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Padrone di sua moglie per una notte


di Gentilmen
29.01.2026    |    700    |    3 9.6
"“Sì! Spaccami! Più profondo! Ti prego, Antonio… distruggimi… ho bisogno del tuo cazzo grosso che mi riempie… imploro… venitemi dentro, non tirarti fuori!” Marco la scopava in gola..."
L’aria di Bagheria quella sera era un misto di salsedine calda, gelsomini notturni e un’elettricità palpabile che faceva formicolare la pelle. Marco mi aveva invitato con un messaggio sibillino: “Vieni. Stasera la rendiamo schiava. E tu sarai il suo padrone per una notte.” Sapevo di cosa parlava: Elena, sua moglie, la donna pudica che arrossiva al solo menzionare un bacio in pubblico. Ma dentro di lei, Marco aveva scavato un pozzo di desiderio represso, e quella notte l’avremmo fatto traboccare.
Arrivai alla villa con il cuore che martellava. La cena fu un lento supplizio di seduzione. Elena sedeva a tavola con un abito estivo bianco, leggero come una promessa, che lasciava intravedere la curva dei seni e il profilo delle cosce. I suoi occhi verdi evitavano i miei, ma ogni volta che Marco versava il vino rosso siciliano – denso, aromatico, che le colorava le guance di un rosa intenso – lei si mordeva il labbro inferiore. “Marco, basta con questi discorsi,” protestava debolmente quando lui iniziava a raccontare aneddoti intimi: “Ricordi quando ti ho legata al letto con la cravatta, Elena? Come imploravi di farti venire?” Lei arrossiva furiosamente, stringendo le gambe sotto il tavolo, ma non si alzava. Il suo respiro si faceva corto, i capezzoli premevano contro la stoffa sottile. Io sentivo il mio cazzo indurirsi solo guardandola: la moglie perbene che lottava contro il fuoco che le bruciava tra le cosce.
Marco la provocava di proposito. “Stasera Antonio ti vedrà legata, amore. Ti farà implorare come una troia. Pensa al tuo pudore che si scioglie, al tuo corpo che trema nelle corde mentre suppliche di essere scopata.” Elena deglutiva, le mani che tremavano sul bicchiere. “Sei pazzo… non posso… è umiliante…” Ma le sue pupille si dilatavano, e un velo di sudore le imperlava il collo. L’eccitazione psicologica era già in atto: il contrasto tra la donna educata, la siciliana devota, e la troia nascosta che urlava di uscire. “Va bene… solo se mi legate piano,” cedette alla fine, la voce un sussurro roco. Il gioco era iniziato.
In camera, la luce fioca della lampada creava ombre danzanti sui muri imbiancati. Marco aveva preparato tutto con cura maniacale: corde rosse di seta morbida ma resistente, un foulard nero per bendare, un piccolo frustino di pelle che non avrebbe lasciato segni ma avrebbe bruciato di piacere. “Spogliati, troia,” ordinò Marco, la voce bassa e autoritaria. Elena obbedì con mani tremanti, slacciando i bottoni uno a uno, rivelando prima i seni pieni e pesanti, capezzoli già eretti come bacche mature, poi il ventre piatto, le mutandine bianche inzuppate al centro. “Guardate… sono già fradicia solo al pensiero,” mormorò, le guance in fiamme, tirando via il tessuto con un gesto disperato. La figa era gonfia, lucida, le labbra aperte come un invito osceno.
Marco la fece inginocchiare. “Mani dietro la schiena.” Le legò i polsi con nodi stretti ma sensuali, la seta che mordeva la pelle delicata, costringendola in una posa di sottomissione totale. Poi le piegò le gambe, legandole le caviglie alle cosce: una posizione da schiava esposta, ginocchia divaricate al massimo, culo in aria, seni che pendevano pesanti e vulnerabili. Non poteva chiudere le gambe, non poteva coprirsi. Solo offrire ogni centimetro di sé. “Ora bendala,” mi disse Marco, passandomi il foulard. Io lo avvolsi intorno ai suoi occhi, immergendola nel buio. Elena ansimò: “Non vedo niente… mi sento così esposta… Dio, che vergogna…”
Ma la vergogna era il carburante. Marco le accarezzò la guancia: “Implora, Elena. Implora Antonio di toccarti. Dimmi quanto hai bisogno del suo cazzo.” Lei tremò, il corpo teso nelle corde, lacrime che filtravano sotto la benda. La voce uscì spezzata, supplichevole:
“Ti prego, Antonio… toccami… sfiora la mia figa bagnata… ho bisogno delle tue dita dentro di me… non ce la faccio più… sto bruciando… imploro… ti supplico, fammi venire con la bocca, con le mani… sono la tua troia legata, usami come vuoi…”
Quelle parole mi fecero pulsare il cazzo dolorosamente. Mi inginocchiai dietro di lei, le passai la lingua sulla fessura fradicia, assaporando il suo nettare dolce e salato. Lei inarcò la schiena quanto le corde permettevano, un gemito animalesco: “Sììì! Leccami il clitoride… più forte… per favore… sto implorando… mangiami la figa… ti prego, non fermarti, voglio venire sulla tua lingua!” Marco si mise davanti, le infilò il cazzo in bocca: “Succhia mentre implori, puttana.” Elena obbedì, la bocca piena, mugolando parole soffocate: “Mmmph… sì… scopatemi la bocca… e la figa… voglio essere piena… imploro di essere sfondata… sono la vostra schiava… la vostra zoccola bendata e legata…”
L’eccitazione psicologica era un vortice: Elena, la donna che non aveva mai osato sognare oltre il missionario con il marito, ora bendata, immobilizzata, supplicava di essere usata. Il pudore urlava nella sua mente – “Sono una sgualdrina, cosa penserà la gente?” – ma quel pensiero la bagnava di più, la faceva contrarre intorno alla mia lingua. Io entrai in lei da dietro con un colpo secco, il cazzo che scivolava nel suo calore stretto e viscido. Le corde la tenevano ferma, ogni spinta la faceva sobbalzare, i seni che ondeggiavano. “Sì! Spaccami! Più profondo! Ti prego, Antonio… distruggimi… ho bisogno del tuo cazzo grosso che mi riempie… imploro… venitemi dentro, non tirarti fuori!”
Marco la scopava in gola ritmicamente, tenendola per i capelli. “Dillo chi sei, troia. Implora per lo sperma.” Elena, con la benda bagnata di lacrime e saliva, gracchiò tra i colpi:
“Sono una troia… la troia legata di mio marito e del suo amico… imploro il vostro seme… riempitemi la figa, la bocca, il culo se volete… per favore… sto venendo… aaaah! Non fermatevi… supplico di essere usata tutta la notte!”
Il primo orgasmo la squassò come una tempesta: il corpo che si tendeva contro le corde fino a farle cigolare, la figa che mungeva il mio cazzo in spasmi violenti, urla soffocate dal membro di Marco. Venni dentro di lei con un ruggito, pompando getti caldi profondi mentre lei continuava a implorare: “Grazie… grazie… ma non basta… slegatemi solo per legarmi diversamente… voglio il culo… imploro di essere presa da dietro mentre mi tenete aperta!”
Marco sciolse parzialmente le corde, la girò sulla schiena, le gambe alzate e legate ai montanti del letto in una V oscena. Le tolse la benda: voleva che ci guardasse negli occhi mentre la sfondavamo. Io la penetrai di nuovo, lento e profondo, mentre Marco le infilava un dito nel culo, preparandola. “Implora per il doppio, Elena.” Lei, occhi sgranati, viso contorto in estasi umiliata: “Ti prego… scopatemi il culo, Marco… e la figa tu, Antonio… voglio sentirvi tutti e due… imploro… fatemi venire come una schiava… sono vostra… per sempre vostra…”
Entrammo insieme, un sandwich di carne e corde. Elena urlò di piacere puro: “Sììì! Riempitemi! Più forte! Sto impazzendo… imploro lo sperma… venite dentro la vostra troia… aaaah!” Il secondo orgasmo fu epico: corpo inarcato, lacrime di gioia, figa e culo che si contraevano in sincrono, mungere ogni goccia. Marco e io esplodemmo quasi insieme, inondandola, il seme che colava ovunque – dalle labbra, tra le cosce, sul ventre.
Crollammo esausti, lei ancora parzialmente legata, il corpo segnato da striature rosse leggere, il viso un misto di sudore, lacrime e seme. Marco le accarezzò i capelli: “Brava, schiava. Hai implorato come una vera puttana.” Elena, voce rauca ma sazia, sorrise: “Ancora… domani… con più corde, un frustino… implorerò di essere frustata prima di essere scopata… voglio sentire il bruciore e poi il piacere… supplico solo di non smettere mai.”
Il pudore era morto, sepolto sotto strati di lussuria. Ora Elena era la troia implorante, la schiava che aveva scoperto il potere del suo abisso. E noi sapevamo: la notte successiva sarebbe stata solo l’inizio di un gioco senza fine.
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