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In studio accolgo la moglie del Cuck complice


di Gentilmen
19.01.2026    |    8.335    |    12 9.9
"Le spalmai i suoi stessi fluidi sull’ano con le dita: caldo, viscido, rilassante..."
Il messaggio era arrivato alle 20:39, con quella vibrazione secca dello smartphone che mi aveva fatto accelerare il battito già prima di leggerlo:
«Sale tra 4 minuti. Auricolare acceso. Microfono sempre live. Voglio sentire il rumore bagnato, i suoi gemiti strozzati, il tuo respiro pesante. Marchiala dentro. Falla urlare il tuo nome.»
Bussò tre volte.
Colpi leggeri, quasi esitanti, ma i tacchi a spillo che echeggiavano nel corridoio deserto tradivano già la sua eccitazione nervosa.
Aprii.
L’odore arrivò prima di lei: muschio animale, tuberosa dolce e un sottofondo acre di eccitazione femminile che mi colpì dritto allo stomaco.
Entrò avvolta in quella gonna pencil nera così aderente che sembrava dipinta sulla pelle, il tessuto che frusciava a ogni passo. Le autoreggenti con il largo bordo pizzo spesso emettevano un lieve scricchiolio quando le cosce si sfregavano. I tacchi battevano sul parquet come colpi di nocche su una porta proibita.
Chiusi la porta.
La chiave girò due volte: clack… clack…
Suoni netti, definitivi, che fecero sussultare il suo respiro.
La afferrai per la nuca con forza, le dita affondate nei capelli morbidi e caldi. La schiacciai contro il muro freddo.
La bocca sulla sua: labbra gonfie, rossetto al gusto di ciliegia amara e saliva dolce. Lingua che la invadeva, denti che si scontravano, il suo gemito che vibrava dentro la mia gola come un ronzio basso.
«Sta ascoltando» le ringhiai contro la bocca, il fiato caldo sul suo collo. «Sente ogni tuo verso bagnato. Ogni schiaffo di carne. Ogni tuo singhiozzo.»
La girai di scatto. Viso premuto contro il muro intonacato, fresco e leggermente ruvido sulla guancia. Le alzai la gonna con violenza: il tessuto si arrotolò sui fianchi con un fruscio setoso.
Le mutandine nere di pizzo erano intrise, il tessuto appiccicoso e caldo contro le dita quando le sfiorai.
L’odore del suo desiderio era denso, salmastro, irresistibile.
Strappai.
Il pizzo si lacerò con uno strappo netto, quasi violento. Lei sobbalzò, emise un gridolino acuto seguito da un gemito lungo, gutturale.
«Apri» ordinai, la voce bassa e rauca.
Divaricò i tacchi. Il cuoio scricchiolò sul parquet.
Le infilai tre dita dentro senza preavviso: calda, gonfia, scivolosa. Il rumore bagnato era osceno – schiocchi ritmici, viscidi, mentre pompavo forte, il palmo che sbatteva contro il clitoride turgido ad ogni affondo.
Lei urlò subito, la voce che rimbalzava contro il muro.
Dal telefono sulla scrivania arrivò la voce del marito, già spezzata, ansimante:
«Cazzo… sento tutto… il rumore… dille di implorarti…»
Le tirai i capelli all’indietro. Cuoio capelluto teso, collo esposto. Le morsi la pelle delicata sotto l’orecchio: sapore di sale, di pelle calda, di profumo che si mischiava al sudore.
«Implorami di sfondarti» ringhiai, le dita ancora dentro di lei che si contraeva spasmodicamente.
«Ti prego… scopami… riempimi il culo… voglio sentirti ovunque… fallo per lui… fallo per me…»
La trascinai alla scrivania. La piegai in avanti. Il mogano freddo le schiacciò i seni attraverso la camicetta, i capezzoli duri come sassolini che sfregavano contro il legno lucido.
Le diedi due schiaffi secchi sulle natiche: schiocchi netti, la carne che tremava e arrossava immediatamente. Il calore si propagava sotto i miei palmi.
Slacciai i pantaloni. Il cazzo uscì pesante, pulsante, la cappella già lucida di pre-eiaculazione.
Glielo strofinai tra le natiche: pelle calda, sudata, scivolosa. Poi lo appoggiai all’ingresso della figa e spinsi – un unico colpo brutale, fino alle palle.
La sensazione di entrarla tutta in una volta: stretta, bollente, bagnatissima. Lei urlò il mio nome – un urlo vero, rauco, che si spezzò in singhiozzi.
Iniziai a scoparla selvaggiamente: spinte profonde, rabbiose, il rumore della carne che sbatteva contro carne che riempiva la stanza come un tamburo.
Ogni affondo le strappava suoni diversi: gemiti bagnati, singhiozzi strozzati, parolacce sussurrate tra i denti.
Poi rallentai. Uscii lentamente, il cazzo lucido e gonfio dei suoi umori, l’aria fresca che mi dava i brividi.
«Ora il culo» dissi, la voce bassa, carica.
Le spalmai i suoi stessi fluidi sull’ano con le dita: caldo, viscido, rilassante.
Appoggiai la cappella. Spingevo piano ma inesorabile. Quando la testa entrò lei urlò – un suono di dolore misto a piacere estremo, la voce che tremava.
Continuai, centimetro dopo centimetro, sentendo l’anello stringermi come un pugno rovente. Quando fui completamente dentro, il suo respiro era un rantolo spezzato.
Iniziai a muovermi. Spinte lunghe, profonde. Il suo culo mi avvolgeva stretto, bollente, pulsante.
Una mano sotto: dita sul clitoride gonfio, sfregandolo in cerchi rapidi e duri mentre la inculavo con ritmo crescente.
Lei venne così: corpo irrigidito, poi spezzato in spasmi violenti. L’ano che si contraeva ritmicamente intorno a me, un urlo gutturale che si trasformò in singhiozzi mentre tremava tutta.
Il marito dall’altro capo emise un ringhio animalesco: stava venendo, ascoltando la moglie urlare mentre veniva sfondata nel culo.
Non rallentai.
Continuai a pompare finché l’orgasmo salì anche a me come una marea.
Mi svuotai dentro di lei con un ruggito basso: schizzi caldi, potenti, profondi. Ogni spinta finale la faceva gemere ancora, sentendo il mio seme riempirla.
Quando uscii, lo sperma denso e bianco le colava lento dall’ano, lungo l’interno delle cosce, gocciolando sulle autoreggenti nere.
La aiutai ad alzarsi. Le gambe le tremavano forte, il respiro corto, il mascara colato sulle guance.
Le sistemai la gonna con gesti quasi teneri.
Niente mutandine. Solo autoreggenti bagnate, tacchi e il mio seme che le colava ancora.
«Vai da lui» le dissi piano, ma con tono duro. «E quando lo baci… lascialo sentire il mio sapore sulle tue labbra.»
Lei annuì, occhi vitrei, labbra gonfie e lucide di saliva e sperma.
Scese barcollando sui tacchi.
Io rimasi alla finestra buia.
Vidi l’auto nel parcheggio sotterraneo.
La portiera si aprì.
Lei salì lenta.
Per lunghi secondi rimasero immobili.
Poi le sagome si avvicinarono.
Si baciarono – un bacio profondo, lento, osceno.
Lui doveva sentire tutto: il mio sperma sulle sue labbra, nella sua bocca, il sapore acre e salato di ciò che le avevo lasciato dentro, il suo odore mischiato al mio.
L’auto rimase ferma ancora un minuto.
Poi i fanali si accesero.
Partirono piano, sparendo nella rampa.
Tornai alla scrivania.
Raccolsi le mutandine strappate, ancora calde e impregnate del suo profumo.
Le misi nel cassetto.
Chiusi il portatile.
E sorrisi nel buio dello studio, con l’odore di lei ancora sulle mani e in gola.
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