lesbo
La libreria dopo la chiusura
23.12.2025 |
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"Le mani di Giulia trovarono i fianchi di Irene, li strinsero, tirandola più vicina fino a farla sedere quasi in grembo..."
La neve cadeva lenta e fitta oltre le vetrine, imbiancando le strade deserte. Dentro, la libreria era già avvolta nel silenzio delle undici passate: luci principali spente da ore, solo le quattro lampade da lettura color ambra a creare pozze di calore dorato tra gli scaffali.
La chiave girò con quel clic morbido che a Giulia suonava sempre come un sospiro di resa.
Chiuse la porta alle sue spalle, ma non riaccese il corridoio.
Camminò piano, i passi attutiti dal tappeto logoro, fino a trovarla.
Irene era lì, come previsto.
Seduta per terra tra poesia e teatro, schiena contro lo scaffale, un libro aperto sulle ginocchia, cuffie mezze calate sul collo.
La maglietta nera si era sollevata di qualche centimetro sul fianco sinistro, lasciando scoperta una striscia di pelle pallida e morbida appena sotto l’ombelico.
Quando alzò gli occhi e la vide, non disse nulla.
Solo un sorriso lento, obliquo, che partiva dagli angoli degli occhi e finiva sulle labbra appena socchiuse.
Un sorriso che diceva: finalmente sei tornata.
«Pensavo fossi già uscita» provò Giulia, ma la voce le uscì bassa, incrinata.
Irene inclinò appena la testa, lasciando che una ciocca castana le scivolasse sul collo. «Bugia tenera» mormorò.
«Hai fatto il giro due volte, hai spento le luci del corridoio per non farti vedere dalla strada… e poi sei tornata indietro apposta per me».
Giulia sentì il calore salirle dal petto fino alle guance, poi più in basso, un formicolio lento che si annidava tra le cosce.
Non negò.
Non aveva più senso.
Si lasciò scivolare a terra di fronte a lei, ginocchia piegate, a un soffio di distanza. Le loro cosce quasi si sfioravano.
L’aria tra loro era densa: odore di carta vecchia, cuoio delle rilegature, tè alla liquirizia sulle labbra di Irene e quel profumo leggero di vaniglia che si posava sempre dietro le sue orecchie.
Silenzio.
Solo il loro respiro che si cercava.
«Sai qual è stata la prima cosa che mi ha fatto perdere la testa?» sussurrò Irene dopo un po’, la voce leggermente roca.
Le sue dita accarezzavano distratte il bordo della pagina aperta.
«Quando ti ho vista allungarti per prendere un volume dall’ultimo scaffale. La maglietta ti è salita sulla schiena… ho visto la linea della spina dorsale, la curva dei fianchi, quel piccolo neo proprio lì, sotto le costole. Ho dovuto mordermi il labbro per non fare rumore».
Giulia chiuse gli occhi un istante.
Quando li riaprì, lo sguardo le era sceso sulla bocca di Irene.
«Io invece… ogni volta che ti vedevo leccarti il labbro inferiore mentre leggevi le bozze… mi immaginavo quella lingua altrove».
Il silenzio tornò, ma stavolta era elettrico.
Irene posò il libro di lato, con lentezza deliberata.
Si sporse in avanti fino a far toccare le ginocchia.
Un contatto leggero, eppure bastò a far sobbalzare entrambe.
«Posso toccarti?» chiese piano.
Giulia annuì, un movimento piccolo ma deciso.
Le dita di Irene le sfiorarono prima il polso, seguendo la vena che pulsava visibile sotto la pelle.
Poi risalirono lungo l’avambraccio, lasciando una scia di pelle d’oca.
Quando arrivarono al collo, il pollice tracciò la linea della mandibola, scese lungo la gola, si fermò nella fossetta tra le clavicole premendo appena, sentendo il battito impazzito.
«Sei bollente qui» mormorò.
Le loro bocche si sfiorarono prima di baciarsi davvero: respiri che si mescolavano, labbra che si sfioravano appena. Irene le accarezzò il labbro inferiore con la lingua, una carezza umida e lentissima.
Giulia emise un suono soffocato.
Fu sufficiente.
Il bacio si fece profondo, affamato.
Lingue che si cercavano, si intrecciavano, si assaggiavano con una fame accumulata da mesi.
Irene le succhiò piano il labbro inferiore, poi lo morse delicatamente, strappandole un altro gemito.
Le mani di Giulia trovarono i fianchi di Irene, li strinsero, tirandola più vicina fino a farla sedere quasi in grembo.
Irene le infilò le dita tra i capelli, tirando appena per inclinarle la testa e baciarla ancora più a fondo.
Scese poi con la bocca lungo il collo, lasciando una scia di baci umidi, mordicchiando la pelle sensibile sotto l’orecchio.
Quando arrivò alla clavicola, leccò la piccola depressione e soffiò piano.
Giulia inarcò la schiena, le unghie che si conficcavano nei fianchi di Irene.
«Voglio sentirti» sussurrò Irene contro la sua pelle.
Le mani scesero lente lungo la pancia di Giulia, accarezzando la pelle nuda appena sotto l’ombelico.
Slacciò il bottone dei jeans con calma, fece scendere la zip con un suono piccolo e osceno nel silenzio.
Infilò la mano dentro, prima solo sopra le mutandine. Sentì il calore umido che traspariva dal cotone sottile.
Passò le dita aperte, premendo piano sul monte di Venere, tracciando cerchi lenti.
Giulia ansimò, la testa che cadeva all’indietro contro lo scaffale.
«Sei già fradicia…» mormorò Irene, quasi adorante.
Le dita scivolarono sotto l’orlo delle mutandine.
Prima il dorso della mano, sfiorando i peli morbidi.
Poi indice e medio che si aprivano piano le piccole labbra, scoprendo la carne calda, scivolosa, gonfia.
Quando trovò il clitoride – piccolo, turgido, sensibilissimo – lo accarezzò con la punta delle dita, cerchi leggeri e lentissimi all’inizio.
Poi aumentò la pressione, cerchi più ampi, più decisi.
Il respiro di Giulia si spezzò.
Irene le infilò un dito dentro, piano, sentendo le pareti stringersi subito, calde e bagnate.
Entrò ed uscì lentamente, poi aggiunse il secondo dito. Li curvò verso l’alto, cercando quel punto leggermente ruvido.
Lo trovò.
Lo premette.
Giulia gemette forte, un suono che riecheggiò tra gli scaffali.
Le mani afferrarono i fianchi di Irene, le unghie che affondavano.
«Lì… cazzo, lì…»
Irene sorrise contro il suo collo, mordicchiandolo mentre continuava: dentro e fuori, sempre più profonde, sempre più veloci.
Con il pollice tornò sul clitoride, cerchi piccoli e precisi, mentre le altre due dita spingevano ritmicamente, sfregando contro quella parete interna che la faceva tremare.
Il suono era bagnato, viscido, osceno, accompagnato dai respiri affannati di entrambe. Irene sentiva i muscoli interni contrarsi sempre più forte, sempre più vicini.
«Vieni per me» le sussurrò all’orecchio, mordendole il lobo.
«Vieni sulle mie dita, amore… fammi sentire quanto sei bagnata quando esplodi».
Giulia si irrigidì.
Un ultimo gemito strozzato, poi il corpo si inarcò, le cosce che tremavano violentemente, le pareti che pulsavano ritmicamente intorno alle dita di Irene, stringendole, un fiotto caldo che le bagnò la mano e scivolò lungo il polso.
Irene rallentò, ma non si fermò subito: movimenti più dolci, delicati, accompagnando l’orgasmo fino all’ultima contrazione, prolungandolo il più possibile. Solo quando Giulia le afferrò il polso, troppo sensibile, si fermò.
Si guardarono, bocche aperte, occhi scurissimi, respiri che si mescolavano. Irene portò la mano lucida alle labbra di Giulia. Lei le aprì senza esitare e le succhiò, assaporando se stessa sulla lingua dell’altra.
«Domani ci buttano fuori» sussurrò Giulia, ancora tremante.
Irene le baciò la fronte sudata, poi le labbra, piano. «Allora stanotte facciamo in modo che domani sembri un prezzo ridicolo».
La neve continuava a cadere fuori.
Dentro la libreria chiusa, le loro mani ripresero a cercarsi, lente, sicure, senza più bisogno di parole.
Solo pelle, calore, respiri che si fondevano nel buio profumato di libri e desiderio.
E la mattina dopo, quando aprirono il negozio alle nove in punto, le loro dita si sfioravano ancora sopra il bancone – un tocco segreto, leggero, come la promessa di continuare quando le luci si fossero spente di nuovo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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