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Atti Privati 10 : Il Contagio


di DeepCpl
09.10.2025    |    2.082    |    8 9.8
""A quanto pare, " disse Isabella dall'ombra della porta, "l'idea di essere la puttana di tutti piace anche a te..."
Cari lettori,

ci sono confessioni che non cercano assoluzione, ma complicità. Racconti sussurrati nell'intimità del dopo, quando le armature sono a terra e i corpi ancora vibrano.

In questo capitolo, una regina decide di mostrare la vecchia ferita sotto la sua corona. E nel farlo, non sa che il suo racconto non è una fine, ma un'istruzione. Ogni parola è un seme, ogni sospiro un permesso.

Assisterete a un contagio. Vedrete come una fantasia, una volta liberata, non possa più essere rinchiusa, ma cerchi un nuovo ospite. E capirete che a volte, lo specchio più pericoloso in cui guardare è l'anima di chi ci ascolta. Benvenuti nel teatro della mente, dove ogni spettatore è un potenziale protagonista.

buona lettura


Quando la porta di casa si aprì, non fu un cigolio, ma uno squarcio nel silenzio. Massimiliano, in attesa sul divano da ore, alzò di scatto la testa. Isabella entrò. Ma non era la donna che era uscita quella sera, tesa e fragile come un vetro incrinato. Questa era un'altra creatura.
Si muoveva con una lentezza liquida, quasi regale. I suoi vestiti erano impeccabili, ma il modo in cui li indossava era diverso, come se fossero un costume di scena indossato sopra un corpo radicalmente mutato. Ma era il suo viso a essere irriconoscibile. Una calma assoluta, quasi post-coitale, ne aveva levigato i lineamenti, ma sotto quella quiete, i suoi occhi ardevano. Bruciavano di un'energia nuova, di una conoscenza oscura e potente. Non sembrava una donna reduce da un'ordalia, ma una regina di ritorno da una conquista.

Massimiliano si alzò in piedi, un'attrazione gravitazionale che lo tirava verso di lei. La paura che lo aveva spinto a seguirla era svanita, sostituita da un'adorazione quasi religiosa e da una curiosità così violenta da essere quasi un dolore fisico.
"Stai bene?" chiese, la domanda più stupida e più necessaria che potesse formulare.
Isabella si fermò a un passo da lui. Non rispose subito. Lo studiò, come se lo vedesse per la prima volta. Poi, un sorriso lento, quasi impercettibile, le incurvò le labbra. "Bene? No, ragazzo. Non sto bene." Fece una pausa, lasciando che il peso delle parole si depositasse tra loro. "Sto magnificamente."
Si lasciò cadere sulla poltrona, un gesto di abbandono totale. Si tolse le scarpe con un sospiro, chiuse gli occhi.
"Com'è andata?" chiese lui, la voce un sussurro.

"Vieni qui," disse lei, senza aprire gli occhi. "Siediti per terra. Ascolta."
Lui obbedì. Si inginocchiò ai suoi piedi, come un discepolo di fronte al suo oracolo. Lei iniziò a parlare, la voce bassa, quasi una cantilena ipnotica. E non era un semplice racconto. Era un'evocazione.
"Loro avevano ragione," iniziò. "Non puoi arrivare alla vetta portandoti dietro il peso del passato. E così, l'ho sostituito. Anzi, l'ho cancellato. Elena è stata la sacerdotessa di questo rito. Luca, un'ombra silenziosa. È stato un esorcismo, Massimiliano. Un esorcismo attraverso il piacere."
La sua descrizione dell'incontro con Elena fu un capolavoro di erotismo intellettuale. Descrisse il suo corpo nudo, non con vanità, ma come un "territorio da riconquistare". Parlò delle mani di Elena, non come mani di un'amante, ma come "strumenti chirurgici" che avevano riaperto canali di sensibilità atrofizzati. La sua lingua, un "bisturi di calore" che aveva inciso e cancellato la memoria di ogni tocco brutale.

Mentre lei parlava, sentivo il mio cazzo iniziare a premere contro i jeans. Non era solo quello che diceva, ma come lo diceva. Usava parole che non capivo del tutto, ma l'effetto era come una droga. Parlava del suo orgasmo come di una "disintegrazione dell'ego", e io capivo solo che era venuta così forte da perdere la testa. Stava succedendo di nuovo: mi stava insegnando, anche adesso.

"E poi," continuò lei, la voce che si abbassava ulteriormente, "Elena mi ha lasciata. Ha decretato che ero pronta. Che il corpo era stato purificato. Era il momento che la mente si arrendesse. Mi ha detto: 'L'orchestra è pronta, quando vuoi. Devi solo dirmi quando sei pronta a essere la sua unica musica.'"
"Cazzo..." mormorai, senza riuscire a trattenermi.
"Sì," disse lei, e per la prima volta aprì gli occhi. Mi fissarono con un'intensità quasi dolorosa. "Cazzo. Ma ho detto di sì. Ero pronta. E quando ho aperto la porta di quella stanza, Massimiliano, il mondo come lo conoscevo è finito."
Iniziò a descrivere la scena. Otto uomini. Nudi. Immobili, come statue. La sua voce divenne più fredda, più analitica, come un medico che descrive un'operazione complessa. Descrisse il suo spogliarsi non come un atto di seduzione, ma come "l'abbandono dell'ultima effigie della mia vecchia identità".

E poi, l'alluvione.
"Non è stato graduale. È stato un collasso. Un muro di carne che si è chiuso intorno a me. Mani ovunque. Mi hanno afferrata, posseduta, prima ancora che un singolo cazzo mi toccasse. Il mio corpo è diventato un oggetto conteso. La mia mente, per un istante, ha provato a resistere, a urlare. Ma era inutile. Come puoi combattere una marea? E in quel momento ho capito: la mia liberazione non era resistere. Era diventare l'acqua stessa."
Lo sentivo, il mio respiro farsi più pesante, il sangue pulsare all'inguine. Stava descrivendo la mia fantasia.
"Mi hanno messa in ginocchio," continuò, la sua voce ora quasi un sussurro eccitato. "Otto falli. Un cerchio di pilastri di marmo intorno a me. E io non ero più una donna, ero un tempio. La mia bocca è diventata un altare. Ho assaggiato, ho scelto, ho scartato. Per la prima volta nella mia vita, il mio desiderio non era contaminato dal pensiero, era puro istinto. Volevo, prendevo."

Descrisse la doppia penetrazione con una precisione quasi scientifica. "C'erano due ritmi in me, che si combattevano. Uno anale, lento, profondo, che mi ancorava alla terra, un possesso totale che mi svuotava la mente. E uno vaginale, veloce, quasi isterico, che mi portava sull'orlo della follia. Era una sinfonia dissonante che ha mandato in cortocircuito il mio cervello. E io ero lo strumento, stirato, accordato, suonato fino al limite."
Non ce la facevo più. Ho dovuto spostarmi, accavallare le gambe. L'erezione era così potente che temevo si vedesse, che capisse. Ma lei era persa nel suo racconto, i suoi occhi vitrei fissavano un punto oltre di me.
Arrivò al culmine, alla confessione. "Mi hanno chiesto di ammettere cosa fossi diventata. Di dirlo. Di dirlo ad alta voce. E io l'ho fatto, Massimiliano. Ho gridato che ero la loro puttana. E in quel momento, urlando quella parola, non mi sono sentita umiliata. Mi sono sentita onnipotente. Perché ero io ad averlo deciso."
E infine, il diluvio. Lo descrisse senza filtri, con una gioia quasi infantile e perversa. I preservativi strappati via. I getti di sperma caldo. "Mi ha coperta," sussurrò, "come una pioggia purificatrice. Sentivo lo sperma sul mio viso, tra i capelli, scendermi in bocca. Ero stata battezzata, lavata via, inondata dalla loro essenza. E quando tutto è finito, nel silenzio, coperta di seme, mi sono sentita pulita. Pulita per la prima volta in vita mia. Libera."

Isabella tacque. L'evocazione era finita. Aveva gli occhi chiusi, il respiro lento, un'espressione di pace assoluta sul volto. Sembrava addormentata, svuotata da quel racconto torrenziale. Massimiliano rimase in ginocchio per un tempo infinito, paralizzato, il suo corpo un unico nervo teso, l'erezione che premeva dolorosamente contro la stoffa dei pantaloni. La sua mente era un cinema impazzito dove le immagini evocate da lei si mescolavano a una nuova, sconvolgente fantasia: quella di essere lui, al suo posto.
Si alzò, piano, per non svegliarla. Doveva sfogarsi. Adesso.

Entro in camera. Mi sento un drogato in crisi d'astinenza. Chiudo la porta, ma non a chiave. Mi spoglio in fretta, butto i vestiti a terra. Mi piazzo davanti allo specchio. Il mio cazzo è viola, turgido. Comincio il mio rituale. Mano bagnata. La tecnica. Ma stasera, la fantasia non è più su di lei che mi guarda. La fantasia sono io che sono lei. Chiudo gli occhi. Sento le mani, ovunque. I cazzi. La mia bocca, il mio culo, la mia fica... oddio, sì, anche io ho una fica in questa fantasia. Anzi no, non importa. Sono solo un corpo. Un buco. O tanti buchi. Sono il centro, sono il ricettacolo. E ci sono uomini, intorno a me. I loro cazzi. Li voglio tutti. Questa cosa è strana, non ho mai pensato di volere un uomo... ma non voglio un uomo. Voglio il suo cazzo. Anzi, tutti i loro cazzi. Tutti dentro di me. Sì, questo è essere liberi. Nessuna scelta. Solo ricevere.
Inizio a parlare al mio riflesso, la voce un gemito rauco. "Sì... prendetemi. Sono la vostra puttana. Tutti... riempitemi tutti i buchi. Distruggetemi. Sborratemi addosso. Voglio sentirvi... cazzo, sì..."

Isabella non stava dormendo. Era in uno stato di trance, a metà tra il sonno e la veglia, fluttuando sulle ultime onde del suo racconto. Ma il suono attutito della porta di lui che si chiudeva l'aveva riportata a riva. Aveva sentito i suoi passi, poi un silenzio innaturale. Si era alzata, silenziosa come un gatto, e lo aveva seguito. La porta, come sempre, era socchiusa. Ed eccola di nuovo lì, la sua postazione segreta, nel buio del corridoio.
Lo vide. Nudo, magnifico nella sua eccitazione febbrile, il suo corpo giovane teso nello sforzo. E sentì le sue parole. Non le sussurrava, le gemeva. E non parlava di lei, non parlava di Elena. Parlava di sé al femminile. Chiedeva di essere preso, di essere riempito. Di essere una puttana. Isabella sentì un'ondata di potere così assoluta da farle girare la testa. Non aveva solo liberato se stessa. Aveva creato un mostro. O un dio. E in quel momento, non sapeva quale delle due cose la eccitasse di più.

Lui era vicino, vicinissimo. Lo sentiva nel modo in cui la sua mano si muoveva, una macchia febbrile. Era quasi alla fine. In quel momento, Isabella fece un passo, entrando nel cono di luce che filtrava dal basso, proiettando la sua ombra nella stanza.
Massimiliano vide il movimento nel riflesso. Un'ombra che non doveva essere lì. Alzò gli occhi, e la vide. La sua zia, in piedi, sulla soglia, che lo guardava. I loro sguardi si incrociarono nello specchio. Lo shock fu un corto circuito nel suo sistema nervoso. La sorpresa, la vergogna, l'eccitazione e la paura si fusero in un unico, devastante impulso. Non ebbe neanche il tempo di pensare. Il suo corpo si inarcò, un urlo strozzato gli morì in gola, e un getto violento e incontrollato di sperma schizzò contro lo specchio freddo, imbrattando la sua immagine, l'immagine di lei, e la verità che ora stava tra loro.

Rimase lì, ansimante, appoggiato allo specchio, la schiena scossa da spasmi. Non osava girarsi. Era finita. Il gioco era scoperto, e lui era solo un ragazzino perverso colto con la mano sul cazzo.
Ma la voce di lei, quando arrivò, non era di disgusto. Era calma. Quasi divertita.
"A quanto pare," disse Isabella dall'ombra della porta, "l'idea di essere la puttana di tutti piace anche a te."
Lui si girò lentamente, cercando di coprirsi, umiliato.
Lei fece un passo nella stanza. "È una fantasia potente, vero? L'annullamento. Diventare solo corpo."
Lui annuì, incapace di parlare.
"Anch'io," disse lui, in un soffio. "Anch'io... vorrei... provare."

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