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Lui & Lei

La terza età non prevista


di RobustoNordest
09.01.2026    |    3.597    |    4 9.8
"Poi lo aveva portato alla bocca, lentamente, assaporando prima solo la cappella, poi scendendo centimetro dopo centimetro, fino a dove riusciva..."
Erano passati quarantotto anni dal loro matrimonio in comune, eppure certi venerdì sera, quando il cielo di Milano si faceva color piombo, ancora si guardavano con quella complicità un po’ sporca che li aveva sempre tenuti insieme.
Giorgio, settantun anni, capelli bianchi cortissimi, mani da artigiano che avevano costruito mobili su misura per mezza Brianza.
Elena, sessantanove, corpo che il tempo aveva addolcito ma non domato, seno abbondante che ancora sfidava la gravità meglio di tante quarantenni, culo rotondo che lei stessa definiva «il mio ultimo investimento serio».
Da una decina d’anni avevano scoperto i club per scambisti.
Non da frequentatori ossessivi, ma da turisti molto affezionati: due-tre volte l’anno, quasi sempre lo stesso locale vicino Bergamo, quello con le luci rosse discrete e i divanetti di pelle nera che ormai riconoscevano a memoria.
Poi era arrivato internet 2.0 dei siti per adulti, le chat, i gruppi privati.
Giorgio era diventato bravissimo a selezionare.
Aveva fiuto, Elena si fidava ciecamente del suo fiuto.
Quella sera di fine autunno al “Velvet” lo avevano notato subito.
Marco, cinquantadue anni dichiarati, libero professionista (consulente aziendale, aveva detto), fisico da uomo che in palestra ci va ancora con una certa serietà, capelli sale-pepe tagliati corti, barba curata tre giorni, occhi che quando ridevano diventavano due fessure cattive.
All’inizio solo parole.
Un bicchiere di prosecco offerto da loro, due risate sulla musica terribile del dj, qualche battuta sul fatto che «ai nostri tempi si ballava stretti stretti, mica questo casino».
Poi la domanda classica, buttata lì quasi per caso:
«Venite spesso?»
«No, quando ci scappa proprio il bisogno di ricordarci che siamo ancora vivi.»
Risata grassa di Giorgio.
Risata più bassa, più sensuale di Elena.
La conversazione era scivolata veloce sui particolari.
Niente giri di parole da neofiti.
Marco era single da sette anni.
«Non cerco la madre dei miei figli, cerco donne che sanno esattamente cosa vogliono».
Elena aveva sorriso di lato, quel sorriso che Giorgio conosceva bene: significava “attento, questo mi piace”.
Avevano scambiato i contatti Telegram quasi senza pensarci.
Le prime foto erano state innocenti.
Una di Marco in giacca e cravatta dopo una cena di lavoro.
Una di Elena in abito nero scollato, scattata da Giorgio due mesi prima.
Poi Giorgio aveva mandato la prima vera foto: Elena nuda di spalle, ripresa mentre si guardava allo specchio, il culo in primo piano, la curva della schiena illuminata dalla luce del bagno.
Marco aveva risposto con tre puntini.
Poi una foto.
Solo il busto, camicia aperta, addominali ancora visibili sotto la leggera peluria grigia.
Poi un’altra.
Zoom sul pacco dei pantaloni grigi eleganti, evidente rigonfiamento obliquo, niente di esagerato, ma molto promettente.
Elena aveva scritto solo:
«…cazzo.»
Giorgio aveva riso forte, seduto accanto a lei sul divano.
«Visto? Te l’avevo detto che aveva l’aria di uno che non scherza.»
Passavano i mesi.
Foto sempre più spinte.
Video brevi.
Marco che si sega lentamente sotto la doccia, senza fretta, lasciando vedere bene la circonferenza, la vena dorsale che pulsava, la cappella lucida color prugna matura.
Elena che si toccava sul letto matrimoniale, le gambe spalancate verso la telecamera, Giorgio che filma e ogni tanto sussurra «fagli vedere quanto sei bagnata tesoro…».
Poi, messaggi vocali.
La voce baritonale di Marco che diceva semplicemente:
«Ho voglia di sentirti stringere mentre ti apro piano piano.»
Elena era diventata irrequieta.
Si masturbava più spesso, anche da sola.
A volte piangeva dopo l’orgasmo, non di tristezza, ma di una specie di fame antica che tornava a morderla.
Una sera di gennaio, dopo l’ennesimo video di Marco che veniva abbondantemente sullo specchio del bagno, Giorgio aveva posato il telefono.
«Lo vuoi dentro, vero?»
Elena aveva fatto sì con la testa, senza guardarlo negli occhi.
«Dimmelo.»
«Lo voglio dentro.»
«Voglio sentire com’è diverso da te.»
Giorgio aveva sorriso, sereno.
«Allora lo facciamo venire qui. A casa nostra. Niente club, niente fretta. Solo noi tre.»
La sera stabilita Elena si era preparata come se dovesse andare a un primo appuntamento importante.
Intimo nero nuovo, giarrettiera, tacchi alti che non metteva da anni.
Si era depilata completamente, cosa che faceva raramente.
Quando Marco era entrato, l’aria era già densa.
Niente convenevoli lunghi.
Un bicchiere di vino, due baci sulla guancia, poi Giorgio aveva detto, calmissimo:
«Vai da lei. Io guardo.»
Marco si era avvicinato lento.
Le aveva preso il viso tra le mani, l’aveva baciata a lungo, lingua profonda, senza fretta.
Le mani erano scese sui seni, li aveva pesati, strizzati, poi aveva abbassato le spalline del reggiseno e aveva preso un capezzolo in bocca, succhiando forte.
Elena aveva emesso un gemito lungo, quasi un lamento.
Quando Marco si era tolto i pantaloni, il cazzo era già duro, grosso, pesante, leggermente curvo verso l’alto.
Più spesso di quello di Giorgio, più lungo di qualche centimetro, ma soprattutto diverso: la forma, il colore, la vena che correva come un fiume gonfio, il modo in cui pulsava.
Elena lo aveva guardato come si guarda una cosa proibita e necessaria insieme.
«Posso… toccarlo?»
«Tutto quello che vuoi.»
Lo aveva preso in mano, soppesandolo.
Poi con due mani.
Lo aveva accarezzato piano, quasi con devozione.
Poi lo aveva portato alla bocca, lentamente, assaporando prima solo la cappella, poi scendendo centimetro dopo centimetro, fino a dove riusciva.
Giorgio era seduto in poltrona, si toccava piano sopra i pantaloni, respirazione pesante.
Marco aveva preso Elena per i fianchi, l’aveva girata, fatta mettere a pecora sul letto.
Le aveva allargato le natiche con le mani.
«Cristo quanto sei bella aperta…»
Aveva sputato sulla figa già lucida, poi aveva strofinato la cappella tra le grandi labbra, su e giù, senza entrare.
Elena tremava.
«Dimmi cosa vuoi» aveva mormorato Marco.
«Mettimelo dentro. Piano. Voglio sentire ogni centimetro diverso da mio marito.»
Marco aveva spinto.
La cappella era entrata con un piccolo schiocco bagnato.
Poi ancora.
E ancora.
Elena aveva aperto la bocca senza emettere suono, solo aria che usciva a scatti.
Quando era entrato fino in fondo, completamente sepolto, aveva detto una sola cosa, con voce rotta:
«Oh cazzo… è diverso… è proprio diverso…»
Marco aveva iniziato a muoversi, lento, profondo, lasciando che lei sentisse ogni variazione di diametro, ogni strofinamento diverso, ogni punto di pressione nuovo.
Elena aveva iniziato a gemere in modo irrefrenabile, parole sconnesse:
«Più forte… no… più piano… cazzo sì… così… oddio è grosso… mi riempie in un modo…»
Giorgio si era avvicinato, le aveva infilato due dita in bocca mentre Marco la scopava.
Poi, quando Elena era vicina al primo orgasmo, aveva sussurrato al marito:
«Vieni qui… voglio venire con due cazzi dentro…»
Giorgio non se l’era fatto ripetere.
Si era messo sotto di lei, Elena lo aveva preso dentro di sé mentre Marco continuava a pompare da dietro.
Due cazzi contemporaneamente, uno conosciuto da una vita, l’altro estraneo, grosso, cattivo, nuovo.
Elena era venuta così, urlando, piangendo, ridendo, tremando, un orgasmo lungo e violento che sembrava non finire mai.
Quando Marco era venuto, aveva riempito lei con fiotti caldi e abbondanti, tenendola per i fianchi così forte da lasciarle i segni.
Dopo, silenzio rotto solo dai respiri.
Elena, ancora trafelata, aveva guardato prima Marco, poi Giorgio.
E aveva detto, con un sorriso stanchissimo e felice:
«Lo rifacciamo. Presto.»
Giorgio aveva annuito.
Marco aveva solo sorriso, accarezzandole piano la schiena sudata.
La terza età, a volte, è solo l’inizio di un altro tipo di giovinezza.
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