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Lui & Lei

L’Avvocato e la praticante


di Gentilmen
22.01.2026    |    2.280    |    2 9.8
"Lui le coprì la bocca con una mano grande, calda, mentre con l’altra le stringeva un fianco così forte da lasciare segni..."
Alle 11:17 precise il tasto dell’interfono venne schiacciato con decisione.
«Giulia.»
Solo il nome. Niente “per favore”, niente spiegazioni. Il tono era basso, tagliente, quello che usava quando non stava chiedendo, ma ordinando.
Nella sala d’attesa tutti alzarono lo sguardo per un istante, poi tornarono alle loro facce stanche e alle riviste spiegazzate. Nessuno osava commentare. Sapevano che quando il dottor Branciforte pronunciava un nome in quel modo, chi rispondeva spariva per un po’.
Giulia sentì il calore salirle subito tra le cosce. Posò la penna, si alzò senza fretta apparente, lisciò la gonna stretta color antracite che le arrivava appena sopra il ginocchio e prese una carpetta qualsiasi. Attraversò la segreteria con il passo controllato di chi sa di essere osservata, anche se nessuno osava guardarla troppo a lungo.
Entrò. La porta si chiuse con un tonfo sordo, quasi un sigillo.
Lui non era seduto come al solito. Era in piedi dietro la scrivania, mani appoggiate sul bordo di noce scuro, spalle larghe, camicia bianca con le maniche arrotolate sugli avambracci forti. La guardava come un predatore valuta la preda che ha già scelto.
«In ginocchio. Ora.»
Non c’era spazio per esitazioni. Giulia lasciò cadere la carpetta sul pavimento senza nemmeno guardarla. Si inginocchiò esattamente dove lui voleva: tra le sue gambe divaricate, il parquet freddo che le mordeva la pelle nuda sotto le calze velate.
Lui slacciò la cintura con un gesto secco. Il cuoio sibilò mentre usciva dai passanti. La zip scese lenta, deliberata.
«Prendimi in bocca. E fallo come si deve.»
Giulia obbedì. Lo accolse con labbra morbide ma decise, la lingua che subito trovò il punto esatto sotto il glande. Lui emise un suono basso, quasi un ringhio di soddisfazione, poi le infilò le dita tra i capelli, stringendo alla radice con forza sufficiente a farle capire che il ritmo lo decideva lui.
Dall’altra parte della porta si sentiva il brusio continuo: una cliente che si lamentava del traffico, la segretaria che rispondeva al telefono con voce monocorde, il ronzio del fax che sputava carta.
Lui parlava sopra di lei, voce ferma, come se stesse dettando una memoria urgente.
«…la Cassazione ha ribadito nella 18422 che il possesso deve essere non solo pacifico, ma anche inequivoco…»
Ogni pausa era riempita dal suono umido e osceno della bocca di lei che lavorava senza sosta. Lui spingeva appena i fianchi, controllando la profondità, tenendola lì quando voleva sentirla soffocare leggermente, poi lasciandola respirare solo per farla riprendere con più foga.
«Guardami.»
Giulia alzò gli occhi, lucidi di lacrime di sforzo e desiderio. Lui la fissò con uno sguardo che bruciava.
«Sei mia, qui dentro. Ogni centimetro di te. Dillo.»
Lei provò a parlare con lui ancora dentro, la voce strozzata e vibrante.
«Sono sua… avvocato…»
Lui strinse di più i capelli, la tenne ferma e venne con un grugnito basso e animalesco, svuotandosi in gola mentre lei ingoiava tutto, senza perdere una goccia, senza mai staccare gli occhi dai suoi.
Quando ebbe finito la lasciò andare piano. Le passò il pollice sulle labbra gonfie, spalmandovi il rossetto sbavato come se stesse apponendo un marchio.
«Alzati.»
Giulia si rimise in piedi, le ginocchia arrossate, il respiro corto.
Lui girò intorno alla scrivania, la prese per i fianchi e la fece voltare con un movimento deciso. La piegò in avanti, ventre contro il legno freddo. Le sollevò la gonna fino alla vita senza delicatezza, le strappò via le mutandine di pizzo nero con un unico strattone.
«Non ti ho dato il permesso di indossarle oggi.»
«Mi perdoni…»
«Non ti perdono. Ti punisco.»
Le allargò le gambe con il ginocchio. Entrò dentro di lei con una spinta violenta, fino in fondo, senza preavviso. Giulia morse il labbro per non urlare. Lui le coprì la bocca con una mano grande, calda, mentre con l’altra le stringeva un fianco così forte da lasciare segni.
«Zitta. Se ti sentono ti faccio scopare da tutti i clienti là fuori mentre guardano.»
Quelle parole la fecero contrarre intorno a lui. Lui imprecò piano, compiaciuto.
La prese con colpi duri, profondi, ritmati come una sentenza inappellabile. La scrivania scricchiolava sotto di loro. Ogni tanto lui si chinava a morderle il collo, a sussurrarle all’orecchio parole sporche e possessive.
«Vieni per me. Ora. Voglio sentirti stringermi mentre pensi a quante persone stanno aspettando fuori da questa porta.»
Giulia venne tremando, soffocando il grido contro il palmo di lui. Pochi istanti dopo lui la seguì, spingendo fino all’ultimo spasmo, riempiendola mentre le ringhiava contro la nuca:
«Brava. Così. Proprio così.»
La tenne ancora un po’ lì, incastrata tra il suo corpo e la scrivania, respiri pesanti che si mescolavano.
Poi si ritrasse piano. Le sistemò la gonna con gesti quasi gentili, le rimise a posto i capelli scompigliati.
«Vai a prendere l’acqua frizzante per la vedova Greco. E non osare pulirti. Voglio sapere che mentre parli con i clienti stai ancora gocciolando per me.»
Giulia annuì, le guance in fiamme, le gambe molli.
«Sì, avvocato.»
Uscì dalla porta di mogano con il passo leggermente incerto, il rossore che le copriva il collo, l’odore di sesso che le restava addosso come un profumo proibito.
Nella sala d’attesa nessuno capì niente.
O forse sì.
Ma nessuno avrebbe mai osato chiedere.
Un altro martedì mattina allo studio.
Solo che stavolta il Dominus aveva marchiato la sua preda ancora più a fondo.
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