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Davanti gli occhi del Cuckold 2


di Gentilmen
05.02.2026    |    2.286    |    3 9.7
"La scopai ancora più forte, sentendo il suo ano cedere completamente, accogliermi fino in fondo senza resistenza..."
Due settimane dopo, alle 19:25 in punto, il campanello suonò di nuovo – tre volte brevi, come concordato.
Aprii senza fretta. Martina entrò per prima, avvolta in un trench beige che le arrivava quasi alle caviglie, tacchi alti stavolta, rossetto rosso scuro che le dava un’aria da predatrice pentita. Luca dietro di lei, stesso completo grigio, stessa barba curata, ma gli occhi erano diversi: più affamati, meno timorosi. Portava una piccola borsa di pelle nera stretta al petto come un segreto.
«Siete in anticipo di tre minuti» dissi, chiudendo la porta con lo stesso giro lento della volta scorsa. «Bravi.»
Martina si tolse il trench senza che glielo chiedessi. Sotto aveva solo biancheria intima: reggiseno push-up nero, perizoma coordinato e – visibile anche da ferma – un plug anale con base gioiello rosa che spuntava tra le natiche quando si girò per appendere il cappotto all’attaccapanni.
Luca arrossì violentemente, ma non distolse lo sguardo.
«Brava ragazza» mormorai, sfiorandole la base del plug con un dito. Lei fremette, le cosce si strinsero per un istante. «L’hai tenuto tutto il giorno come ti avevo scritto?»
«Sì… dal mattino. Mi ha fatto bagnare in continuazione. In macchina non riuscivo quasi a stare ferma.»
Luca deglutì rumorosamente.
Li feci accomodare nello studio. Stavolta non indicai il divanetto: feci sedere Martina direttamente sulla scrivania, gambe divaricate, piedi appoggiati ai bordi. Luca sulla solita poltrona girevole, a un metro scarso.
«Spogliati nudo, Luca. Tutto. E resta seduto. Mani sui braccioli. Se ti tocchi prima che te lo dica io, vi faccio uscire e finisce tutto!
Obbedì in silenzio, tremando. Il cazzo gli schizzò fuori già gonfio, la cappella lucida. Si sedette rigido, le mani artigliate al legno.
Mi avvicinai a Martina. Le slacciai il reggiseno con due dita, poi le abbassai il perizoma fino alle ginocchia. Il plug scintillava sotto la lampada da scrivania. Lo afferrai per la base e lo ruotai piano, dentro e fuori di qualche centimetro. Lei inarcò la schiena, gemette a denti stretti.
«Quanto è dilatato questo buchetto?» le chiesi, guardando Luca.
«Molto… ci ho messo ore a entrare il più grande che avevamo. Brucia ancora un po’.»
«Bene. Significa che stasera ti prenderò lì senza pietà.»
Luca emise un suono soffocato, quasi un lamento. Il cazzo gli pulsava contro lo stomaco.
Le infilai tre dita nella figa senza preavviso. Era fradicia, calda, gonfia. Le pompai dentro forte, schiaffeggiandole il clitoride con il pollice ogni due-tre affondi. Martina si morse il labbro fino a farsi male, le tette che sobbalzavano.
«Dillo a tuo marito cosa vuoi stasera.»
Lei girò la testa verso Luca, gli occhi lucidi.
«Voglio… voglio che mi sfondi il culo davanti a te. Voglio sentire il suo cazzo grosso che mi apre tutta… e voglio che tu guardi ogni centimetro che entra. Voglio venire così forte da pisciarti addosso mentre lui mi riempie.»
Luca chiuse gli occhi un secondo, poi li riaprì, ipnotizzato.
Presi il lubrificante dalla cassettiera, ne versai un getto abbondante sul plug ancora dentro di lei, poi lo estrassi lentamente, facendola gemere come se le strappassi l’anima. Il buchetto rimase spalancato per qualche secondo, rosa e lucido, prima di contrarsi piano.
«In ginocchio sul pavimento. Culo in alto, faccia contro il divanetto.»
Obbedì subito, inarcando la schiena in modo osceno. Mi inginocchiai dietro di lei, le allargai le natiche con forza. Ci sputai sopra più volte, poi ci infilai la lingua, profonda, girandola dentro mentre lei mugolava e spingeva indietro contro la mia faccia.
Luca si stava contorcendo sulla poltrona, il cazzo che gocciolava pre-sborra sul pavimento.
Mi rialzai, mi slacciai i pantaloni. Ero durissimo, venature gonfie. Posizionai la cappella contro l’ano già bagnato e lubrificato. Spinsi piano all’inizio, solo la punta. Martina urlò, un misto di dolore e piacere.
«Respira. E dimmi grazie.»
«Grazie… cazzo… grazie…»
Affondai di colpo fino a metà. Lei gridò forte, le unghie che graffiavano il divanetto. Continuai a spingere, implacabile, centimetro dopo centimetro, fino a quando le palle non sbatterono contro la sua figa bagnata.
«Guarda tuo marito» le ordinai. «Guardalo mentre ti apro il culo come una troia.»
Martina alzò la testa, i capelli appiccicati alla fronte sudata. Luca era paonazzo, le mani bianche sui braccioli, il cazzo che schizzava pre-eiaculato a ogni pulsazione.
Iniziai a scoparla davvero: affondi lunghi, lenti all’inizio, poi sempre più veloci, cattivi. Ogni volta che uscivo quasi del tutto e rientravo con violenza lei gridava «sì cazzo più forte», il corpo che tremava. La figa le colava lungo le cosce, un rivolo continuo.
La girai sulla schiena, sempre sulla scrivania, le gambe spalancate e sollevate sulle mie spalle. La penetrai di nuovo nell’ano da questa angolazione, guardandola negli occhi. Le schiaffeggiai le tette, pizzicai i capezzoli fino a farla lacrimare.
«Toccati. Vienimi mentre ti sfondo.»
Si infilò due dita nella figa, pompando furiosamente mentre io la martellavo dietro. Dopo meno di un minuto iniziò a tremare tutta, un orgasmo violento che le fece contrarre l’ano intorno al mio cazzo come una morsa. Urlò, spruzzò uno schizzo chiaro che bagnò la mia camicia e arrivò quasi a Luca.
Lui gemette forte, senza toccarsi, solo guardandola venire.
Non rallentai. La scopai ancora più forte, sentendo il suo ano cedere completamente, accogliermi fino in fondo senza resistenza.
Quando sentii l’orgasmo montare le ordinai:
«Apri la bocca. E tienila spalancata.»
Uscì da lei con un pop bagnato, mi spostai di lato. Martina si girò di scatto, in ginocchio sulla scrivania, bocca aperta, lingua fuori. Le venni addosso: getti potenti sulla lingua, sulle guance, sul mento, sulle tette. Ne presi un po’ con le dita e glieli infilai in bocca, facendola succhiare.
Poi guardai Luca.
«Vieni qui. Lecca tutto. Ogni goccia. E quando hai finito… le infili la lingua nel culo ancora aperto.»
Luca si alzò come un sonnambulo. Si avvicinò, si chinò su di lei. Le leccò il viso, il collo, le tette, succhiando il mio sperma con gemiti strozzati. Poi scese, le allargò le natiche e infilò la lingua nell’ano dilatato, profondo, assaporando quello che rimaneva di me dentro di lei. Martina gemeva piano, accarezzandogli i capelli.
Quando ebbe finito alzò la testa, labbra lucide, occhi vitrei.
«Grazie» sussurrò.
Guardai l’orologio: 20:08.
«Rivestitevi. La prossima volta portate anche il collare e il guinzaglio. E Luca… comprati un cock-cage. Piccolo. Lo indosserai tu per tutta la visita.»
Martina sorrise, complice e sporca.
Luca annuì, ancora con il mio sapore in bocca e il suo stesso sapore di umiliazione sulle labbra.
La porta si chiuse alle 20:14.
Io rimasi lì, camice aperto, cazzo ancora mezzo duro, pensando già a quanto avrei potuto spingerli oltre la prossima volta.
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