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Lo chalet di Olenca


di Max_7719
25.10.2025    |    1.040    |    1 6.0
"E Olenca, al centro, li toccava tutti: una carezza sulla nuca, un bacio sulla tempia, una mano sul cuore..."
In cima a un colle che solo i sognatori riuscivano a raggiungere, tra foreste di abeti carichi di neve e silenzi così profondi da sembrare sacri, sorgeva uno chalet di legno scuro, con il tetto curvo sotto il peso dell’inverno e finestre che brillavano come occhi accesi nella notte. Non era segnato su nessuna cartina, né raggiungibile con una strada tracciata. Chi lo trovava, lo trovava per caso — o per destino.

Lo chiamavano **lo chalet di Olenca**.

Lei non lo aveva costruito con le sue mani, almeno non del tutto. Lo aveva *accolto*, come si accoglie un vecchio amico smarrito. Era arrivata anni prima, con un mantello di lana grezza e un cuore stanco, fuggendo da un mondo che pretendeva che fosse più piccola, più silenziosa, più facile. E lì, tra i monti che non giudicano e il vento che non mente, aveva deciso di fermarsi.

Olenca era formosa come la terra dopo il raccolto: generosa, solida, viva. I suoi capelli, neri con riflessi bluastri, le scendevano fino alla vita, spesso intrecciati con fili di cuoio e piccole piume di gufo. La sua pelle, calda anche d’inverno, odorava di cannella, fumo dolce e latte appena munto. Ma non era la sua bellezza a far tremare i cuori — era la sua *presenza*. Quando entrava in una stanza, il tempo rallentava. Quando parlava, anche il fuoco nel camino sembrava ascoltare.

Lo chalet non era un rifugio per tutti. Era un santuario per chi aveva perso il calore dentro.

E quella sera, come ogni solstizio d’inverno, le luci erano accese.

La neve cadeva fitta, silenziosa, coprendo le orme di chi saliva il sentiero invisibile. Uno a uno, arrivarono: una poetessa con le mani screpolate dall’inchiostro e dal freddo; un violinista che non suonava più da quando aveva perso l’udito in un orecchio; una giovane madre fuggita da un marito che le aveva rubato il nome; un vecchio orologiaio che non riusciva più a riparare il tempo.

Nessuno bussò.
La porta si aprì da sola.

All’interno, il calore avvolgeva come un abbraccio. Il camino crepitava, gettando ombre danzanti sulle pareti di legno. Tappeti di lana spessa coprivano il pavimento, e cuscini ricamati con simboli antichi erano sparsi ovunque. Sul tavolo, una zuppa fumava in una pentola di rame, e pane appena sfornato riposava sotto un telo di lino.

E al centro, seduta su una poltrona di velluto rosso, c’era Olenca.

Indossava una veste di lana color vino, aperta sul petto, senza pudore né provocazione. Era semplicemente *lei stessa*. Accanto, un gatto nero con gli occhi dorati faceva le fusa, come se conoscesse tutti i segreti del mondo.

«Benvenuti», disse, senza alzarsi. «Non siete qui per scaldarvi il corpo. Siete qui perché avete freddo nell’anima.»

Nessuno rispose. Non ce n’era bisogno.

La poetessa si avvicinò per prima. Si inginocchiò ai piedi di Olenca e le poggiò la testa sulle ginocchia, come una figlia che torna a casa. Olenca le accarezzò i capelli con gesti lenti, ritmici, come se stesse sfogliando le pagine di un libro sacro.

«Hai smesso di scrivere?» chiese dolcemente.

«Ho paura che le mie parole non servano a niente», sussurrò la poetessa.

«Allora scrivile per me», rispose Olenca. «Scrivile per il fuoco, per la neve, per il respiro di chi ti ascolta. Le parole non devono servire. Devono *essere*.»

Il violinista, in piedi vicino alla finestra, osservava i fiocchi cadere. Olenca lo chiamò con un cenno. Lui esitò, poi si avvicinò, stringendo il suo strumento come un’ancora.

«Suona», gli disse lei.

«Non sento più bene. Potrei stonare.»

«E allora stona. Il cuore non ha bisogno di accordi perfetti. Ha bisogno di verità.»

Lui chiuse gli occhi. Appoggiò il violino alla spalla. E suonò. Non una melodia nota, ma un lamento dolce, una preghiera senza parole. Le note si mescolarono al crepitio del fuoco, al respiro degli altri, al silenzio della neve fuori. Nessuno parlò. Tutti ascoltarono con il corpo, non con le orecchie.

La giovane madre si sedette accanto al camino, avvolta in una coperta. Teneva le braccia strette al petto, come se proteggesse qualcosa che non c’era più. Olenca si alzò, le si avvicinò e le prese le mani.

«Ti hanno fatto credere che il tuo valore stava nel servire», disse. «Ma il tuo valore è nel *esistere*. Non devi meritare l’amore. Devi solo ricordarti che ne sei degna.»

La donna pianse. Pianse a lungo, senza vergogna, mentre Olenca le teneva la fronte appoggiata alla propria.

L’orologiaio, intanto, aveva aperto la sua valigetta di cuoio. Ne estrasse un piccolo orologio d’argento, fermo alle tre e diciassette. «È l’ora in cui mia moglie è morta», disse. «Da allora, non riesco a farlo ripartire.»

Olenca prese l’orologio, lo tenne nel palmo per un lungo momento, poi lo restituì. «Non devi farlo ripartire. Devi imparare a vivere fuori dal tempo. Il dolore non ha orari. L’amore nemmeno.»

Poi, con un gesto naturale, Olenca si tolse la veste.

Non per sedurre. Non per esibire.
Ma perché, in quel luogo, la nudità era la forma più sincera della verità.

Il suo corpo era un paesaggio: segnato, curvo, forte. Cicatrici di parto, di cadute, di amori andati. I seni pieni, i fianchi larghi, il ventre morbido come il pane appena sfornato. Non c’era vanità, né pudore. Solo *presenza*.

«Toccatevi», disse. «Non per desiderio, ma per ricordo. Ricordate che siete vivi. Che siete qui. Che siete *reali*.»

E così fecero.

Non ci fu caos, non ci fu fretta. Solo mani che cercavano altre mani. Spalle che si appoggiavano a schiene. Fronti che si sfioravano. La poetessa accarezzò il braccio del violinista. La giovane madre si lasciò abbracciare dall’orologiaio, come una figlia e un padre ritrovati. E Olenca, al centro, li toccava tutti: una carezza sulla nuca, un bacio sulla tempia, una mano sul cuore.

Fu un’unione non di corpi, ma di anime.
Un rito silenzioso contro la solitudine del mondo.

Fuori, la neve continuava a cadere.
Dentro, il tempo si sciolse.

Quando l’alba arrivò, tingendo il cielo di rosa e lavanda, lo chalet era silenzioso. I visitatori se n’erano andati, uno a uno, senza parole, ma con qualcosa di nuovo nel petto: non una risposta, ma una domanda più gentile.

Olenca rimase sola, avvolta in una coperta di lana, con il gatto sulle ginocchia e una tazza di tè fumante tra le mani. Guardò fuori dalla finestra. La neve aveva cancellato ogni traccia del loro passaggio. Ma sapeva che qualcosa era cambiato.

Perché lo chalet non era un posto.
Era uno stato dell’anima.

E Olenca?
Lei non era una padrona di casa.
Era un faro.
Un rifugio vivente.
Una donna che aveva imparato che il vero potere non sta nel possedere,
ma nel *dare spazio*.

E quando il prossimo inverno sarebbe tornato,
le luci si sarebbero riaccese.
Perché il mondo avrà sempre bisogno di un posto
dove il freddo non arriva,
e dove una donna formosa, saggia e nuda
ricorda a tutti che
essere umani
è già abbastanza.
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