tradimenti
Loris bisex per scelta e dovere di marito
GangbangBologna
14.06.2026 |
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"Vedevo le sue mani che esploravano il corpo del quinto uomo, mentre la sua bocca accoglieva le attenzioni del quarto, e io, perso in quel vortice, cercavo il contatto con l’uomo che mi stava..."
Mi chiamo Loris, nato nel 1954, e per decenni ho indossato l’armatura dell’uomo comune, convinto che il desiderio fosse un binario unico da non deviare mai. Eppure, in fondo alla mia mente, esisteva un sussurro costante, una curiosità che non sapevo nominare, che mi spingeva a guardare oltre il perimetro del mio matrimonio con Ludovica. Il nostro viaggio, iniziato quindici anni fa al Club Maison di Gessate, non è stato solo l’apertura di una porta verso la trasgressione, ma un percorso di auto-scoperta che ha investito entrambi. Se inizialmente ero un marito ossessionato dall'idea di vedere la mia donna tra le braccia di altri, è stato proprio guardando Ludovica trasformarsi in quella predatrice vorace che ho capito qualcosa di fondamentale anche su di me. La vedevo esplorare la sua bisessualità con una grazia che mi travolgeva; vederla accarezzare le donne, vederla passare dai baci morbidi di una compagna alle spinte brutali di uno sconosciuto, ha iniziato a scatenare in me una reazione a catena. Non ero più solo il voyeur che godeva della monta maschile sulla mia compagna, ma sentivo nascere un'urgenza nuova. Ho iniziato a guardare gli uomini che selezionavo per lei non più soltanto come strumenti per il suo piacere, ma come potenziali oggetti del mio desiderio. All’inizio è stato uno shock, una vertigine che mi ha costretto a mettere in discussione ogni certezza sulla mia virilità, ma poi, nell'atmosfera sospesa dei locali che frequentavamo, il tabù è scivolato via. Ho scoperto che il mio godimento non era completo se non potevo condividere quel seme, se non potevo farmi partecipe di quel flusso di corpi in cui l'identità di genere si annullava.Quella notte al club "L’Eclissi", un locale sotterraneo celato dietro una pesante porta blindata in un quartiere industriale alle porte di Milano, tutto questo trovò il suo compimento. L’aria era satura di un profumo denso di sandalo, sudore e feromoni, un’atmosfera che ti entrava nei polmoni come una droga. All’interno, l’arredamento giocava con l’oscurità: pareti in velluto nero, divani di pelle capitonné strategicamente posizionati in nicchie buie e luci al neon rosso cupo che creavano ombre lunghe, quasi irreali, su ogni corpo. Ludovica era un faro in quell’oscurità. Indossava un abito di seta scivoloso, scuro, che si apriva in modo provocatorio a ogni suo passo, e i suoi occhi non cercavano più solo la mia approvazione, ma la preda. Io ero seduto nell'angolo d’onore, sentendo l'adrenalina pulsarmi nelle tempie come una febbre.
Il primo uomo, un cinquantenne massiccio con le spalle larghe e una barba curata, si avvicinò con la sicurezza di chi sa leggere i segnali. Ludovica non aspettò; gli si avvicinò con un’andatura felina, le mani che risalivano lungo i suoi pettorali. Lo portò in una nicchia poco illuminata. Osservavo i muscoli della schiena di lui contrarsi sotto la camicia mentre la premeva contro la parete. Ludovica aveva la testa rovesciata all'indietro, una muta testimonianza di estasi che arrivava fino a me. Appena lui si scostò, senza nemmeno concederle un respiro, apparve il secondo: un ragazzo giovane, di quelli che trovi spesso ai banconi, con l’aria di chi ha ancora molto da dimostrare. Lui la prese quasi con urgenza, le sue mani sbrigative cercavano di sollevare la seta dell’abito. Ludovica rispose con una voracità nuova, guidando lei le sue mani verso il proprio centro. Era uno spettacolo di pura volontà: non era lei a essere usata, era lei a dirigere il traffico del desiderio. Il terzo fu un uomo dal volto scavato e severo, uno che incuteva una sorta di timore reverenziale. Quando si unì a lei, il ritmo della stanza sembrò rallentare. Le sue movenze erano lente, quasi rituali. Ludovica si abbandonò a quel tocco più brutale, la sua pelle bianca che macchiava di contrasto il buio della nicchia. Io ero in piedi, ormai, il respiro corto, incapace di restare seduto mentre il seme di quello sconosciuto cominciava a lasciare il suo segno evidente su di lei.
Il quarto uomo si unì mentre il terzo era ancora lì, una sovrapposizione di corpi che creava una massa indistinta di piacere. Fu in quel momento che la mia evoluzione trovò il suo compimento. Non potevo più restare ai margini. Mi avvicinai, il cuore che mi rimbombava nel petto. Il quarto uomo, sentendo la mia presenza, invece di ritrarsi, allungò una mano verso di me, una mano forte, calda, sporca di quel desiderio che stavamo condividendo. In quel contatto, sentii un fremito elettrico corrermi lungo la spina dorsale: la sua pelle contro la mia, mentre lui era ancora dentro mia moglie. Eravamo tutti e tre uniti in un groviglio inestricabile. Il quinto uomo, un giovane dall'aria atletica, si aggiunse al cerchio quasi come un completamento naturale. Era una coreografia selvaggia. Ludovica era al centro, un polo attrattivo attorno al quale orbitavamo. Vedevo le sue mani che esploravano il corpo del quinto uomo, mentre la sua bocca accoglieva le attenzioni del quarto, e io, perso in quel vortice, cercavo il contatto con l’uomo che mi stava accanto. Non c’era più distinzione tra chi offriva piacere e chi lo reclamava. La bisessualità di Ludovica era un fiume in piena che travolgeva tutto, lei passava dal corpo di uno a quello dell’altro, baciando labbra maschili, lasciando che le dita di una donna anonima che si era avvicinata al gruppo sfiorassero i suoi seni. Il seme, il sudore, gli sguardi persi, il battito della musica che si fondeva con i nostri gemiti: tutto in quel momento era sacro. Vedevo Ludovica, la mia Ludovica, completamente ricoperta dalle tracce di quella maratona, i capelli sciolti, gli occhi sbarrati in un'estasi che non prevedeva ritorno. E quando finalmente i cinque uomini si ritirarono, lasciandoci soli nel buio della nicchia, mi sentii un uomo nuovo. Mi sentivo completo. Avevo visto lei, avevo provato lei, avevo provato l'altro, e avevamo tracciato insieme un confine oltre il quale non avremmo mai più accettato di tornare. Eravamo diventati una cosa sola, due metà di un desiderio che non aveva più bisogno di nascondersi perché aveva trovato, finalmente, la sua forma più brutale e perfetta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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