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L’eccitazione dei racconti di una moglie quan


di Gentilmen
02.02.2026    |    1.940    |    1 9.7
"» Marco le infilò due dita sotto le mutandine, trovò il clitoride gonfio e lo accarezzò lento, circolare..."
La luce della lampada da comodino era bassa, calda, quasi arancione. Il letto era disfatto da ore, ma loro due erano ancora vestiti, seduti uno di fronte all’altra, ginocchia che si sfioravano. Marco aveva le mani appoggiate sulle cosce di lei, pollice che tracciava cerchi lenti sulla pelle nuda appena sopra il ginocchio. Laura teneva le braccia incrociate sul petto, come per proteggersi, ma il respiro le usciva già corto.
«Dimmi di nuovo quella cosa dell’università» mormorò lui, la voce bassa, rauca. «Quella del professore… no, dell’avvocato. Quando facevi la segretaria part-time. E non avevi soldi, vero? Eri senza un euro, ma non era per quello che lo facevi.»
Lei arrossì violentemente, abbassò lo sguardo. «Marco… ti prego. È passato un sacco di tempo. Ero una ragazzina. Vergine. Non lo facevo per soldi. Non mi ha mai dato una lira in più.»
«Appunto.» Lui si chinò in avanti, le sfiorò il collo con le labbra senza baciarla davvero, solo un soffio caldo. «Lo facevi perché ti piaceva. Perché lui era più grande, più sicuro, più… uomo. Raccontamelo. Dimmi perché una studentessa vergine di vent’anni si inginocchiava sotto la scrivania di un avvocato di quarantacinque senza chiedere niente in cambio.»
Laura strinse le labbra. Le mani le tremavano leggermente. «All’inizio era solo attrazione. Mi guardava in un modo… diverso. Non come i ragazzi dell’università. Mi faceva sentire vista. Desiderata. Quando mi chiamava nel suo ufficio dopo le sei, con la porta chiusa, il cuore mi batteva così forte che pensavo lo sentisse anche lui. Non era per i soldi, Marco. Non mi ha mai offerto extra. Era… era il modo in cui mi parlava. “Laura, resta un attimo”. E io restavo. Perché volevo.»
Marco le prese il mento tra pollice e indice, la costrinse a guardarlo negli occhi. Era durissimo sotto i jeans, lo sentiva premere contro la sua coscia. «Continua.»
Lei deglutì. La voce le uscì un sussurro. «La prima volta… mi ha fatto sedere sulla poltrona di pelle di fronte a lui. Ha aperto la zip dei pantaloni senza dire niente. Io ero terrorizzata, ma anche… eccitata. Non avevo mai visto un cazzo da così vicino. Era grosso, già duro, con le vene gonfie. Mi ha preso per i capelli – piano, ma deciso – e mi ha detto: “Aprilo con la bocca, Laura. Solo la punta. Fammi vedere quanto sei curiosa”. Non mi ha costretto. Mi ha solo guardato. E io… ho aperto la bocca. Aveva un sapore salato, caldo… mi riempiva tutta la lingua. Lui gemeva piano, mi teneva la testa e spingeva appena. Diceva “così, brava… usa la lingua sotto”. Io non sapevo cosa fare, ma continuavo. Sentivo il suo sapore che aumentava, la saliva che mi colava sul mento. A un certo punto ha iniziato a spingere più forte, fino in gola. Io tossivo, lacrimavo, ma non mi sono fermata. Volevo piacergli. Volevo che mi guardasse come se fossi l’unica al mondo.»
Marco inspirò forte dal naso. Le sue dita le scivolarono sotto la gonna, trovarono il bordo delle mutandine già bagnate. «E ti bagnavi.»
«Sì» sussurrò lei, gli occhi lucidi. «Mi bagnavo tantissimo. Anche se avevo paura, anche se mi vergognavo. Era proprio perché era sbagliato, perché lui era grande, maturo, autoritario… mi faceva sentire piccola, ma desiderata. Quando mi faceva inginocchiare sotto la scrivania mentre rispondeva al telefono… io lo succhiavo piano, in silenzio, e sentivo la sua voce calma al telefono mentre il suo cazzo pulsava nella mia bocca. Una volta è venuto mentre parlava con un cliente. Ha continuato a parlare normalmente, ma stringeva i denti e mi teneva la testa ferma. Io ho ingoiato tutto senza fare rumore. E dopo… mi ha accarezzato la guancia e ha detto “brava bambina”. Mi sono sentita… viva.»
Marco le infilò due dita sotto le mutandine, trovò il clitoride gonfio e lo accarezzò lento, circolare. Laura gemette, le cosce si aprirono di riflesso.
«Vai avanti» ringhiò lui. «Dimmi quando ti ha fatto leccare.»
Lei chiuse gli occhi, il respiro spezzato. «Dopo qualche settimana… una sera era nervoso per un’udienza. Mi ha fatto alzare, mi ha girato di spalle, mi ha piegato sulla scrivania. Ha alzato la gonna, mi ha abbassato le mutandine fino alle ginocchia. Io ero vergine, Marco, non avevo mai… Lui si è inginocchiato dietro di me. Ha aperto le natiche con le mani e ha iniziato a leccarmi. Prima il sedere, poi… più in basso. La lingua era calda, bagnata, entrava dappertutto. Io tremavo, mi vergognavo da morire, ma ero fradicia. Lui lo sentiva, rideva piano contro la mia pelle e diceva “guarda come sei bagnata, piccola. Ti piace quando un uomo vero ti assaggia, vero?”. Mi ha leccato finché non ho iniziato a spingere indietro contro la sua bocca senza volerlo. Poi si è rialzato, mi ha fatto girare, mi ha messo in ginocchio di nuovo e mi ha scopato la bocca finché non è venuto. Tutto in gola. Ho ingoiato perché… perché volevo. Volevo essere la sua cosa.»
Marco era fuori di sé. Si slacciò i jeans con un gesto secco, tirò fuori il sesso durissimo, gonfio, la cappella già lucida. Glielo mise in mano. Laura lo strinse, lo accarezzò piano, gli occhi fissi nei suoi.
«Dimmi che ti eccitava» sussurrò lui. «Dimmi che ti bagnavi solo al pensiero di tornare da lui il giorno dopo. Senza soldi. Solo perché ti usava e tu lo volevi.»
Lei annuì, lentissimamente. «Sì… mi eccitava da morire. Mi sentivo sporca, ma potente. Sapevo che lui mi voleva, che dipendeva da me. Quando mi faceva inginocchiare sotto la scrivania mentre rispondeva al telefono… io lo succhiavo piano, in silenzio, e sentivo la sua voce calma al telefono mentre il suo cazzo pulsava nella mia bocca. Una volta è venuto mentre parlava con un cliente. Ha continuato a parlare normalmente, ma stringeva i denti e mi teneva la testa ferma. Io ho ingoiato tutto senza fare rumore. E dopo… mi ha accarezzato la guancia e ha detto “brava bambina”. Mi sono sentita… viva.»
Marco la spinse sul letto, le strappò le mutandine con un gesto. Lei era fradicia, le grandi labbra gonfie, lucide. Lui si inginocchiò tra le sue gambe, le spalancò le cosce e ci infilò la lingua proprio come aveva fatto quell’uomo anni prima. Laura inarcò la schiena, gli afferrò i capelli.
«Dimmi che vuoi che ti usi come lui» ringhiò contro la sua figa.
«Usami» gemette lei, la voce rotta. «Usami come la tua segretaria troia. Fammi tutto quello che ti immagini quando pensi a me in ginocchio sotto quella scrivania. Senza soldi. Solo perché mi eccita essere desiderata da un uomo che sa cosa vuole.»
Marco si rialzò, le entrò dentro con un colpo solo, fino in fondo. Laura urlò, le unghie nelle sue spalle. Lui la scopò duro, profondo, ogni affondo accompagnato da una parola sporca.
«Te lo ricordi il sapore del suo sperma?»
«Sì…»
«Te lo ricordi quanto ti bagnavi quando ti leccava il culo?»
«Sì… cazzo, sì…»
«Adesso sono io che ti uso. Dimmi che sei la mia puttana.»
«Sono la tua puttana» singhiozzò lei, mentre l’orgasmo le montava. «La tua segretaria puttana… vieni dentro, riempimi come faceva lui…»
Marco accelerò, spinte violente, poi si fermò di colpo, pulsò forte dentro di lei, scaricando tutto con un grugnito animalesco. Laura venne subito dopo, contrazioni violente, un fiotto caldo che le colò lungo le cosce.
Rimasero immobili, ansimanti, sudati. Lui ancora dentro di lei, che pulsava piano.
Laura gli accarezzò la guancia, un sorriso timido e cattivo insieme.
«Domani… vuoi che ti racconti dell’altra volta? Quando mi ha fatto mettere le mani dietro la schiena e mi ha scopato la bocca mentre firmava delle carte? Senza darmi niente… solo perché gli piaceva vedermi in ginocchio.»
Marco sorrise contro il suo collo.
«Domani. E dopodomani. E tutte le sere. Fino a quando non mi avrai raccontato ogni dettaglio.»
Lei chiuse gli occhi, il respiro ancora spezzato.
«Va bene… signore avvocato.»
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