi scivolarono dai miei giù, giù, fino al mio pacco teso.

"Però lo vedi?" Sussurrò, voce roca. "Ti eccita. Guarda, ce l'hai durissimo."

Mi coprii, un gesto ridicolo. "Perché?"

Si alzò, un felino. Si avvicinò, il suo calore mi investì. La sua lingua, bollente, mi percorse l'orecchio, il mio punto debole.
"Fammi essere la vostra troia, ora," mi sussurrò dentro l'anima.

Mi spinse a terra, mi sfilò i pantaloni. Mi mise in ginocchio ai piedi del letto.

"Ora," ordinò, con un sorriso da dea perversa, "segati e leccami i piedi mentre lui mi sfonda con quel cazzone."

E io obbedii. Come uno schiavo. La lingua sui suoi archi plantari sudati, il suono umido dei loro corpi che si schiantavano, il suo gemito trasformato in un grido. Lui la possedeva con una forza brutale. La vide venirle, un tremito violento, poi lo spinse giù, sui suoi quattro zampe, e aprì la bocca. Lo ingoiò tutto, una cosa che non aveva mai fatto con me. Ingurgitò la sua sborra con un gemito di trionfo.

Poi, accompagnò Simone alla porta. Tornò. Labbra gonfie, occhi fumosi.

"Ora," disse, sfidandomi, "se sei un uomo, baciami. Senti che sapore ha il cazzo del tuo collega."

Lo feci. Il sapore salato, proibito, mi ubriacò. Poi mi spinse sul letto, ancora impregnato di loro. "E ora scopami. Scopami mentre sono ancora piena di lui."

Da quel giorno, niente fu più lo stesso. Almeno una volta a settimana, il nostro salotto diventava un palcoscenico per le sue performance. Spesso con Simone, il suo giovane stallone, di cui sembrava non poter fare a meno.

Ma il gioco ha due facce.

Ed è qui che entra in scena Daniela. La collega dagli occhiali a goccia e le labbra carnose, sempre impeccabile in tailleur grigio e camicetta bianca che lasciava poco all'immaginazione su quella quarta di seno prosperoso.
Un giorno, all'ora del caffè, la sfidai. "Aperitivo, stasera?"

Accettò. Uscii prima, un permesso. La seguii fino al centro commerciale. Parcheggio semi deserto, livello -2. Un'aria elettrica tra noi. Mi trascinò in un negozio di intimo. "Aiutami a scegliere," disse, una sfida negli occhi verdi.
La seguii tra pizzi e seta, il cazzo una morsa nei pantaloni. Poi, nel camerino. "Marco, vieni. Dimmi che ne pensi."
Scostai la tenda. Era una visione. In un body nero che era più ombra che tessuto, i suoi fianchi, il seno prigioniero del pizzo. Vedeva la mia erezione, il mio desiderio muto.

"Siamo qui, peccato," disse, un ghigno.

"La mia casa. Ginevra non c'è." Dissi la prima cosa che mi venne in mente, spinto dalla follia.

Accettò senza battere ciglio. In macchina, la sua mano fu audace, si chiuse sul mio cazzo attraverso il tessuto, accarezzando, stuzzicando per tutto il viaggio. In ascensore, mi schiacciò contro lo specchio, la sua lingua in gola, le sue mani sui miei glutei.

In casa, proseguì il gioco.
"Non hai paura che arrivi la tua compagna?"
"No." Risposi
"Sei pazzo." Disse lei con un ghigno stampato sul viso poi aggiunse

"E tu mi guardi le tette da sempre, porcello," rise, liberando i suoi capelli. Era vero, ma non pensavo se ne fosse accorta.

Dopo un bicchiere di prosecco, e qualche battuta sconcia e provocatoria, finimmo in camera. Io che mi spogliavo freneticamente, lei già in ginocchio, che mi liberava dallo slip e affondava il viso tra le mie gambe.

"Che buon odore," gemette, prima di ingoiarmi con una bocca esperta, vorace. Mi guardava, mentre lo faceva, gli occhiali appannati dal desiderio.

La sollevai, la gettai sul letto. Il mio turno. Baci, morsi, leccate. Scesi lungo il suo corpo, divorando ogni centimetro. Le scostai le mutandine, bagnate, trasparenti. Il suo profumo, muschiato e floreale, mi stordì. La lingua trovò il suo clitoride gonfio e lei urlò, arcuandosi.

Mi girò, in un 69 perfetto, disperato. Io che le leccavo la fica con foga, lei che mi succhiava le palle, il cazzo, spingendosi più in giù, fino a quel punto nascosto e verginale che nessuna aveva mai esplorato. Eravamo animali, persi in un vortice di sensazioni.

Stavo per fermarmi, per girarmi e finalmente penetrarla, quando alzai lo sguardo...
Sulla porta, immobile, c'era Ginevra.

Non urlava. Non piangeva. Ci guardava, muta. Gli occhi sgranati, le labbra serrate in una linea sottile. E in quel silenzio, vidi brillare in loro non la rabbia, ma un barlume di eccitazione pura, feroce.
"Oddio," esclamai io, fermandomi di colpo.

Daniela smise di succhiare, spostò la testa per guardare. Il suo volto si irrigidì in un mask of horror.
"Merda," sibilò.

(Gli occhi di Ginevra, intanto, scendevano lungo il corpo nudo di Daniela, poi su di me, completamente in balia del piacere. Un sorriso lentamente, lentamente, iniziò a curvarle le labbra.)

To be continued.....
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