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trio

La perra (la cagna)


di Membro VIP di Annunci69.it Matertattoo
14.06.2026    |    67    |    0 8.7
"Lì la guardia si fermò: dentro la massima sicurezza la polizia non entrava proprio, il controllo era totalmente in mano ai prigionieri..."
Premessa:
La storia del passaggio e di Ayito è vera 100%.
Il resto è un misto di realtà e fantasia
Link del servizio:site:iene.mediaset.it luigi pelazza venezuela


Passò qualche mese da quella prima notte nella tasca con Michelle, Goyo e Conejo, quella in cui mi avevano battezzato "Tano". Ormai nel barrio mi chiamavano tutti così. Con il Monco si era creato quel genere di rapporto strano, fatto di pochissime parole, cenni di testa quando passavo davanti al suo cancello e un rispetto reciproco che non aveva bisogno di essere spiegato.

Un pomeriggio stavo passando davanti a casa sua con la mia Opel Corsa. Miguel era seduto sulla solita sedia di plastica, all'ombra. Mi vide arrivare, si alzò e mi fece cenno di fermarmi con la mano destra, l'unica che aveva. Abbassai il finestrino.

— Tano. Mi devi fare un favore.

— Dimmi, Miguel.

— Ho la macchina rotta. Devo portare una cosa a mio fratello in carcere.

Fino a quel momento non sapevo nemmeno che avesse un fratello detenuto nel carcere di San Antonio, l'androne infernale di Margarita. Miguel entrò in casa per prendere la roba e, quando riapparve, teneva in mano una grande busta di plastica termica. Salì sul sedile del passeggero, chiuse la portiera e appoggiò la busta sulle sue gambe.

Spostò leggermente il bordo superiore della plastica con la mano destra per mostrarmi il contenuto. Sotto i contenitori di alluminio per il cibo, c'era un'arma enorme, pesante. Un revolver cromato, specchiato, con la canna lunga e il manico nero.

A quel punto si girò verso di me e mi spiegò la situazione con estrema chiarezza:

— Questa deve entrare là dentro. Mio fratello si chiama Ayito. Lui comanda lì dentro, sta alla massima e comanda tutto il carcere. Tu devi solo guidare, al resto ci penso io.

Non c'era spazio per i dubbi. Il Monco mi stava dicendo chiaro e tondo che stavamo contrabbandando un'arma per il capo assoluto dei detenuti. A un uomo così, e con una richiesta del genere, non si poteva dire di no.

— Va bene, Miguel. Andiamo.

Mi salì un freddo improvviso alla base del collo. Misi la prima e partii. Durante il viaggio non volò una mosca; si sentiva solo il rumore del motore della Opel e il fruscio della plastica ogni volta che prendevamo una buca. Io guardavo dritto la strada, stringendo il volante, concentrato sulla guida mentre tenevo d'occhio gli specchietti. Miguel, invece, guardava fuori dal finestrino, calmo.

Arrivammo davanti al carcere dopo un quarto d'ora. Da fuori sembrava una fortezza di cemento armato sotto il sole cocente, circondata da filo spinato, un mondo a parte dove le leggi dello Stato non entravano. Miguel non fece una piega.

— Aspettami qui. Lascia il motore acceso.

Prese la busta con l'unico braccio che aveva, scese dalla macchina e si incamminò verso l'ingresso principale. Lo vidi parlare con le guardie sul perimetro. Nessuno lo perquisì. Nessuno osò toccare quella busta; il nome di Ayito apriva ogni porta. Fece un cenno d'intesa, i cancelli si potevano aprire, si aprirono e lui sparì all'interno per consegnare la pistola.

Rimasi in macchina da solo, con il condizionatore al massimo e il sudore che cominciava a farsi sentire lungo la schiena. Ogni minuto sembrava un'ora.

Dopo venti minuti esatti, la porta di ferro si riaprì. Il Monco uscì a passo lento, con le mani vuote. Salì in macchina, chiuse la portiera e si appoggiò allo schienale.

— Tutto a posto. Gira la macchina e torniamo.

Misi la retromarcia senza dire una parola. Lo riaccompagnai davanti al suo cancello. Prima di scendere, si girò verso di me, mi guardò fisso negli occhi e mi mise la mano destra sulla spalla, stringendo con forza.

— Grazie, Tano. Questa non la dimentico.

Tre giorni dopo, verso l'imbrunire, stavo rientrando nel condominio quando vidi Miguel sul marciapiede. Mi fece di nuovo cenno di accostare.

— Tano. Stasera vieni con la macchina a casa mia verso le nove. Ti devo portare in un posto.

L'aveva detto con quel tono tranquillo che però mi fece scattare subito l'allarme in testa. Alle nove in punto ero davanti al suo cancello. Miguel era già fuori, vestito pulito, con una camicia scura che copriva la spalla sinistra rimasta vuota. Salì in macchina.

— Esci dal barrio e prendi la via per Pampatar. Ti dico io dove girare.

Guidai per una decina di minuti nel buio, finché non mi fece svoltare verso una zona isolata, in collina. Ci fermammo davanti a un cancello anonimo. Superato l'ingresso, parcheggiai davanti a un locale notturno privato, discreto, senza troppe insegne fuori. All'interno l'atmosfera era soffusa, luci rosse e blu, musica bassa e divani in pelle nera disposti lungo le pareti. Non era un posto di super lusso, ma un club d'appuntamenti riservato, frequentato da gente del giro che cercava discrezione.

Appena entrammo, il gestore del locale riconobbe subito il Monco e gli andò incontro salutandolo con rispetto. Miguel ricambiò con l'unico braccio, poi mi indicò con un cenno secco:

— Lui è Tano. È un fratello. Qualunque cosa prenda stasera, la metti sul mio conto. Paga tutto io.

Il gestore annuì con un sorriso complice e ci fece portare due bicchieri di rum. Il Monco mi diede una pacca sulla spalla con la mano destra, indicandomi il divano del privé:

— Volevo ringraziarti per l'altro giorno, Tano. Stasera goditi la serata, pensa a tutto il Monco.

Non facemmo in tempo a sederci che il gestore mandò subito al nostro tavolo due ragazze del locale. Una bionda e una mora, fisici mozzafiato, vestite con abiti cortissimi e scollati che non lasciavano spazio all'immaginazione. Miguel mi fece l'occhiolino, prese il suo bicchiere e si allontanò verso il bancone per lasciarmi solo con loro.

Non ci furono giri di parole o chiacchiere finte. Le due si sedettero ai miei lati sul divano di pelle, stringendosi subito a me. La mora mi sfilò il bicchiere di mano per berne un sorso, mentre la bionda mi passò la mano dietro il collo, iniziando a baciare la mia bocca in modo profondo, spingendosi con il corpo contro il mio. Sentivo il profumo dolce della pelle e il calore dei loro corpi. La mora non perse tempo: si inginocchiò sul tappeto davanti a me e cominciò a sbottonarmi i jeans con dita rapide ed esperte, tirando fuori il sesso e iniziando a baciarmi lungo l'interno coscia fino a prendermi in bocca con movimenti lenti e caldi.

Mentre la mora continuava a scendere e salire con ritmo regolare, la bionda si tirò su il vestito, rivelando che sotto non portava nulla. Si mise a cavalcioni su di me, guidandomi dentro di lei con un colpo secco dei fianchi. Cominciou a muoversi sopra di me con spinte forti, stringendomi le spalle, mentre io le afferravo i glutei per assecondare il ritmo. La sensazione della mora che lavorava in basso e della bionda che mi stringeva dall'alto mi fece venire i brividi. Fu un rapporto selvaggio, esplicito, durato fino a quando la bionda si accasciò sul mio petto con un gemito soffocato e io venni dentro di lei, mentre la mora raccoglieva le ultime gocce con la lingua. Quel sesso così violento e diretto cancellò in un colpo solo tutta la tensione accumulata in quei venti minuti passati ad aspettare fuori dal carcere di San Antonio.

Quando mi risistemai i vestiti, capii fino in fondo come funzionavano le cose lì: il favore del carcere era stato ampiamente pagato. La moneta del Monco non erano i soldi dati in mano, ma la sua protezione e l'accesso ai piaceri della notte dell'isola, tutto saldato direttamente da lui.

Era passato circa un anno da quei giorni. Ero temporaneamente tornato in Italia: facevo sempre così, ogni tre o quattro mesi rientravo a casa per sostenere gli esami universitari, sbrigavo le sessioni e poi ero subito pronto a ripartire per l'isola.

Una sera, mentre ero a casa, accesi la televisione. C'era una puntata delle Iene. Sullo schermo apparve Luigi Pelazza, e l'inquadratura mi fece fare un salto sulla sedia: stavano trasmettendo un servizio shock proprio dal carcere di San Antonio a Margarita.

Il servizio era iniziato nella sezione femminile, dove Pelazza stava intervistando alcune ragazze detenute. All'improvviso, una guardia carceraria si avvicinò al giornalista e gli disse che il boss della sezione di massima sicurezza aveva saputo della sua presenza e pretendeva di parlargli.

Pelazza venne accompagnato fino al cancello della sezione. Lì la guardia si fermò: dentro la massima sicurezza la polizia non entrava proprio, il controllo era totalmente in mano ai prigionieri.

Appena Pelazza varcò la soglia, ad accoglierlo sul piazzale interno c'era proprio Ayito, il fratello del Monco, insieme a un complice ancora più giovane. Non ci furono preamboli: la prima cosa che fecero fu tirare fuori due armi davanti all'obiettivo.

Pelazza gli chiese come mai fosse in carcere.
— Omicidio — rispose Ayito con agghiacciante naturalezza.
— Quanti ne hai uccisi? — incalzò il giornalista.
— Como 4 — rispose lui, scrollando le spalle, come se avesse perso il conto.

Le telecamere si spostarono poi all'interno della struttura, entrando in una stanza. Fu in quel preciso istante che arrivò il vero colpo di fulmine.

Seduto in quella stanza c'era Conejo. Sì, proprio lo stesso Conejo che un anno prima era venuto a bere a casa mia e aveva infilato la sua arma nel mio forno per rispetto. Nel servizio, Ayito si girò verso di lui e gli diede un ordine secco in slang:

— Sacca la perra! — Tira fuori la cagna.

Conejo si voltò, scomparve per un secondo in una stanza sul retro e tornò fuori stringendo qualcosa in pugno. Quando la telecamera inquadrò l'arma da vicino, sentii un brivido di ghiaccio colpirmi lo stomaco.

Aveva due pistole una Beretta automatica e un revolver cromato, con la canna lunga e il manico nero.

Era lui. Lo stesso identico revolver che io e Miguel avevamo trasportato quel giorno nella busta termica della mia Opel Corsa. E a tirarla fuori in TV, davanti a milioni di italiani, era l'uomo a cui avevo aperto la porta di casa.

La mia valigia era già pronta in un angolo della stanza per il volo di ritorno. In Italia ero solo uno studente che tornava in sessione, ma guardando lo schermo capii che a Margarita, per tutta quella gente, sarei rimasto per sempre Tano.
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