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La donna SNOB trattata come si deve
08.02.2026 |
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"Sei qui perché hai passato la giornata a toccarti di nascosto nel tuo bagno di marmo di Carrara, immaginando cosa ti avrei fatto..."
Era una di quelle presentazioni letterarie che puzzano di incenso intellettuale e di soldi vecchi, in una libreria del centro storico con il marmo consumato dai tacchi di generazioni di snob. Io ero capitato lì per pura noia, trascinato da un amico editore che voleva farmi vedere “quanto è viva la scena”. Lei, invece, non era capitata: lei regnava.Vittoria entrò come se il locale le appartenesse per diritto divino. Tailleur pantalone nero di lana vergine tagliato su misura, camicia di seta avorio così sottile che si intravedeva il pizzo del reggiseno La Perla sotto la luce calda dei faretti, collana di perle akoya autentiche che le scivolavano sul décolleté come gocce di latte ghiacciato. Capelli castano scuro raccolti in uno chignon basso e severo, tenuto da una forcina di tartaruga vera, rossetto matte color mattone bruciato che le dava un’aria di regina offesa. Il suo profumo – tuberosa gelida, patchouli terroso, un sottofondo di muschio animale – arrivava prima di lei, un muro invisibile che diceva: “Non osare respirare la mia stessa aria”.
Sfiorai il suo gomito per prendere un segnalibro dal tavolo delle firme. Un contatto di un secondo, involontario.
Lei si voltò con la lentezza di chi sta per emettere una sentenza capitale.
«Attento» sibilò piano, la voce vellutata ma affilata come un bisturi. «Non tutti qui sono abituati a essere… toccati da estranei qualunque.»
Sorrisi, senza arretrare.
«Chiedo scusa. Non volevo profanare il tuo spazio sacro.»
Mi squadrò. Uno sguardo chirurgico, dispregiativo, che partiva dalle scarpe da ginnastica consumate, saliva lungo i jeans scuri, la camicia di cotone grezzo, la barba di tre giorni, l’orologio Seiko al polso. Il verdetto fu emesso in silenzio, ma lo sentii lo stesso: inferiore. Irrilevante. Sporco.
«Evidentemente no» mormorò, voltandosi di nuovo verso l’autore come se io fossi già evaporato.
Quando fu il suo turno al tavolo delle dediche porse il libro con due dita, come se la carta potesse contaminarla.
«Dedica personale, per cortesia» disse con quel sorriso educato che non scaldava mai gli occhi. «“A Vittoria, che sa ancora distinguere la letteratura vera dal chiasso plebeo del momento”.»
L’autore ridacchiò, compiaciuto. Lei rimase impassibile, già altrove.
Uscendo dalla fila mi passò accanto. Rallentò di un soffio – quel tanto che bastava perché io potessi dirle, a voce bassa ma chiara:
«Bel messaggio. Peccato che il chiasso plebeo sia spesso l’unico suono onesto che resta quando la letteratura si è venduta al miglior offerente.»
Si fermò di colpo. Si voltò solo con il busto, il resto del corpo ancora proteso verso l’uscita, come se degnarmi di un’occhiata completa fosse già una concessione eccessiva.
«Prego?» La voce era un sussurro gelido, ma vibrava di qualcosa di nuovo. Fastidio. Curiosità. Rabbia trattenuta.
«Hai sentito.»
Mi studiò di nuovo, più a lungo questa volta. Le narici si dilatarono appena, inalando il mio odore come per catalogarlo: sudore pulito, cuoio delle scarpe, un vago sentore di sigaretta lontana. Non le piacque.
«Tu sei uno di quelli che credono di poter abbordare una donna colta solo perché hanno letto tre libri e si sentono autorizzati a fare i maschi alpha da discount, vero?»
«No. Sono uno che vede una donna barricata dietro perle, seta e disprezzo, e capisce subito che sta morendo di paura. Paura di essere guardata davvero. Paura di essere desiderata come una femmina, non come un trofeo.»
Rise. Una risata breve, cristallina, crudele.
«Fragile io? Tesoro mio, le tue frasi da due soldi mi scivolano addosso come acqua su seta impermeabile. Non mi sfiorano nemmeno.»
Mi avvicinai di un passo. Sentii il suo profumo intensificarsi, mischiarsi al calore del suo corpo.
«Lo so. Per questo non te le sto facendo, le frasi da due soldi. Ti sto dicendo che sotto quell’armatura da principessa intoccabile c’è una fica che pulsa da quando ti ho sfiorato il gomito. C’è una troia che scalpita per essere tirata fuori dalla gabbia dorata e scopata fino a farle dimenticare il suo cognome.»
Le pupille le si spalancarono. Il rossore le salì dal collo fino alle guance, ma lo combatté con tutta la forza della sua educazione.
«Che volgare presunzione» sussurrò, la voce incrinata per la prima volta. «Pensi davvero di potermi… trattare come una qualunque solo perché mi hai guardata per tre minuti?»
«Non lo penso. Lo so. E tu lo sai che sto dicendo la verità.»
Silenzio elettrico. Il suo petto si alzava e abbassava troppo in fretta sotto la seta sottile.
Poi, con un gesto lento e regale, si sistemò una ciocca inesistente dietro l’orecchio.
«Sei patetico» disse. «E non sei assolutamente il mio genere di svago.»
Si girò per andarsene.
Io le parlai alle spalle, voce bassa, ferma, carica di promessa.
«Domani sera. Ore 21:30 in punto. Bar Basso. Tavolo d’angolo a destra entrando. Vieni vestita esattamente come stasera. Ma senza mutandine. Niente. Assolutamente niente sotto quel tailleur da quattromila euro.»
Si fermò come se le avessi sparato.
Non si voltò subito. Quando lo fece, i suoi occhi erano due lame di fuoco liquido.
«Hai perso il senno» mormorò.
«Forse. Ma tu verrai lo stesso, Vittoria. Verrai perché da stanotte non penserai ad altro. Verrai perché il tuo corpo ha già deciso per te.»
Mi fissò per un’eternità di secondi. Poi, senza una sillaba, uscì. I tacchi sul marmo risuonarono come frustate.
Alle 21:25 del giorno dopo era lì.
Entrò al Bar Basso con lo stesso tailleur nero, la stessa camicia di seta, lo stesso chignon perfetto. Camminava eretta, ma quando mi vide al tavolo d’angolo le tremò leggermente il labbro inferiore. Si fermò davanti a me, mento alto, voce controllata ma incrinata.
«Sono venuta solo per dimostrarti quanto sei ridicolo. Solo per guardarti in faccia mentre capisci che non mi piego a un ordine da pezzente.»
Mi alzai piano. Le sfiorai il braccio nudo sotto la manica arrotolata.
«Siediti, puttana snob.»
Esitò. Gli occhi le brillarono di rabbia e qualcos’altro. Poi si sedette, le gambe accavallate strette, le mani posate sul tavolo come artigli.
Ordinai due Negroni senza consultarla. Quando arrivarono le posai il bicchiere davanti.
«Bevi.»
«Solo se mi spieghi perché credi che io sia qui per davvero.»
Mi sporsi fino a sfiorarle l’orecchio con le labbra.
«Sei qui perché da ieri notte la tua fica non ha smesso un secondo di pulsare pensando a me. Sei qui perché hai passato la giornata a toccarti di nascosto nel tuo bagno di marmo di Carrara, immaginando cosa ti avrei fatto. Sei qui perché hai aperto il cassetto della biancheria, hai preso il perizoma di pizzo più caro che avevi… e poi l’hai buttato a terra. Sei qui nuda sotto quel tailleur da puttana di lusso, e stai già colando come una cagna in calore.»
Le guance le andarono a fuoco. Provò a ridere, ma uscì solo un suono spezzato.
«Sei disgustoso se pensi che…»
La interruppi posandole una mano sulla coscia sotto il tavolo, stringendo abbastanza forte da farle trattenere il fiato.
«Dimmi che non sei fradicia. Dimmi che non hai i capezzoli duri che premono contro la seta. Dimmi che non hai obbedito.»
Le mie dita risalirono lente, implacabili. Quando arrivai all’inguine trovai solo pelle calda, liscia, bagnatissima. Nessuna barriera. Solo umori densi che le colavano già lungo l’interno coscia.
«Brava troia schifosa» le ringhiai all’orecchio. «Sei venuta senza mutandine come la puttana obbediente che sei. Guarda come coli, principessa del cazzo. Guarda quanto sei patetica a bagnarti per un uomo che disprezzi.»
Le tremò tutto il corpo. Provò a chiudere le gambe; gliele divaricai con il ginocchio.
«Adesso ascoltami bene, Vittoria. Da stasera tu non esisti più. La donna raffinata, l’intellettuale snob, la regina delle perle e dei giudizi taglienti… è morta. Al suo posto c’è solo una troia da salotto. Una puttana cara, viziata, che si bagna quando le si parla sporco, che geme quando le si dà della cagna di lusso, che viene solo se le si ordina di farlo come una sgualdrina qualunque.»
Le infilai due dita dentro di colpo, fino in fondo. Era strettissima, bollente, fradicia oltre ogni immaginazione. Gemette forte, un suono animalesco che cercò di soffocare portandosi una mano alla bocca.
«Toglila quella mano dalla bocca, troia. Voglio sentirti mugolare come la cagna che sei.»
Obbedì. Ansimava apertamente, gli occhi lucidi.
«Dimmi cosa sei. Dillo forte, puttana snob.»
«Sono… la tua troia…»
«Più forte, cagna schifosa.»
«Sono la tua troia!»
Le dita si piegarono, martellarono quel punto spugnoso dentro di lei. Iniziò a tremare violentemente.
«Ancora. Insultati da sola, principessa del cazzo. Dimmi quanto sei degradata.»
«Sono… una troia schifosa… una puttana viziata… una stronza bagnata che si fa scopare le dita in un bar schifoso… una cagna snob che cola come una fontana solo perché le hanno detto la verità…»
La masturbai con violenza controllata, il pollice che le strofinava il clitoride gonfio e durissimo. Lei si morse il labbro fino a sanguinare, ma i gemiti le uscivano lo stesso, rotti, disperati.
«Chiedimi di venire, troia. Implorami come la puttana patetica che sei.»
«Per favore… ti prego… fammi venire…»
«Per favore chi, cagna?»
«Per favore… padrone… fammi venire come la troia schifosa che sono… ti prego…»
Le schiacciai il clito senza pietà, le dita che la scopavano a ritmo feroce. Urlò piano, il corpo che si inarcava contro il bordo del tavolo, le cosce che tremavano incontrollate. Vennero fiotti caldi, bagnò le mie dita, il sedile di velluto, il pavimento sotto di lei. Spasmi violenti, mascara che colava nero sulle guance, rossetto sbavato, capelli che sfuggivano dallo chignon perfetto.
Quando finì la lasciai lì, ansimante, disfatta, le gambe spalancate sotto il tavolo.
Presi il telefono. Le feci una foto ravvicinata sotto il tavolo: il sesso rosso e gonfio, lucido di umori, il tailleur sgualcito, le cosce tremanti.
«Questa è tua, puttana» le dissi mostrandogliela. «Te la mando stasera. Ogni volta che la guarderai ricorderai quanto sei stata miserabile a venire così, in pubblico, solo perché ti ho chiamata troia e ti ho trattato come la sgualdrina che sei sempre stata sotto la maschera.»
La aiutai ad alzarsi. Barcollava, le ginocchia molli.
«Vai a casa, principessa del cazzo» le sussurrai accarezzandole la guancia bagnata di lacrime, sudore e umiliazione. «Domani alle 20:00 sarai alla mia porta. In ginocchio. Nuda sotto il cappotto. Senza trucco. Senza orgoglio. E la prima cosa che dirai sarà: “Per favore, padrone, usami come la puttana snob schifosa che sono”.»
Non rispose. Non poteva.
Uscì dal bar, i tacchi che inciampavano sul pavimento, la schiena dritta per un ultimo residuo di dignità.
Ma le mani le tremavano forte.
E io sapevo che sarebbe tornata.
Perché le principesse come lei, quando assaggiano per la prima volta l’odore acre dell’umiliazione vera, diventano le troie più affamate, più devote, più irrecuperabili che esistano al mondo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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