Prime Esperienze
Racconti dei Caraibi
Matertattoo
24.05.2026 |
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"Da quella posizione potevo stringerle i seni sodi con le mani e sentire il battito accelerato del suo cuore mentre continuavo a possederla con colpi più decisi e profondi..."
Nel 1994 frequentavo il quarto anno del liceo classico Giulio Cesare, a Roma. Due miei amici, che invece erano all’ultimo anno, mi raccontarono che i loro genitori, come regalo per la maturità, gli avrebbero pagato un viaggio in Giamaica. La cosa mi sembrò incredibile. Ne parlai con mio padre quasi per scherzo, e lui mi disse:
— Se vieni promosso senza essere rimandato in nessuna materia, puoi andare anche tu.
Quell’anno studiai come non avevo mai fatto. Alla fine fui promosso senza debiti e i miei amici superarono brillantemente la maturità. Sembrava tutto pronto per la partenza. Poi, all’ultimo momento, i loro genitori cambiarono idea e gli impedirono di partire.
Io però avevo già comprato il biglietto.
Non ebbi il coraggio di rinunciare. E soprattutto non ebbi il coraggio di dire a mio padre che sarei partito completamente da solo. Gli raccontai che i miei amici sarebbero venuti con me, quando in realtà non era vero.
Avevo diciassette anni.
Il volo faceva scalo a Miami e poi sarebbe arrivato a Montego Bay. Da lì avrei dovuto prendere un taxi fino a Negril, dove avevo prenotato un bungalow sulla spiaggia.
Fino a quel momento la Giamaica, nella mia testa, era solo reggae, mare caraibico e libertà.
La realtà mi colpì appena uscito dall’aeroporto.
L’aria di Montego Bay era soffocante. Un caldo umido, pesante, quasi liquido, che mi si appiccicò addosso appena misi piede fuori dal terminal. Sentii subito la camicia bagnarsi sulla schiena.
Nemmeno il tempo di orientarmi e fui circondato da un gruppo di uomini che urlavano tutti insieme offrendosi come tassisti. Mi parlavano addosso contemporaneamente, tirandomi leggermente per il braccio, indicando le macchine parcheggiate.
Nel caos ne scelsi uno a caso.
Solo dopo capii che forse non era stata la scelta migliore.
Aveva una cicatrice enorme che gli attraversava il volto, dalla tempia fino quasi al mento. Mi portò verso una vecchia automobile scura che non aveva alcun simbolo da taxi, nessuna insegna, niente. Sembrava una macchina privata tirata avanti per miracolo.
Quando arrivò davanti all’auto, tirò fuori dalla tasca un cacciavite lungo almeno trenta centimetri, lo infilò dentro il foro dove avrebbe dovuto esserci la serratura del cofano e lo aprì con un movimento secco.
In quel momento pensai seriamente di essere finito nei guai.
Gli chiesi quanto volesse per portarmi a Negril e lui sparò una cifra assurda.
— Three hundred.
Trecento dollari.
Capii subito che stava tentando di fregarmi e iniziai a contrattare cercando di sembrare più sicuro di quanto fossi davvero. Alla fine riuscimmo ad accordarci per cento dollari.
Salimmo in macchina.
Erano circa le otto di sera quando partimmo da Montego Bay. Attraversammo quartieri poverissimi, illuminati appena da qualche lampadina gialla. Baracche di lamiera, cani randagi, uomini seduti agli angoli delle strade. Il tassista continuava a salutare persone lungo il percorso, rallentando e abbassando il finestrino.
Io, seduto accanto a lui, immaginavo scenari terribili.
Pensai che da un momento all’altro qualcuno ci avrebbe fermati, rapinati, o peggio. Cercavo di non mostrare la paura, ma dentro di me ero terrorizzato.
Dopo un po’ il taxi imboccò la strada costiera verso Negril. Io immaginavo una località turistica piena di locali, luci, persone in giro fino a tardi. Invece alle dieci di sera Negril sembrava una città fantasma.
Una lunga strada buia. Da una parte il mare, dall’altra la vegetazione. Alberghi sparsi qua e là, quasi tutti silenziosi. Pochissime macchine. Nessuno in giro tranne alcuni uomini che camminavano lentamente sul bordo della strada.
Avevo un nodo allo stomaco.
Quando finalmente arrivammo al mio albergo, il tassista parcheggiò davanti all’ingresso e io scoprii la cosa più assurda della serata: l’hotel era chiuso.
Sulla veranda c’erano alcuni ragazzi spagnoli che bevevano birra. Furono loro a spiegarmi che il proprietario, ogni sera alle otto, chiudeva la reception e se ne andava a casa.
Rimasi lì, con lo zaino in mano, completely spiazzato.
Ero stanco morto, terrorizzato, solo dall’altra parte del mondo e con la sensazione che tutto fosse molto più pericoloso e imprevedibile di quanto avessi immaginato.
Il tassista, vedendomi nel panico, mi disse che conosceva una signora che affittava stanze poco lontano. Accettai subito.
Mi portò in una piccola pensione semplice ma pulita. La proprietaria mi accolse con gentilezza e mi diede una stanza. Mi prestò anche un telefono, e io chiamai mio padre per tranquillizzarlo, fingendo che fosse tutto normale.
Ma appena riattaccai iniziai seriamente a pensare di tornare a Roma il giorno dopo.
Dopo una doccia mi sedetti sulla veranda, ancora frastornato. A un certo punto, dall’altra parte della siepe che divideva il nostro albergo da quello accanto, sentii parlare romano.
Mi si illuminò il cervello.
— Oh, ma siete de Roma?!
Senza nemmeno fare il giro dal cancello, mi infilai dentro la siepe cercando un passaggio tra i rami, finché sbucai dall’altra parte.
Erano tre ragazzi romani.
Mi spiegarono che lì la vita funzionava diversamente: dopo il tramonto la gente si chiudeva negli alberghi e le feste si facevano quasi sempre all’interno dei resort o, qualche volta, in piccoli bar sulla spiaggia.
Quella notte andai a dormire molto più tranquillo.
La mattina dopo aprii gli occhi e sembrava di essere in un altro mondo.
Con la luce del soleil la Giamaica diventava bellissima. Il verde tropicale, i fiori, il mare turchese, l’odore dell’oceano, i colori ovunque. Tutta la paura della sera prima sembrava dissolta.
Decisi di trasferirmi nell’albergo dei ragazzi romani.
Piano piano si formò una piccola comitiva di italiani: tre ragazzi di Arezzo, alcuni di Monza, Nando della Garbatella, arrivato anche lui da solo. Siccome ero l’unico a parlare inglese decentemente, finii per diventare una specie di portavoce del gruppo. Quando c’era da trattare con i tassisti, chiedere informazioni o organizzare qualcosa, parlavo io per tutti.
Una sera, mentre stavamo in spiaggia, alcuni ragazzi ci diedero dei volantini che pubblicizzavano una festa reggae in un piccolo bar lì vicino.
Tornammo in albergo, ci cambiammo e prendemmo un taxi.
Il locale era molto semplice. Niente discoteca glamour: solo sabbia, casse che suonavano reggae e una trentina di persone sparse a bere e ballare sotto il cielo nero dei Caraibi.
Mi tolsi le scarpe, ordinai una birra e iniziai a muovermi lentamente sulla sabbia.
Fu allora che la vidi.
Aveva un corpo che sembrava scolpito. Gambe lunghe e perfette, fianchi stretti e un sedere compatto che si muoveva con un ritmo naturale, quasi ipnotico. Indossava un vestitino leggerissimo che seguiva ogni movimento del suo corpo mentre ballava.
Portava le treccine e aveva uno sguardo furbo, provocatorio, da ragazza abituata a sapere esattamente l’effetto che faceva sugli uomini intorno a lei.
Io all’epoca avevo diciassette anni ed ero ancora inesperto. Avevo avuto qualche fidanzatina, qualche bacio, ma niente di più.
A un certo punto lei si avvicinò e, sorridendo, mi chiese se potevo offrirle una birra.
Accettai immediatamente.
Iniziammo a parlare in inglese. Mi disse che si chiamava Cindy.
Curioso e un po' timido, le chiesi quanti anni avesse. Mi guardò con un sorriso furbo, stringendosi nelle spalle.
— Sono giovane, quasi quanto te. Vado ancora a scuola — rispose, lasciando intendere che fossimo due ragazzini, entrambi minorenni, liberi sotto il cielo dei Caraibi.
Quella risposta, anziché frenarmi, mi fece sentire subito al suo stesso livello. Non c'erano adulti, non c'erano regole; eravamo solo due adolescenti persi nella notte di Negril.
Poi iniziò a ballare davanti a me. Lentamente si avvicinò sempre di più, finché il suo corpo iniziò a muoversi contro il mio al ritmo lento e sensuale del reggae. Sentivo il profumo della sua pelle, il calore del suo corpo, il contatto continuo dei suoi fianchi contro di me.
Ero completamente travolto dall’eccitazione e dall’incredulità.
A fine serata mi guardò e disse:
— Posso venire in albergo con te? Stasera non so dove dormire. Ho litigato con mia madre.
La guardai per qualche secondo, quasi senza credere a quello che stava succedendo. Poi le dissi semplicemente:
— Sì. Vieni con me.
Prima di avviarci, però, lei mi sorrise, mi prese per le spalle e si sporse in avanti. Fu lì che ci demmo il nostro primo bacio: le sue labbra calde e bagnate si aprirono sulle mie con una naturalezza che mi tolse il fiato, mentre la sua lingua cercava la mia senza fretta, sul bagnasciuga, suggellando l'inizio di quella notte.
Continuammo a baciarci e a ballare ancora per qualche minuto, stretti uno all’altra sotto le casse che pompavano reggae e il caldo umido della notte caraibica. Io ero completamente travolto dall’eccitazione e dall’incredulità: fino a poche ore prima ero solo un ragazzo romano spaventato, solo dall’altra parte del mondo con un nodo allo stomaco; adesso stavo tornando nel mio bungalow con una ragazza giamaicana bellissima, con un corpo che sembrava scolpito nel marmo nero.
La stanza era semplice, quasi spartana: un grande letto matrimoniale, le pareti di legno e un vecchio ventilatore a pale che girava sul soffitto. Cindy entrò in bagno e ne uscì dopo pochi minuti. Quando riapparve, illuminata solo dalla luce calda e soffusa della lampadina della stanza, rimasi letteralmente senza fiato. Aveva fatto cadere il vestitino leggero: era completamente nuda, con la pelle scura che brillava e metteva in risalto un seno sodo, i fianchi strettissimi e quel sedere rotondo e perfetto che mi aveva stregato in spiaggia. Portava una sicurezza e una sensualità naturale che mi mettevano allo stesso tempo in imbarazzo e in estasi.
Io mi ero già sfilato la maglietta, e il mio cazzo, sotto i calzoncini, era già teso all'inverosimile, duro come non lo era mai stato prima. Cindy si avvicinò al letto con passi lenti, felini, senza staccarmi gli occhi di dosso. Mi cinse il collo con le braccia e mi baciò senza esitazione, infilando la lingua calda nella mia bocca e guidando lei ogni cosa, mentre io cercavo disperatamente di nascondere la mia totale inesperienza. Con le mani tremanti le accarezzai i fianchi lisci, sentendo il calore incredibile della sua pelle.
Quella notte persi la verginità.
Fu lei a prendere l'iniziativa: si sollevò leggermente sulle knee, posizionò la punta del mio cazzo sulla sua intimità e si abbassò lentamente, accogliendomi dentro di lei con un unico movimento fluido. Sentire la sua carne calda e strettissima che avvolgeva completamente il mio membro mi provocò una scossa elettrica che mi partì dalla spina dorsale. Cindy lasciò andare un gemito rauco, profondo, iniziando a muovere il bacino dall'alto verso il basso con un ritmo lento, sinuoso, lo stesso che aveva usato sulla sabbia per ballare.
All’inizio ero nervoso, impacciato, quasi sopraffatto dall’emozione e dalla paura di venire subito. Ma Cindy aveva una calma e una sicurezza che mi trasmettevano tranquillità; si piegò su di me, baciandomi le labbra e il collo, sussurrandomi parole dolci in quel suo inglese patois che capivo a stento, facendomi sentire meno fuori posto. Sotto la spinta del desiderio, l'esitazione svanì: le afferrai i fianchi stretti con forza e iniziai ad assecondare il suo ritmo, spingendo dal basso verso l'alto, affondando dentro di lei mentre il ventilatore sopra di noi girava pigramente, muovendo l'aria pesante della stanza.
La girai su un fianco, posizionandomi dietro di lei. Le sollevai una gamba, accarezzandole la coscia tesa e liscia, e la penetrai di nuovo. Da quella posizione potevo stringerle i seni sodi con le mani e sentire il battito accelerato del suo cuore mentre continuavo a possederla con colpi più decisi e profondi. Era un groviglio di carne bianca e nera, un contrasto pazzesco sotto la luce fioca del bungalow. Sentendo l'orgasmo ormai inevitabile, tornai a spingerla sulla schiena, mi misi sopra di lei e aumentai il ritmo, affondando fino alla radice in un crescendo selvaggio, finché non venni dentro di lei con una scarica potentissima, mentre lei mi stringeva forte le spalle con le gambe, emettendo un ultimo sospiro soffocato.
Fu una notte intensa, fatta di desiderio, stupore e scoperta reciproca. Più che i dettagli fisici, quello che mi rimase dentro fu la sensazione improvvisa di essere uscito dall’adolescenza nel giro di pochissime ore, battezzato dal fuoco dei Caraibi.
Quando ci addormentammo, abbracciati, con il rumore regolare del mare in lontananza e l’aria calda che entrava dalla finestra, ebbi per la prima volta la consapevolezza di trovarmi davvero dall’altra parte del mondo. Ero lontanissimo dalla mia vita ordinaria di Roma, dalle aule del Giulio Cesare, dai binari della Garbatella, dai miei genitori e dalle paure da ragazzino.
Capii, con gli occhi ancora pieni della bellezza di Cindy, che quel viaggio mi avrebbe cambiato la vita per sempre.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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