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La benda per sua moglie


di Gentilmen
03.12.2025    |    4.162    |    3 6.9
"Lei urlò, il corpo inarcato, le lacrime che le rigavano le guance sotto la benda ormai slacciata..."
La porta dello studio si chiuse con un clic morbido, quasi un sussurro, sigillando il mondo esterno. Avevo preparato tutto con cura ossessiva: luci basse e calde che accarezzavano i volumi della libreria in noce, una lampada da tavolo che proiettava coni dorati sul pavimento di parquet antico, l’aria impregnata di legno caldo, cuoio e un filo quasi impercettibile di muschio bianco. Ogni dettaglio era stato concordato nei messaggi scambiati nelle settimane precedenti. Eppure, quando entrarono, l’atmosfera cambiò: divenne più densa, più elettrica, come se l’aria stessa trattenesse il respiro.
Lui entrò per primo, sguardo fermo, un sorriso minimo e complice sulle labbra. Lei lo seguì, avvolta in un trench di seta color avorio che le arrivava appena sopra il ginocchio. Sotto, lo sapevo già, non c’era quasi nulla: solo il perizoma di pizzo nero che avevamo scelto insieme via chat e un paio di autoreggenti velate. Camminava con quel misto di timidezza e consapevolezza che mi faceva sempre accelerare il battito.
Si sedettero di fronte alla scrivania. Formalità apparente. Ma i loro corpi parlavano già un’altra lingua: lei teneva le ginocchia strette, le mani intrecciate in grembo, il respiro un po’ troppo corto; lui aveva le pupille dilatate, la mascella leggermente contratta, le dita che tamburellavano piano sul bracciolo della poltrona.
Incrociai lo sguardo di lei.
Lui annuì una sola volta, lento, inequivocabile.
Mi alzai. Girai intorno alla scrivania con movimenti deliberati, lenti, come se ogni passo facesse parte di una coreografia già scritta. Mi fermai dietro la sua sedia. Le posai le mani sulle spalle, solo il calore dei palmi attraverso la seta del trench. Lei trasalì appena, un piccolo fremito che le corse lungo la schiena.
«Alzati» le dissi piano, la voce bassa, vellutata, ma con quel bordo di comando che avevamo concordato.
Lei obbedì. Il trench scivolò giù dalle spalle rivelando il corpetto di pizzo nero che le stringeva la vita e lasciava i seni quasi completamente scoperti, i capezzoli già duri e visibili sotto il tessuto trasparente. La guidai al centro della stanza, esattamente sotto il cono di luce più caldo.
Presi la benda di seta nera dal cassetto. Gliela mostrai. Lei la fissò per un lungo secondo, poi chiuse gli occhi da sola, offrendomi il viso. Quando le legai la benda – stretta ma non dolorosa – il suo respiro cambiò: divenne più profondo, più irregolare, come se ogni inspirazione le costasse uno sforzo erotico.
Le sfiorai il collo con le dita, scendendo piano lungo la clavicola, poi sul bordo del corpetto. Le sfiorai i capezzoli attraverso il pizzo, prima leggeri, poi pizzicandoli appena. Lei emise un suono piccolo, strozzato, le ginocchia che quasi cedevano.
Lui era a due metri da noi. Seduto ancora, ma il suo petto si alzava e abbassava visibilmente più veloce. Non si toccava. Non ancora. Si limitava a guardare, gli occhi inchiodati su ogni millimetro di pelle di lei che scoprivo.
La feci voltare verso di lui, le spalle contro il mio petto. Le mie mani scesero lungo i fianchi, raccolsero l’orlo della gonna corta del corpetto e la sollevarono piano, scoprendo le cosce, poi il pizzo del perizoma già bagnato al centro. Le infilai due dita sotto l’elastico, sfiorandole le labbra gonfie senza penetrarla. Era fradicia. Letteralmente colava.
«Senti quanto sei bagnata?» le sussurrai all’orecchio, abbastanza forte perché anche lui sentisse. «Lo sente anche tuo marito.»
Lei gemette, la testa che cadeva all’indietro contro la mia spalla.
Lui si sporse in avanti sulla poltrona, le mani strette sui braccioli, il rigonfiamento nei pantaloni ormai evidente.
La condussi verso il grande tavolo da lavoro, la feci piegare in avanti, i seni schiacciati sul legno tiepido, il culo alzato. Le abbassai il perizoma fino alle ginocchia, lasciandolo lì come un laccio. Le spalancai le natiche con le mani, esponendola completamente. Era aperta, lucida, il buchino posteriore che pulsava leggermente per l’eccitazione e la tensione.
Lui si alzò finalmente. Si avvicinò in silenzio, si fermò accanto a noi. Lo guardai negli occhi mentre infilavo lentamente un dito nella figa di lei, poi un secondo, pompando con calma crudele. Lei gemeva forte ora, il corpo che tremava.
«Togliti la camicia» gli dissi.
Lui obbedì, rapido.
«Adesso toccala.»
Le sue mani le accarezzarono la schiena, scesero sulle natiche, le aprirono di più. Io mi slacciai i pantaloni, tirai fuori il cazzo duro, gonfio, già bagnato in punta. Lo appoggiai tra le sue labbra inferiori, sfregandolo su e giù senza entrare, solo per farla impazzire.
«Dimmi cosa vuoi» le ordinai.
«Te… dentro… ti prego…» ansimò lei.
Entrai di colpo, fino in fondo. Lei urlò, un suono gutturale, animalesco. Lui le prese i capelli, le tirò la testa indietro per baciarla mentre io la scopavo con ritmo crescente, colpi profondi, violenti, il tavolo che scricchiolava sotto di noi.
Ogni volta che uscivo quasi del tutto, il suo sesso produceva quel suono bagnato, osceno, che riempiva la stanza. Lui le infilò due dita in bocca, facendogliele succhiare come se fosse il suo cazzo. Poi si spostò dietro di lei, accanto a me.
«Il culo» disse solo, voce rauca.
Lei si irrigidì per un istante.
«No… aspetta… non sono pronta…»
Ma io non rallentai. Continuai a scoparla forte, tenendola per i fianchi, mentre lui le lubrificava il buchino posteriore con i suoi stessi succhi, infilando prima un dito, poi due, preparandola lentamente ma senza pietà.
«Rilassati» le sussurrai. «Lo vuoi. Lo sai.»
Lei gemette, un misto di paura e desiderio.
«Sì… sì… fatelo…»
Lui si posizionò. Io uscii da lei per un attimo, le spalancai le natiche. Lui entrò piano nel suo culo, millimetro dopo millimetro, mentre io rientravo nella figa. Doppio possesso. Lei urlò, il corpo inarcato, le lacrime che le rigavano le guance sotto la benda ormai slacciata.
La scopammo insieme, ritmi alternati, poi sincronizzati, selvaggi, profondi. Lei tremava tutta, orgasmi multipli che la squassavano uno dopo l’altro, il sesso e il culo che si contraevano spasmodicamente intorno a noi, mungere, stringere, implorare.
Quando venimmo – prima lui nel suo culo, poi io nella figa – fu come un’esplosione. Fiotti caldi, abbondanti, che la riempirono fino a colare lungo le cosce, gocciolando sul parquet.
Crollammo tutti e tre sul tavolo, corpi sudati, ansimanti, intrecciati.
Lei piangeva e rideva insieme, baciandoci a turno, mormorando «ancora… vi voglio ancora…»
Lo studio odorava di sesso, di sudore, di legno antico e di resa totale.
E sapevamo tutti che quella notte non sarebbe finita lì.
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