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Il tradimento della mia compagna. Cap 2


di Midi90
30.03.2026    |    3.549    |    2 9.5
"Una volta seduti al tavolo, però, iniziai a giocare di strategia: cercai di essere simpatico, feci qualche battuta per sciogliere il ghiaccio e, piano piano, la vidi rilassarsi..."
Mentre guidavo verso casa, il battito del cuore rallentò, lasciando spazio a una lucidità quasi gelida. Afferrai il telefono e le inviai un messaggio rapido: «Ceniamo a casa, finisco tardi al lavoro. Fai pure con calma». Volevo darle il tempo di rientrare, di ripulirsi da quell'odore di sesso e di rimettersi la maschera della compagna perfetta.
Sentivo il bisogno di parlare con qualcuno che potesse capire senza giudicare. Chiamai Roberto, un uomo di cinquantacinque anni che per me era sempre stato come uno zio; era una tomba per i segreti, ma sapeva sempre trovare le parole giuste. Gli raccontai tutto d'un fiato, confessandogli che quella scena mi aveva provocato una miscela insopportabile di rabbia e, paradossalmente, un’eccitazione che mi spaventava.
Roberto rimase in silenzio per qualche istante, poi la sua voce calma mi arrivò gracchiando dall'altoparlante: «Non c'è nulla di cui vergognarsi, ragazzo. Successe anche a me e mia moglie quando eravamo giovani, più di una volta. È un fuoco che brucia diversamente, ma non significa che il tuo rapporto sia finito. Parlale, ascoltala e poi decidi cosa vuoi fare davvero».
Quelle parole mi diedero una strana forza. Arrivai a casa verso le 21:00 e la trovai già lì. L'aria nel salotto era pesante, carica di un’elettricità che potevo quasi toccare. Simona appariva strana, i suoi movimenti erano nervosi e il suo sguardo evitava costantemente il mio. Notò subito la mia freddezza distaccata; non la baciai, non le sorrisi.
Dopo qualche scambio di parole banali, le dissi con tono fermo: «Simona, dobbiamo parlare».
Lei mi fissò per un istante, poi sospirò profondamente, come se un peso le stesse schiacciando il petto. «Hai ragione,» rispose con un filo di voce. «Anch'io devo dirti una cosa».

Simona scoppiò in un pianto dirotto, le spalle che sussultavano mentre le parole faticavano a uscirle dalla gola. Non mi aspettavo che crollasse così velocemente, ma la colpa sembrava averle scavato dentro un vuoto incolmabile. Tra un singhiozzo e l'altro, iniziò a confessare il tradimento.
Mi raccontò di questo nuovo collega, un uomo che si trovava lì solo per pochi giorni e che aveva iniziato a stuzzicarla pesantemente durante i turni in negozio. Quel giorno a pranzo erano usciti tutti insieme, ma poi il gruppo si era spostato a casa di un'altra collega. Lì, in un clima di falsa goliardia, lui si era fatto estremamente insistente e lei, in un momento di assurda debolezza, aveva ceduto alle sue avance.
Io ascoltavo restando impassibile in superficie, ma dentro di me sentivo la rabbia lottare con quella strana eccitazione che non accennava a spegnersi. Simona continuò, asciugandosi gli occhi con il dorso della mano: mi disse che alle 15:30 aveva usato la scusa dei suoi genitori per andarsene, facendosi accompagnare alla villetta dalla stessa amica che poi l'avrebbe riportata a casa in serata. Lui però le aveva seguite in moto e, tra una battuta e un sorriso malizioso, l'aveva convinta a farlo entrare.
«Dentro è successo... è successo quello che immagini,» mormorò, riferendosi chiaramente a quel disordine di vestiti e umori che io avevo visto con i miei occhi. Ricominciò a piangere più forte, quasi raggomitolata sul divano. «Scusa, scusa... sono una merda, non so cosa mi sia preso,» ripeteva come un mantra.
La guardai fisso, senza muovere un muscolo. «Voglio i dettagli, Simona. Tutti. Dal momento in cui ha varcato quella soglia fino a quando se n'è andato,» le ordinai con una voce ferma e decisa che la fece sobbalzare.
Lei mi guardò stranita, gli occhi arrossati e gonfi che cercavano di capire se la stessi punendo o se ci fosse dell'altro dietro la mia richiesta. Si asciugò le ultime lacrime, prese un respiro profondo e, continuando a singhiozzare piano, iniziò a scendere nei particolari più torbidi di quel pomeriggio, ignara che io possedessi già ogni fotogramma di quella scena.

Ignara del fatto che io fossi stato presente e avessi ripreso ogni istante di quel pomeriggio, Simona iniziò il suo racconto con voce tremante. Mi descrisse i primi approcci in cucina, tra il profumo del bucato e la musica che pompava alta dalle casse; mi disse di come lui avesse iniziato a baciarle il collo con insistenza mentre lei cercava di sistemare i panni dei genitori. All'inizio si era sentita rigida, quasi bloccata, tentando una debole e goffa resistenza, ma l'impeto di quell'uomo era stato troppo forte.
Mi raccontò che, una volta spogliati nel salotto, lui l’aveva spinta sul divano e aveva iniziato a leccarla con una foga animalesca. Simona ammise, abbassando lo sguardo per la vergogna, di aver iniziato a godere come faceva raramente anche con me, lasciandosi andare completamente fino a squirtare con un’intensità che le aveva fatto perdere ogni barlume di ragione. In quel momento la sua testa era "partita": si era sentita come posseduta da una forza estranea, un desiderio primordiale che l'aveva spinta a trascinarlo al piano di sopra, nella sua vecchia camera, per continuare quel rito di lussuria.
Mentre lei parlava, sentivo la rabbia iniziale scivolare via, sostituita da un'eccitazione violenta e incontrollabile. I pantaloni mi stringevano terribilmente; l'erezione era così evidente che dovetti cambiare posizione sul divano per nasconderla. Simona continuò il suo calvario di confessioni, arrivando al punto più doloroso: mi disse, tra i singhiozzi, che lui aveva un membro decisamente più grosso del mio e che la penetrazione anale le aveva provocato un dolore misto a un piacere mai provato prima. Sapeva che me ne sarei accorto facilmente e, non appena lui se n'era andato, i sensi di colpa l'avevano travolta come un macigno.
Riprese a piangere disperatamente, chiedendo ancora perdono. Io restai in silenzio, sospeso tra un rimasuglio di risentimento e un desiderio carnale che mi stava logorando. Con tono freddo, le comunicai che quella notte avrei dormito sul divano. Lei, senza replicare, si trascinò in camera da letto chiudendosi la porta alle spalle.
Rimasi solo nel buio del salotto. Riflettei a lungo, guardando il telefono che custodiva quel video infuocato. Presi una decisione: le avrei nascosto di aver visto tutto. Mi sarei tenuto quel segreto stretto in gola, prendendomi il tempo necessario per capire come gestire quella nuova, torbida consapevolezza che mi faceva bollire il sangue. Alla fine, stremato dalla tensione, mi addormentai.

Passammo circa una settimana da separati in casa. Ci scambiavamo solo i saluti di rito e ci incrociavamo a malapena all'ora di cena, immersi in un silenzio che pesava come un macigno. Simona era distrutta dai sensi di colpa, convinta che la sua confessione avesse segnato la fine del nostro rapporto, ma restava del tutto ignara del fatto che io avessi assistito a ogni istante di quel pomeriggio alla villetta. In quei giorni schiarii le mie idee: era stata sincera, il suo dolore era autentico e la sua disperazione mi confermava quanto tenesse a noi.
Il giovedì pomeriggio di quella calda settimana di agosto, decisi di rompere gli indugi. Le inviai un messaggio conciso: «Stasera andiamo a cena fuori». Ci preparammo in silenzio e il tragitto in macchina verso un ristorante sul mare, a trenta chilometri dalla città, fu carico di una tensione elettrica. Una volta seduti al tavolo, però, iniziai a giocare di strategia: cercai di essere simpatico, feci qualche battuta per sciogliere il ghiaccio e, piano piano, la vidi rilassarsi. Arrivati al dolce, l'atmosfera sembrava quasi tornata alla normalità; ridemmo e scherzammo come se nulla fosse accaduto.
Fu durante il viaggio di ritorno che decisi di sferrare l'ultimo colpo. Mi feci improvvisamente serio e, fissando la strada davanti a me, le dissi: «So tutto, Simona. Quel pomeriggio ero lì, ho visto tutto e ho ripreso mentre quel cazzone ti possedeva».
Il silenzio che seguì fu assoluto, interrotto solo dal rotolare degli pneumatici sull'asfalto. Prima che lei potesse proferire parola, continuai: «All'inizio ero furioso, volevo lasciarti. Ma poi, riguardando il video nei giorni seguenti, la rabbia ha lasciato il posto a un'eccitazione che non riesco a controllare. Voglio ripagare la tua sincerità con la mia: quella vista mi fa impazzire».
Simona mi guardò con una faccia incredula, totalmente confusa; non riusciva a capire se stessi scherzando o se fossi diventato matto. «Per dimostrartelo ti farò vedere una cosa,» aggiunsi mentre parcheggiavo sotto casa. Lei, ancora titubante, salì in camera, si spogliò e indossò il pigiama con gesti meccanici. Dopo qualche minuto uscii dal bagno con il telefono in mano e il cazzo durissimo, palese sotto i boxer.
Lei rimase sbalordita, un misto di emozioni le attraversò il volto. «Ma cosa stai...» provò a esclamare, ma la zittii subito: «Zitta e guarda». Le mostrai l'anteprima del video sul display e, mentre le immagini del suo culone da negra che rimbalzava su quel membro enorme partivano sullo schermo, iniziai a masturbarmi con foga davanti a lei. Nel giro di pochi secondi, travolto dalla potenza di quel ricordo visivo, esplosi ai piedi del letto.
Simona si fece seria, quasi tremante. «Allora sei serio? Non stavi scherzando?».
«Come vedi mi eccita da pazzi,» ribattei riprendendo fiato, «e vista la tua onestà, non posso che perdonarti».
A quelle parole lei scoppiò in un pianto liberatorio, ma durò un istante. Si asciugò le lacrime con un gesto deciso, si sfilò il pigiama e mi saltò letteralmente addosso, travolgendomi con un bacio appassionato e interminabile. Continuava a chiedermi scusa tra un respiro e l'altro, finché non le dissi che non serviva più.
«Fammi tua», sussurrò con una voce carica di una nuova, torbida lussuria.
Obbedii immediatamente. La sbattei a pecora sul letto e iniziai a stantuffarla con una forza che non avevo mai usato prima. Simona godeva come una forsennata, toccandosi freneticamente il clitoride finché non si lasciò andare a un orgasmo squirtato violentissimo, che inondò le lenzuola e mi bagnò persino le palle. La girai di scatto e le venni in faccia con gli ultimi fiotti; lei, senza esitare, ripulì ogni traccia con la lingua, guardandomi con una complicità che avrebbe cambiato per sempre la nostra vita di coppia.

Nei giorni seguenti, la nostra vita tornò apparentemente alla normalità. Riprendemmo la nostra convivenza da coppia felice, ma con una consapevolezza diversa: avevamo lasciato il tradimento alle spalle, ma non l'eccitazione che quel segreto svelato aveva scatenato in entrambi. C’era un’elettricità nuova nell'aria, un modo di guardarci che prima non esisteva.
Sentii il bisogno di aggiornare Roberto. Lo chiamai mentre ero in macchina e gli raccontai tutto, dalla confessione di Simona alla nostra notte di passione davanti a quel video. Lui rimase in ascolto, in uno di quei suoi silenzi profondi, poi parlò con quella sua voce roca e saggia: «Bene, ragazzo. Avete superato lo scoglio più duro. Ma se vuoi perdonarla davvero e chiudere il cerchio, lei deve fare un'ultima cosa per te».
«E quale sarebbe?» chiesi, con il cuore che ricominciava a accelerare.
«Adesso deve regalarti una bella esperienza di coppia,» rispose lui con un tono che non ammetteva repliche. «È il momento di pareggiare i conti e trasformare quello che è successo in qualcosa che appartenga a entrambi, non solo a lei e a un estraneo».
L'idea mi allettò all'istante; sentii un brivido lungo la schiena al solo pensiero di riprendere il controllo della situazione. «Dimmi cosa devo fare, Roberto. Sono pronto».
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