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orge

Senza più limiti


di DorianGray28
03.02.2026    |    2.880    |    1 9.8
"Quando le sue dita si chiusero intorno al mio sesso, sentii una scossa risalirmi lungo la spina dorsale..."
Tutto ebbe inizio con una manciata di parole luminose su uno schermo buio, una promessa che bruciava come una brace sotto la cenere della quotidianità: ‘Coppia con lui contemplativo cerca singoli o gruppi per incontri ad alta temperatura’.

Risposi quasi per istinto, guidato da quella fame atavica che mi porto dentro dai tempi dell'università. Non è esibizionismo, né insicurezza; è il fascino primordiale del branco, l'elettricità che scatta quando l'attenzione di più uomini converge su un unico, magnifico punto focale femminile. Non mi aspettavo nulla, e invece arrivò la mail di Mario. E con essa, le foto.

Francesca. Anche con il viso oscurato, il corpo di quella donna urlava sesso. Una cascata di riccioli rossi come il fuoco che le scendevano sulle spalle, una pelle diafana che chiedeva di essere segnata, due seni perfetti che sfidavano la gravità e curve disegnate per far perdere la testa a un santo. Era una bellezza illegale. L'idea che suo marito volesse offrirla a noi, come un banchetto proibito, mi fece pulsare il sangue nelle tempie all'istante.

Coinvolsi i soliti compagni di caccia: Franco, Vito e Salvo. L'incontro preliminare con Mario servì a fissare le regole del gioco. Mario era un uomo dall'aspetto ordinario, ma nei suoi occhi brillava la luce febbrile del voyeur, mista a una strana rassegnazione. «Il preservativo è obbligatorio, sempre» disse, con voce ferma ma sottilmente tremante. «E niente penetrazione vaginale. Bocca e culo, tutto quello che volete. Ma la fica no. Quella è off-limits». Accettammo. Con una donna del genere, anche solo respirare la sua stessa aria sarebbe stato un privilegio. Ma Mario aveva in serbo una sceneggiatura precisa: Francesca sarebbe stata bendata. Non doveva vederci, doveva solo sentirci. Doveva essere una preda inconsapevole in un appartamento sconosciuto.

Il giorno dell'incontro, l'aria nell'appartamento era elettrica, densa di un testosterone nervoso e di un silenzio quasi religioso. Quando arrivarono, il cuore mi martellava nel petto. Mario la fece entrare. Vederla dal vivo fu uno shock fisico. Indossava un vestitino leggero che scivolava sulle sue forme come acqua, la benda sugli occhi che le conferiva un'aria di vulnerabilità erotica devastante. Le gambe, leggermente divaricate mentre sedeva sul divano, erano un invito al peccato.

Mario, con la solennità di un cerimoniere perverso, ci fece preparare. Fu lui stesso, con mani esperte e sottomesse, a srotolare i preservativi sui nostri membri ormai turgidi e impazienti. Un gesto di servizio che sottolineava il suo ruolo: lui era lì per servire il nostro piacere e quello di sua moglie, relegato al ruolo di spettatore nell'ombra.

Francesca era lì, immobile. Il profumo della sua pelle riempiva la stanza, un misto di fiori e l'odore acre dell'eccitazione che saliva. Mi avvicinai per primo. «Ciao, sono Angelo» sussurrai. Lei mi offrì la guancia. La sua pelle scottava. «Quanti siete?» chiese, la voce incrinata da un desiderio misto a paura. «Quattro». Fece un respiro profondo, il petto si alzò e si abbassò, e lì capii che la vittima sacrificale era in realtà la sacerdotessa del rito. Si alzò e lasciò cadere il vestito. Sotto, solo un paio di mutandine che nascondevano a malapena il triangolo di fuoco.

Il ritmo accelerò in un istante. Francesca prese il comando senza bisogno di vedere. Le sue mani cercavano, afferravano, guidavano. Toccò i nostri corpi, assaporando la consistenza dei muscoli e l'acciaio delle nostre erezioni. Quando le sue dita si chiusero intorno al mio sesso, sentii una scossa risalirmi lungo la spina dorsale. Si mise carponi. La vista del suo sedere perfetto, offerto e invitante, ci fece perdere ogni freno inibitore. Mentre Franco le tormentava i capezzoli duri come diamanti e lei ingoiava avidamente il membro di Vito, io e Salvo ci concentrammo sul retro.

Era un delirio di carne e sospiri. Mario, in un angolo, si masturbava freneticamente guardando la moglie usata come un oggetto di piacere comune, arrivando persino a usare un dildo su di lei e poi su se stesso, in una spirale di auto-umiliazione ed estasi. Ma Francesca voleva di più. Mentre la possedevo analmente, sentendo le pareti del suo sfintere stringermi in un abbraccio bollente, lei raggiunse l'apice più volte, inondandoci dei suoi umori. Ma c'era una tensione irrisolta, una barriera che voleva infrangere.

All'improvviso, con un gesto rabbioso, si strappò la benda. I suoi occhi verdi, liquidi e feroci, ci misero a fuoco uno per uno. Poi si piantarono sul marito, folgorandolo. «Ti sei divertito a guardare, eh?» ringhiò, magnifica nella sua furia erotica, i capelli rossi scompigliati, il corpo imperlato di sudore. «Adesso basta. Ora mi diverto io».

Si voltò verso di me, mi spinse sul divano e mi prese in bocca con una voracità che mi tolse il fiato. Non c'era più delicatezza, solo fame pura. Poi, infrangendo l'unica regola rimasta, l'unico tabù imposto dal marito, si mise a cavalcioni su di me. Guidò il mio membro direttamente nella sua vagina bagnata, spingendo fino in fondo con un gemito che sembrava provenire dal centro della terra. «Chi mi vuole dietro?» urlò, con voce roca, sfidando chiunque a fermarla.

Fu l'apoteosi. Io ero dentro di lei, avvolto dal calore umido e pulsante della sua intimità proibita, mentre Salvo la penetrava analmente. Eravamo connessi, uniti nel corpo di quella donna straordinaria che si muoveva su di noi con la grazia di una danzatrice e la lussuria di una professionista. Sentivo le spinte di Salvo attraverso la parete sottile che ci separava dentro di lei, una "doppia pienezza" che la faceva urlare di un piacere quasi insopportabile, mentre le sue piccole labbra accarezzavano le mie parti intime a ogni affondo.

Venni con una violenza inaudita, svuotandomi completamente dentro di lei, mentre lei raggiungeva un orgasmo che le scosse tutto il corpo, lasciandoci tutti e tre ansimanti, in un groviglio di arti e sudore. L'odore del sesso era così denso da poterlo quasi masticare. Francesca, esausta ma trionfante, si alzò. Il preservativo, scivolato via, rimase per un istante dentro di lei, un piccolo trofeo della nostra unione che lei rimosse ridendo, prima di ripulirmi con la bocca.

Si rivestì lentamente, recuperando una compostezza regale mentre il marito, livido e silenzioso, la attendeva. Raccolse le sue mutandine da terra e me le lanciò. «Trofeo di guerra» sussurrò, con un sorriso enigmatico che prometteva tutto e niente. Mario la seguì fuori come un'ombra sconfitta. Sulla soglia, lei si voltò un'ultima volta, ignorando gli altri. Il suo sguardo mi trapassò. «Spero di rivederti, Angelo».

Non li ho mai più sentiti. La mail disattivata, nessun numero. Sono spariti nel nulla. Ma certe notti, quando chiudo gli occhi, sento ancora il profumo della sua pelle, rivedo il rosso dei suoi capelli sparsi sul mio petto e il calore avvolgente di quel pomeriggio in cui una dea bendata ci ha regalato il paradiso, per poi portarselo via per sempre.
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