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Barista Sottomessa 21 – Scopata in bocca
29.06.2026 |
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"Sara si trovò a inghiottire tutto di colpo, convulsamente, mentre lui continuava a pulsare e scaricare..."
Sara aveva chiuso il bar da pochi minuti. Il locale era immerso nel silenzio, illuminato solo dalle luci di emergenza. Indossava ancora la sua uniforme: camicetta bianca semi-trasparente che le segnava i seni sodi e turgidi, gonna nera cortissima da cameriera e, sotto, niente. Il Padrone le aveva ordinato di togliere le mutandine già da ore. Il marchio della Fenice sulla natica destra pulsava ancora leggermente sotto il tessuto quando si muoveva.Stava pulendo il bancone quando sentì la porta sul retro aprirsi. Il cuore le balzò in gola. Lui entrò con quel passo deciso, sguardo famelico e possessivo.
«Padrone…» mormorò lei, abbassando subito gli occhi.
Lui non rispose. La afferrò per i capelli corti e spettinati, tirandola verso di sé con forza. La baciò brutalmente, mordendole il labbro inferiore, poi la spinse in ginocchio proprio lì, dietro al bancone.
«Apri quella bocca da troia. Stasera la uso come fosse la tua figa.»
Sara ubbidì all’istante, spalancando la bocca e tirando fuori la lingua, gli occhi già lucidi di eccitazione. Lui tirò fuori il cazzo già duro e grosso, venoso, e glielo sbatté sulle labbra. Poi, senza alcun preavviso, le afferrò la testa con entrambe le mani e spinse.
Il primo affondo fu profondo. Sara sentì la cappella grossa forzare la gola, arrivandole quasi fino all’esofago. Emise un suono strozzato, gli occhi che si riempivano di lacrime, ma non si tirò indietro. Lui non le diede tregua.
Iniziò a fotterle la bocca con violenza, come se stesse inculando il suo culo. Spinse fino in fondo, facendo sparire tutto il cazzo tra le sue labbra carnose. Il naso di Sara premeva contro il suo pube ad ogni stoccata. La saliva le colava copiosamente dal mento, bagnandole la camicetta trasparente e rendendo i capezzoli ancora più evidenti.
«Cazzo… sì… prendi tutto, puttanella. Questa bocca è solo un buco per me.»
La scopava senza pietà, tirandole i capelli per tenere la testa ferma mentre spingeva con foga. Ogni affondo le faceva sbattere la gola, producendo rumori osceni e bagnati. Sara gorgogliava, soffocava, le lacrime che le rigavano le guance, il mascara che colava. Eppure la figa le gocciolava lungo le cosce, eccitata da quell’uso brutale.
Lui accelerò, usando la sua bocca come un sesso vero e proprio: colpi lunghi, profondi, violenti. La cappella le arrivava fino in gola ad ogni spinta, dilatandola, possedendola completamente. Sara cercava di respirare dal naso quando poteva, ma lui non le dava quasi respiro. La stava letteralmente scopando in gola.
«Guardami mentre ti sfondo la bocca.»
Sara alzò gli occhi lucidi verso di lui, sottomessa, mentre il cazzo le spariva tra le labbra fino alle palle. Lui ringhiò di piacere vedendo quella faccia da troia distrutta.
Poi, senza alcun preavviso, le tenne la testa schiacciata contro il suo bacino, il cazzo completamente affondato nella gola.
«Prendi tutto, troia.»
Venne. Fiotti potenti, densi e caldi di sborra le esplosero direttamente in gola, profondi. Sara si trovò a inghiottire tutto di colpo, convulsamente, mentre lui continuava a pulsare e scaricare. Il seme era abbondante, spesso, le riempì la bocca e la gola in un’unica, lunga scarica. Lei deglutì freneticamente, gli occhi spalancati, cercando di non soffocare, sentendo il sapore forte e muschiato che le scendeva nello stomaco.
Qualche goccia densa le sfuggì dalle labbra, colandole sul mento e sulla camicetta, ma ingoiò quasi tutto come la brava puttanella che era.
Lui rimase dentro ancora qualche secondo, godendo degli spasmi della sua gola intorno al cazzo, poi lo tirò fuori lentamente, lasciando un filo spesso di saliva e sborra che le collegava le labbra al membro.
Sara rimase in ginocchio, ansimante, tossendo leggermente, il viso distrutto: lacrime, saliva, mascara colato, labbra gonfie e rosse. Si passò la lingua sulle labbra, raccogliendo le ultime tracce di lui.
«Grazie Padrone…» sussurrò con voce roca, la gola dolorante. «Ho ingoiato tutto… come vuoi tu.»
Lui le accarezzò la guancia con il pollice, spalmando un po’ di sborra rimasta, e sorrise freddo.
«Brava. Domani voglio che lavori con questo sapore ancora in bocca. E stasera, prima di andare a casa, ti scopo anche il culo. Il tuo marchio della Fenice merita un altro promemoria.»
Sara, ancora in ginocchio con la figa fradicia e la gola piena del suo sapore, annuì devota.
«Sì, Padrone… usami come vuoi. Sono solo la tua barista sottomessa.»
Mentre lui la faceva alzare e la piegava sul bancone, Sara sapeva che la sua degradazione non aveva più limiti. E ne era felice.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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