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Lui & Lei

Eri Venuto Per Scopare? Ora Ti Scopo Io


di DorianGray28
24.11.2025    |    2.083    |    2 9.7
"Mi guardò con una strana espressione, un misto di dispiacere e rispetto per il mio limite..."
Il periodo successivo al mio addio burrascoso con Laura fu un vortice di caos emotivo e solitudine. Laura, la mia ex, aveva fatto il suo casino con Marika, e io ero rimasto solo, sommerso da insulti e silenzi. Mi ritrovai single, ma con una vita lavorativa da ricostruire. Iniziai a rifugiarmi su LinkedIn, un social network per professionisti, cercando di rimettermi in moto.
Fu così che entrai in contatto con Sergio, un napoletano trapiantato a Piacenza, che gestiva un gruppo di consulenza informatica. Presto, l'attività digitale si trasformò in progetti "reali" – corsi, networking, team building. Eravamo una decina di persone, e dopo un periodo fitto di Skype e email, decidemmo: era ora di un incontro di persona. La location scelta era un magnifico agriturismo sulle colline piacentine. Un invito che, semplicemente, non si poteva rifiutare.
Arrivai in anticipo. Pensavo di essere il primo, ma lì c'era già Sonia. Una piccoletta bionda, minuta (il mio tipo, ovviamente!), che avevo conosciuto in videochiamata. Era decisamente pazza, amante di auto da corsa, buon vino e, a quanto pareva dalle sue uscite, molto disinibita. Di persona, era ancora più carina: capelli chiari come paglia, occhi svegli e un corpo nervoso, pieno di energia.
Ci accomodammo in veranda, godendo della vista magnifica sulle colline e ordinando vino per ingannare l'attesa. Mi parlò del suo divorzio difficile, dei figli esigenti, e di un recente licenziamento. Io le raccontai della mia uscita dall'azienda. Iniziammo a scherzare e a ridere con una naturalezza inebriante. Quando gli altri arrivarono, fui quasi dispiaciuto.
Dopo le presentazioni, finimmo tutti a tavola. Lei si sedette strategicamente al mio fianco. La serata fu piacevole, tra progetti e cazzate, il tutto generosamente innaffiato da un Sangiovese assolutamente traditore.
Credo sia stato il vino a spingere Sonia a compiere il primo gesto: mi mise una mano sulla gamba, proprio sopra il ginocchio, e la lasciò lì. Un contatto prolungato, una confidenza da vecchi amanti. Qualcuno degli uomini al tavolo lo notò, lanciandoci sguardi interrogativi.
L'imbarazzo mi divampò, soprattutto quando lei si avvicinò al mio orecchio, il suo alito caldo che sapeva di Sangiovese e seduzione, e mi sussurrò:
"Mi fai sesso," per poi scoppiare in una risata fragorosa e girarsi a parlare con il vicino.
Da quel momento, mi ignorò completamente, lasciandomi a disperarmi per le sue intenzioni. I minuti passavano. Alcuni si ritirarono. Quando la festa si sciolse, io ero tra quelli che cercavano di convincerla a prendere una camera lì, pensando che non avrei mai potuto perdere un'occasione così. Rifiutò: il costo era insostenibile, data la sua situazione.
Rimasi con gli altri, stanco e frustrato per l'occasione mancata. Pochi minuti dopo essermi ritirato nella mia camera, sentii il telefono ronzare. Era un suo messaggio:
Domani mattina mi trovi qui dalle 10. Suona e sali al 3° piano.
C'era un indirizzo. Risposi con un semplice ok. Il secondo messaggio era più lungo: conteneva le regole. Un gioco strano, ma decisamente intrigante. Mi piace giocare con la mente, anche se di solito sono io a condurre.
La mattina dopo mi alzai prima di tutti. Guidai per mezz'ora fino a una palazzina in un paesino piccolo e aquanto sconosciuto. Suonai il campanello. La sua voce mi rispose dal citofono, dandomi istruzioni brevi e precise.
Entrai nell'appartamento, chiudendo la porta alle mie spalle. La prima regola: togliermi scarpe e calze appena dentro. Feci come richiesto, camminando sul parquet con i piedi nudi. Proseguii lungo il corridoio, spinto da una tensione febbrile, verso una porta socchiusa da cui filtrava una luce calda.
Aprii lentamente. Sonia era seduta sul letto, vestita con un completino intimo nero che le fasciava il corpo minuto in modo aggressivo. Era uno schianto.
Si alzò e si avvicinò, girandomi intorno. Quando fu alle mie spalle, appoggiò il suo corpo sul mio, il calore della sua pelle che mi inondava.
"Sapevo che saresti venuto," mi sussurrò nell'orecchio, il suo respiro caldo che mi solleticava il collo. "Dimmelo che è da ieri che hai voglia di scoparmi, che non hai pensato ad altro che alla mia figa."
Mentre mi parlava, la sua mano scese sui miei pantaloni. Avevo una voglia matta di toccarla, baciarla, liberarle il seno, ma la prima regola era assoluta: non avrei dovuto mai toccarla se non me lo avesse detto lei.
Rimasi immobile, come un burattino in attesa del comando.
Le sue mani mi slacciarono e sfilavano la camicia. Poi mi si mise di fronte, guardandomi fisso negli occhi, e avvicinò le sue labbra alle mie in un bacio breve ma violento, spingendo la lingua per un contatto fugace.
Senza staccare gli occhi dai miei, scivolò lentamente ai miei piedi. Mi aprì la cintura e i bottoni dei jeans. Abbassò la cerniera. La sua bocca cercò la punta del mio cazzo attraverso la tela sottile dei boxer, mentre le sue mani mi stringevano i glutei. Mi parlava con una voce bassa, sensuale, da vera padrona porca.
"Sai cosa faccio ora, vero? Ora me lo infilo tutto in gola e ti succhio finché non urli di piacere. Voglio bere tutto quello che hai. E poi voglio scoparti come non ha mai fatto nessun'altra."
Mi tolse pantaloni e intimo, lasciandomi nudo. Si alzò. Anche il suo corsetto era sparito, liberando un seno più grande e invitante di quanto avessi immaginato. Che non potevo toccare.
Si avvicinò, strusciandosi contro di me, pelle contro pelle. La sua lingua di nuovo nella mia bocca, la sua mano che mi segava il membro teso.
Mi tirò verso il letto e mi fece sedere. Si divertiva a muovermi come il suo burattino.
Di nuovo in ginocchio tra le mie gambe, la sua testa andò su e giù sul mio cazzo. La lingua era veloce, le labbra serrate, il cazzo le violava la gola e i suoi occhi non lasciavano mai i miei. Volevo afferrarle i capelli, ma la tortura autoimposta era estenuante.
Una mano si fece strada sotto di me. Un dito cercò di penetrarmi l'ano, una pratica che avevo sempre rifiutato, ma le regole le faceva lei. La lasciai fare, con lo stesso ritmo con cui la bocca ingoiava il mio bastone.
Volevo venire, ma lei sembrava percepire il mio limite, lasciandomi prendere fiato solo per un attimo. Poi, abbassò lo sguardo. La velocità aumentò quel tanto che bastava per farmi sentire una scarica di brividi. Il mio bacino si mosse involontariamente con la sua testa, il suo dito seguiva quella danza, penetrandomi sempre più a fondo, mentre ascoltavo il rumore forte del suo succhiare.
Venni.
Venni in modo prepotente, rumorosamente, stringendo le lenzuola e inondandole la gola con il mio sperma. Lei rallentò, ma senza fermarsi del tutto. Teneva gli occhi chiusi, bevendo il mio piacere.
"Questo è solo l'inizio, tesoro," mi disse non appena riuscì a parlare. "Ora mi prendo ciò che voglio..."
Mi fece sdraiare sul letto. Prese una lunga sciarpa di cotone e la usò per legarmi le mani alla testiera del letto. La lasciai fare. Non ero abituato, ma la novità mi eccitava.
Scivolò in mezzo alle mie gambe e me le divaricò. Leccò il cazzo ancora incapace di reagire, poi le palle, fino alla base. La sua lingua cercò il mio ano, ci girò intorno, lo penetrò.
Aprì il cassetto del comodino ed estrasse un tubetto di gel. Se lo spalmò sulle dita e poi iniziò a penetrarmi. Un dito, mai due, perché aveva capito che il troppo non mi piaceva.
L'altra mano mi segava il membro. I suoi occhi erano fissi nei miei. Stavo godendo.
Si sfilò e cercò di nuovo nel cassetto. Ne estrasse un dildo a due punte e lo strap-on. Avevo capito dove voleva arrivare. Un istinto mi suggerì di fermarla; a questo non ero preparato. Ma l'atmosfera era ipnotica.
Si sfilò le mutandine di fronte a me, allargando le gambe per mostrarmi la sua figa fradicia di umori a pochi centimetri dal mio volto.
Avvicinai la testa e iniziai a leccargliela. Me lo lasciò fare solo per qualche secondo, poi mi tirò indietro. Succhiò una delle due punte del dildo e se lo fece scivolare in figa.
Prese lo strap-on, e lo spalmò di gel. Mi guardò con un sorriso carico di promesse:
"Eri venuto qui per scoparmi, vero? Ora ti scopo io..."
Le dissi che, pur essendo eccitato, non ero il tipo per l'anale da attiva, le chiesi scusa. Mi guardò con una strana espressione, un misto di dispiacere e rispetto per il mio limite.
Si tolse lo strap-on, sciogliendomi le mani.
Se le portò direttamente sui seni. Finalmente, potei stringerglieli. Avevo voglia di riprendere il controllo, ma lei era più veloce.
Prima che potessi fare qualcosa, era tornata sopra di me e si stava impalando sul mio cazzo, che era di nuovo dolorante dal tanto che era in tiro. La sua figa era così bagnata che le scivolai dentro senza alcuno sforzo. Iniziò subito a muoversi, cavalcandomi con furia.
La presi e la tirai verso di me, bloccandola in un abbraccio violento. Con un urlo strozzato di piacere, le venni dentro, in un ultimo getto disperato.
Rimanemmo così, i respiri che si facevano più regolari. Poi lei si alzò.
"Scopi bene, magari ci risentiamo. Ma adesso devi andare, tra un po' tornano i bambini."
Praticamente mi buttò fuori in cinque minuti.
In auto, pensavo che non l'avrei più rivista, che non la volevo più vedere. Ero sconvolto, eccitato, ma anche confuso dal suo controllo. Invece, mi sbagliavo, e di grosso.

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