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Gay & Bisex

Il metro rubato -parte 2


di RobustoNordest
22.12.2025    |    2.550    |    2 8.5
"Bastarono pochi movimenti veloci: venne copiosamente, fiotti caldi che schizzarono sulle salviette, il corpo che tremava..."
Il Metro Rubato: Parte Seconda – La Prima Misurazione Condivisa
I giorni successivi al post su furono un’esplosione.
Giacomo controllava il blog ossessivamente: le visualizzazioni schizzavano, i commenti si accumulavano a centinaia ogni ora.
La comunità virtuale – quel mondo nascosto di uomini che, come lui, fantasticavano su corpi maschili – sembrava aver trovato nella “pratica della misurazione” un feticcio condiviso, quasi rituale.
“È la cosa più intima che ci sia,” scriveva uno.
“Ti affidi completamente a un’altra mano,” aggiungeva un altro.
Giacomo leggeva e rileggeva, sentendosi meno solo, più potente.
Per alimentare il fuoco, decise di postare qualcosa di più concreto.
Due nuovi articoli, con foto allegate.
Non osava ancora coinvolgere altri: le immagini mostravano solo lui, nudo dalla vita in giù, il cazzo prima flaccido e poi eretto, tenuto fermo dalle sue stesse mani mentre il metro da sarta della mamma scorreva lungo l’asta. 16,5 centimetri da moscio, 17,8 da duro.
Le didascalie erano crude: “La prima volta che mostro la mia misura reale. Chi vorrebbe fare lo stesso con me?”.
I like e i commenti triplicarono in una notte.
Tra i migliaia di messaggi, uno lo colpì particolarmente.
Era di Giulio.
Giulio aveva la sua stessa età, diciannove anni appena compiuti, e abitava al piano di sopra, scala B.
Si conoscevano da anni: saluti frettolosi nell’atrio del condominio, qualche chiacchiera in ascensore, serate condivise in locali bisex dove entrambi fingevano di essere lì “per curiosità”.
Giulio era famoso nel giro: gestiva un profilo OnlyFans di successo, foto e video di sé nudo, sempre senza volto, che gli avevano fruttato soldi veri – abbastanza da permettersi l’appartamento da solo e vestiti che Giacomo invidiava.
Un pomeriggio di gennaio, con la neve che iniziava a cadere fitta fuori dalle vetrate, si incrociarono per caso in centro.
“Caffè?” propose Giulio.
Si rifugiarono in una caffetteria calda, tavolino d’angolo, cappuccino fumanti. Parlarono di tutto e niente: lavoro, amici comuni, l’ultimo concerto.
Ma le mani non staccavano mai dai telefoni, scrollando profili, notifiche, storie.
A un certo punto Giulio alzò gli occhi, sorrise malizioso.
“Ho visto i tuoi ultimi post. Quella storia del metro… figa.”
Giacomo arrossì, ma l’eccitazione prevalse. “Ti piace l’idea?”
“Mi fa impazzire,” ammise Giulio a voce bassa.
“Senti, se vuoi, possiamo fare un video per il tuo sito, tu che misuri me. Senza volti, senza dettagli riconoscibili della casa. Solo corpi, mani, il metro. I fan pagherebbero oro per una cosa del genere.”
Giacomo sentì il sangue affluire tutto in basso.
Era il passo che aspettava da anni: reale, condiviso, registrato.
Ma non voleva bruciarlo.
“Mi piace. Tanto. Però organizziamoci bene. Fotocamere decenti, luci giuste, musica sotto. E una prova, per vedere le inquadrature.”
Giulio annuì, sorpreso dalla determinazione dell’amico.
Giacomo continuò: “Il video sarà mio, lo gestisco io. E ho delle condizioni: devi essere completamente depilato, niente arrossamenti, e voglio che olei tutto – bacino, cosce, ginocchia. Deve venire perfetto.”
Giulio rise piano. “Sei un regista nato. Accetto tutto. Mi intriga da morire, e se posso aiutarti… lo facciamo bene.”
Si diedero appuntamento una sera dopo il lavoro, nell’appartamento di Giacomo, sistemarono un angolo della camera: faretti presi in prestito da un amico, treppiede, telefono come seconda camera.
Giacomo segnò una X sul pavimento con del nastro adesivo.
“Spogliati pure,” disse, la voce già un po’ roca. “Posizionati lì.”
Giulio si tolse i vestiti senza fretta.
Il corpo era come Giacomo lo ricordava dalle foto di OnlyFans: pelle liscia, muscoli definiti, completamente depilato. Il cazzo, morbido, pendeva tra le cosce.
Giacomo controllò l’inquadratura: solo dal petto in giù, niente volti, niente sfondo riconoscibile.
Spiegò il copione: “Prima misurazione da moscio. Poi ti segi da solo fino a diventare duro. A un certo punto aggiungo la mia mano, ti aiuto a portarlo al massimo. Poi solo io con il metro. Finale: inizi a segarti, ma ti fermi prima di venire. Lasciamo i fan in sospeso.”
Giulio sorrise.
“Perfetto.”
La telecamera partì.
La prima parte andò liscia: il metro morbido che scorreva sul cazzo flaccido di Giulio – 13 centimetri netti.
Poi lui iniziò a masturbarsi lentamente, l’asta che si induriva sotto le sue dita. Giacomo entrò in scena con la mano, accarezzando, stringendo piano.
Il cazzo di Giulio pulsava, si gonfiava, la cappella lucida di pre-eiaculato.
Quando raggiunse l’erezione massima – 19,2 centimetri, venoso, teso – Giacomo posizionò il metro con cura, tenendolo fermo alla base, facendolo scorrere fino alla punta.
L’inquadratura era perfetta: solo mani estranee sul cazzo altrui.
Proprio mentre stringeva il nastro, dalla cappella di Giulio uscirono due gocce trasparenti, lente, che colarono lungo l’asta.
Giulio sussurrò, imbarazzato: “Scusami…”
Giacomo lo guardò negli occhi, lo tranquillizzò con un cenno. “Zitto, non parlare forte.”
Qualche secondo ancora, poi spense la telecamera.
Giulio rise nervoso. “Non ce l’ho fatta a trattenermi. Troppo eccitante.”
“Non preoccuparti,” disse Giacomo, la voce calma ma carica.
“L’eccitazione è tutto. Vai in bagno, finisci pure. Io controllo il video.”
Giulio sparì dietro la porta.
Solo nella stanza, si appoggiò al lavandino, afferrò il cazzo ancora durissimo.
Non aveva mai provato niente di simile: una mano diversa dalla sua che lo misurava, lo stringeva, lo valutava.
Da ragazzino si era misurato centinaia di volte da solo, ma questo… questo era un altro livello.
Bastarono pochi movimenti veloci: venne copiosamente, fiotti caldi che schizzarono sulle salviette, il corpo che tremava.
Tornò in camera, rilassato.
Giacomo stava riguardando il filmato sul computer.
“È perfetto così,” disse. “Quel goccio finale… li farà impazzire. Lo carico stanotte, quando la connessione sarà migliore. Ti dico domani come va.”
Il video fu pubblicato all’una di notte.
Alle otto del mattino successivo, Giacomo già sorrideva davanti allo schermo. Cinquanta nuovi abbonati in poche ore. Commenti a raffica, i più sporchi che avesse mai ricevuto: coppie che scrivevano “vorrei convincere mio marito a fare lo stesso”, altri che imploravano la sborrata completa, qualcuno che offriva soldi per un seguito.
Le visualizzazioni salivano vertiginosamente.
Giacomo chiuse il laptop, si toccò attraverso i pantaloni.
Il conto in banca cresceva.
L’eccitazione pure.
E ora sapeva: la strada era aperta.
Il metro da sarta della mamma aveva appena iniziato a lavorare sul serio.
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