orge
Aguila inn parte 2
Matertattoo
06.06.2026 |
128 |
0
"Sono solo andati in banca a prendere i contanti per comprarci le borse sulla Santiago Mariño..."
Poco prima delle due di notte arrivò la telefonata: le ragazze avevano finalmente finito il turno. Passammo a prenderle al locale e salirono in macchina cariche di energia. Naomi e Maribel erano sull'isola da appena tre giorni; dell'intera Isla Margarita conoscevano poco più del tragitto polveroso tra il loro appartamento e la discoteca in cui lavoravano.Così decisi io dove andare e mi fermai in uno dei posti che frequentavo più spesso, dove facevano dei perros calientes eccezionali. In teoria erano semplicemente degli hot dog; in pratica, in Venezuela, erano tutta un'altra cosa. Il würstel veniva tenuto nell'acqua bollente, poi infilato nel pane morbido e ricoperto da una quantità impressionante di salse di ogni tipo. La vera particolarità, però, erano le patatine sottilissime tagliate a fiammifero, fritte fino a diventare croccantissime e poi letteralmente sbriciolate sopra il panino.
Ordinammo quattro perros. Mangiammo ridendo, chiacchierando e scherzando fino a notte fonda. Quando finimmo i panini, ci mancava soltanto qualcosa da bere per svoltare la serata. Per legge, però, in Venezuela non si poteva vendere alcol dopo mezzanotte. Non mi scomposi: guidai fino a una liquoreria con la serranda completamente abbassata e accostai.
Massimo guardò il negozio buio, poi guardò me, perplesso:
— È chiuso.
— Certo che è chiuso — risposi.
— E allora che ci facciamo qui?
— Aspetta e guarda.
Scesi dalla macchina e bussai con decisione sulla serranda di ferro. Dopo qualche secondo di silenzio, si aprì con uno scatto una piccola finestrella quadrata ricavata direttamente nella lamiera. Ordinai una bottiglia di rum, una di Coca-Cola e una busta di ghiaccio, passando i soldi banconota su banconota attraverso l'apertura. Poco dopo, una mano scura sbucò dal buio porgendomi una busta con tutto quello che avevo chiesto.
Tornai alla macchina trionfante. Massimo continuava a fissare la serranda blindata, a bocca aperta.
— Quindi era aperto?
— No.
— Ma hai appena comprato da bere!
— Appunto. Benvenuto a Margarita.
Naomi mi guardò dal sedile posteriore, incuriosita da quel siparietto:
— Che succede? — mi domandò in spagnolo.
— Niente, tranquilla. Cose italiane. In Italia queste cose non esistono.
Salimmo in macchina e tornammo dritti all'Aguila Inn. Vivendo a Margarita avevo imparato una regola fondamentale: quando conoscevo una ragazza del posto, non dicevo mai di essere lì solo di passaggio per qualche mese. Era molto più strategico lasciar credere che vivessi stabilmente sull'isola. In quel modo nessuna donna aveva la sensazione di stare perdendo tempo con un turista mordi e fuggi destinato a sparire nel giro di pochi giorni. L'idea che ci si potesse rivedere anche la settimana successiva rendeva tutto più naturale e fluido. Con Naomi e Maribel feci esattamente la stessa cosa: non inventai palle colossali, semplicemente non affrontai mai l'argomento della mia partenza.
La realtà, però, era ben diversa. Mancavano esattamente tre giorni alla partenza di Massimo ed eravamo quasi completamente al verde. Del resto era normale: erano giorni che vivevamo alla grande tra spiagge, ristoranti di pesce, puntate al casinò e locali notturni. Per fortuna avevo sviluppato una specie di talento particolare per la sopravvivenza caraibica: quando i soldi iniziavano a scarseggiare, riuscivo quasi sempre a trovare una via d'uscita creativa. Mi venivano le idee all'improvviso.
Mi guardai intorno nella stanza dell'Aguila Inn e la risposta mi apparve nitida davanti occhi. Massimo aveva pagato un mese intero in anticipo per usufruire della formula residence; se avesse prenotato soltanto quinfici giorni alla tariffa normale avrebbe speso molto di più. Adesso però stava per prendere il volo per Roma e gli sarebbero rimasti circa quindici giorni di stanza già interamente pagati. Quindici giorni che, nella mia testa, si erano appena trasformati in denaro contante.
Mi si accese una lampadina. Anzi, considerando la camicia imbrattata dal Fiorentino, era già la seconda della vacanza.
Cominciai subito a spargere la voce tra le mie amiche dell'isola, dicendo che avevo una stanza d'albergo già pagata per altre due settimane e che la cedevo a metà prezzo. La cliente la trovai nel giro di un'ora. La ragazza avrebbe fatto un affare risparmiando una valanga di soldi rispetto alla tariffa giornaliera, e io avrei recuperato una parte consistente dei contanti della vacanza. Ci mettemmo d'accordo in pochi minuti: lei avrebbe preso possesso della camera il giorno stesso della partenza di Massimo. Affare chiuso, problema liquidità risolto.
O almeno così pensavo. Perché nel frattempo, Massimo si era preso una cotta colossale per Maribel e aveva iniziato a tormentarmi per rivedere le ragazze. Io ci provavo a organizzare, ma non era affatto semplice: loro ballavano tutta la notte nel locale e dormivano per gran parte del giorno. Quando riuscivo a intercettarle al telefono erano quasi sempre stanche morte. Massimo però non mollava l'osso, era disperato. Alla fine, a forza di insistere, riuscii a convincerle a uscire per qualche ora nel tardo pomeriggio.
Ci demmo appuntamento sulla Santiago Mariño, la via dello shopping. Passeggiammo tra i negozi chiacchierando del più e del meno quando, a un certo punto, Naomi e Maribel si inchiodarono davanti alla vetrina illuminata di un negozio di borse d'alta moda. Rimasero a fissarla per diversi minuti con gli occhi lucidi, indicando i modelli più belli e commentando i prezzi scritti sui cartellini.
Io osservai la scena in silenzio. E in quel momento mi si accese la terza lampadina, quella definitiva.
— Vi piacciono? — chiesi avvicinandomi.
Le due annuirono immediatamente, entusiaste:
— Moltissimo! Sono stupende.
— Facciamo così — dissi sfoderando il mio miglior sorriso da paraculo. — Stasera, dopo il vostro turno al locale, vi passiamo a prendere in macchina come l'altra volta. Veniamo qui, mi dite esattamente quali modelli volete e domani mattina alle ono, non appena apre la banca, vado a prelevare i soldi necessari. Poi torno al negozio e vi compro le borse che avete scelto. Consideratelo un regalo d'addio da parte nostra.
Le due ragazze si illuminarono letteralmente. Per il resto del pomeriggio non parlarono praticamente d'altro, con l'umore alle stelle. Quando ci salutammo, prima che entrassero al lavoro, ci raccomandarono almeno tre volte di non dimenticare l'appuntamento notturno. Noi, naturalmente, promettemmo che saremmo stati spaccanti e puntualissimi.
Rimasto solo con Massimo, gli spiegai il piano nei dettagli. Gli dissi di preparare subito la valigia e di lasciarla già nascosta nel bagagliaio della macchina: le ragazze non dovevano subodorare assolutamente nulla riguardo alla sua imminente partenza.
Quella notte andò tutto secondo i piani. Le passammo a prendere dopo il lavoro, le caricammo a bordo e tornammo all'Aguila Inn. La notte passò alla velocità della luce: tra musica, fiumi di rum e la compagnia delle ragazze nessuno aveva alcuna voglia di dormire.
Appena entrati in camera con la bottiglia di rum e la Coca-Cola, l'atmosfera si era surriscaldata in un attimo. Io e Naomi ci eravamo già isolati sul divano letto, ma il vero spettacolo era dall'altra parte della stanza. Per uno come Massimo, che a Roma non aveva mai avuto una vera ragazza ed era di un'inesperienza quasi imbarazzante, quella notte era un vero e proprio battesimo del fuoco, una roba da uscirne completamente scemo.
Era seduto sul bordo del letto, rigido come un palo, mentre Maribel aveva iniziato a muoversi per lui. Si era sfilata il vestitino con una lentezza calcolata, rimanendo completamente nuda, mostrando quel corpo slanciato, le gambe infinite e una pelle chiarissima che sotto le luci soffuse dell'albergo sembrava di porcellana. Massimo la fissava con gli occhi spalancati, quasi paralizzato dal sesso, col cazzo che spingeva contro i pantaloni così forte da fargli male.
Maribel aveva capito subito con chi aveva a che fare. Con quella malizia tipica delle ragazze del posto, gli si era avvicinata camminando felina, gli aveva preso le mani tremanti e se le era portate sui fianchi, guidandolo. Poi si era inginocchiata tra le sue gambe. Gli aveva sbottonato i pantaloni e, quando aveva tirato fuori il membro già durissimo, gli aveva lanciato un'occhiata complice prima di accoglierlo interamente in bocca.
A quel punto Massimo era letteralmente impazzito. Non avendo mai provato nulla di simile in vita sua, aveva afferrato le lenzuola dietro di sé per non venire subito, con il fiato corto e la testa all'indietro. Maribel andava su e giù con un ritmo pazzesco, usando la lingua e stringendo la base con le dita, finché non si era sollevata per farsi possedere.
Lo aveva spinto indietro sul materasso e ci era salita sopra, posizionando il cazzo all'imbocco della sua intimità. Quando si era abbassata del tutto, accogliendolo fino in fondo, Massimo aveva cacciato un gemito rauco. Sentire quella carne caldissima e bagnata che lo stringeva lo stava facendo sballare. Maribel aveva iniziato a muovere il bacino con oscillazioni rotatori pazzesche, facendo oscillare i seni piccoli e sodi proprio davanti alla sua faccia.
Massimo, ormai privo di qualsiasi freno inibitorio e travolto da un piacere mai provato, le aveva afferrato il sedere sodo con le mani, affondando le dita nella carne, e aveva iniziato a spingere dal basso in modo selvaggio, quasi rabbioso, come se dovesse recuperare anni di astinenza in una sola notte. Venne dentro di lei con una scarica violentissima, gridando e stringendola a sé come se stesse annegando, mentre lei assecondava le sue ultime contrazioni stringendo i muscoli interni della fica. Era rimasto sotto di lei per mezz'ora, rintronato dal rum e dal sesso, convinto che Maribel fosse la donna della sua vita.
Quando arrivarono le prime luci dell'alba, ci rendemmo conto che erano quasi le otto del mattino. Naomi e Maribel erano persino più impazienti di noi; continuavano a parlare delle borse, guardando l'orologio.
— Allora, andate in banca? — chiesero premurose.
— Certo, ci vestiamo e andiamo.
— E tornate subito con i regali?
— Sicuro, il tempo del prelievo e siamo di ritorno.
Ci infilammo i vestiti, le salutammo con un ultimo bacio, scendemmo le scale dell'Aguila Inn a passi rapidi e salimmo in macchina. Non appena uscimmo dal parcheggio dell'albergo imboccando la strada principale, Massimo lasciò andare un lungo sospiro, guardando fuori dal finestrino:
— Siamo proprio due stronzi, Lorenzo.
— E perché? — chiesi io concentrato sulla guida.
— Lo sai benissimo perché.
— Senti, si sono divertite un mondo anche loro questa notte. Noi ci siamo divertiti, loro pure. Gli abbiamo solo dato un piccolo incentivo in più per svoltare la serata.
Massimo scosse la testa, visibilmente dispiaciuto:
— Sì, ma a me dispiace davvero per Maribel.
— Ti sei innamorato sul serio, allora?
— Forse sì — rispose lui con un filo di voce.
Non c'era tempo per i sentimentalismi: accelerai e lo accompagnai dritto all'aeroporto internazionale. Ci salutammo velocemente con una stretta di mano e lo vidi sparire oltre i varchi dei controlli di sicurezza. La sua vacanza in Venezuela era ufficialmente finita.
Verso mezzogiorno, puntuale come un orologio svizzero, arrivò all'albergo la ragazza a cui avevo venduto i restanti quindici giorni di stanza. Prima di correre in aeroporto con Massimo, avevamo lasciato le chiavi della camera alla reception, spiegando al tizio del bancone che una nostra amica sarebbe arrivata più tardi per il cambio. Il receptionist le consegnò la chiave senza fare domande e lei salì i gradini fino al piano.
Quando aprì la porta della stanza con una mandata, si trovò davanti Naomi e Maribel ancora comodamente piazzate sul letto in totale relax.
La mia amica rimase spiazzata:
— Ragazze... e voi che ci fate ancora qui dentro?
Le due risposero tranquille, senza scomporsi:
— Stiamo aspettando Lorenzo e Massimo.
— Ma se Massimo è partito per l'Italia stamattina presto!
— No, ti sbagli. Sono solo andati in banca a prendere i contanti per comprarci le borse sulla Santiago Mariño. Adesso tornano.
Per qualche ora le due continuarono a rimanere fisse nella stanza, convinte del colpo. Poi, lentamente, con il passare del pomeriggio e il telefono che squillava a vuoto, realizzarono la cruda realtà: nessuno sarebbe mai tornato con i soldi. Raccolsero furibonde le loro poche cose e se ne andarono dall'hotel sputando veleno. Quando la mia amica, la sera stessa, mi raccontò i dettagli della scena al telefono, scoppiai a sorridere. Pensavo ingenuamente che la storia delle borse fosse sepolta lì, per sempre.
Mi sbagliavo di grosso.
Due anni dopo quella fatidica mattina, mi trovavo a piedi davanti a un locale notturno molto frequentato di Porlamar. All'improvviso, tre tipi enormi, dall'aria decisamente poco rassicurante e con le facce da galera, si staccarono dal buio e mi circondarono, sbarrandomi ogni via di fuga. Dietro le loro spalle massicce sbucarono proprio Naomi e Maribel.
Mi puntarono il dito contro immediatamente, con gli occhi fuori dalle orbite per la rabbia:
— È lui! È lui, prendetelo!
— Ci deve dei soldi, questo maledetto — urlò Naomi.
Io cercai di mantenere la calma più assoluta, guardando i tre gorilla:
— Soldi? Ma quali soldi? Di che cazzo state parlando?
— Le borse di due anni fa! Non ti ricordi di noi?
— Ragazze, vi state sbagliando alla grande di persona. Io non vi ho mai viste in vita mia.
— Sei tu, non mentire! La faccia è la stessa!
A quel punto, con una mossa calcolata e fredda, infilai la mano nella tasca posteriore dei pantaloni, tirai fuori il passaporto e lo aprii sotto il naso del gorilla più grosso, proprio sulla pagina del visto. Per mia enorme fortuna, avevo dovuto rifare il documento da pochissimi mesi a causa della scadenza.
Indicai con il dito il timbro fresco di inchiostro:
— Vedete questo timbro qui? — dissi ad alta voce, guardandoli negli occhi.
Nessuno dei tre scagnozzi rispose, limitandosi a guardare la carta.
— Questo che vedete è il mio primo ingresso ufficiale in Venezuela. Il primo in assoluto della mia vita, datato pochi mesi fa. Se fossi già stato su quest'isola due anni fa, come dicono loro, sul passaporto dovrebbero esserci i vecchi timbri d'ingresso e d'uscita della dogana, vi pare? E come potete vedere voi stessi, non c'è assolutamente nulla. Quindi, come cazzo faccio a essere l'uomo che state cercando?
Per qualche secondo calò un silenzio di tomba davanti al locale. I tre gorilla guardarono il passaporto, poi guardarono le ragazze, visibilmente confusi. Non sembravano affatto convinti della mia messinscena, ma davanti a un documento ufficiale dello Stato con tanto di foto e timbri non avevano alcuno strumento per dimostrare il contrario. Dopo qualche minuto di esitazione, il capo del terzetto grugnì qualcosa, mi girò le spalle e il gruppo iniziò ad allontanarsi nel buio della strada.
Naomi e Maribel furono le ultime a staccarsi. Prima di girarsi, mi lanciarono un'occhiata d'odio puro, una di quelle che diceva chiaramente che non mi avevano creduto nemmeno per un singolo secondo e che avevano capito perfettamente il trucco del passaporto nuovo.
Ma ormai, mentre li guardavo sparire tra le luci della notte di Porlamar, non importava più a nessuno. La truffa delle borse era finalmente finita.
vacanza residence truffa borsa shopping liquoreria notturna camionetta strada bar locale colpo di scena
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore.
Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Aguila inn parte 2:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
