Prime Esperienze
Concetta, la donna delle pulizie di studio
23.01.2026 |
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"Concetta rimase lì, il corpo sazio e indolenzito, l’odore di lui ovunque, la fica depilata ancora pulsante, il culo che bruciava dolcemente..."
Lo studio legale occupava il terzo piano di un palazzo antico nel centro della città. Marmo chiaro ai pavimenti, stucchi elaborati alle volte, ventilatori a pale che giravano lenti per muovere l’aria umida che saliva dal mare vicino. Dopo le ventuno il portone restava chiuso col chiavistello, l’ascensore emetteva un lamento metallico e il silenzio si riempiva di odore di cera per mobili, tabacco vecchio e salsedine.Concetta arrivava sempre alle 21:20, col motorino parcheggiato di traverso sul marciapiede. Quarantatré anni, capelli nerissimi raccolti con una molletta rossa, corpo pieno e morbido, fianchi larghi che tendevano la divisa grigio-blu. Seni pesanti che premevano contro il tessuto, vita accogliente, cosce tornite che si sfioravano a ogni passo. Mani segnate dal detersivo, unghie corte con smalto scheggiato color corallo. Occhi scuri, profondi, che nascondevano una fame antica.
Quella sera di fine gennaio il vento portava odore di mare e di arancini lontani. Concetta aveva finito gli uffici secondari: cestini svuotati, scrivanie lucidate, vetri appannati ripuliti. Restava solo l’ufficio principale, quello con la scrivania più grande.
L’avvocato era ancora lì, seduto nell’ombra, illuminato dalla lampada da tavolo e dallo schermo. Digitò un’ultima riga, premette Invio e alzò gli occhi su di lei.
«Buonasera, avvocato» disse Concetta a voce bassa. «Finisco il salone e poi qui?»
Lui la guardò a lungo, lo sguardo che le scivolava addosso come una mano possessiva: scarpe consumate, calze a rete che spuntavano sotto la divisa, scollatura che si apriva appena quando respirava. Si alzò lentamente, girò intorno alla scrivania di mogano scuro e si fermò vicinissimo, il calore del suo corpo già contro di lei.
«Qui. Subito» disse piano, ma la voce era già carica di urgenza cruda.
Concetta posò lo straccio sul carrello. Lasciò la porta accostata. Il corridoio era deserto.
Lui le afferrò i fianchi con entrambe le mani, la fece girare di scatto e la piegò in avanti sulla scrivania. Il mogano freddo le premette contro la pancia, i seni schiacciati sul legno lucido attraverso la divisa.
«Appoggiati bene» le ordinò, la voce bassa e roca. «E stai ferma.»
Concetta posò i palmi sul bordo, il cuore che le martellava. «Avvocato… no… qui no… per favore…» mormorò, un residuo di pudore che le tremava nella voce, le guance in fiamme.
Lui non rispose. Le tirò su la divisa fino alla vita con un gesto deciso, esponendole il culo rotondo, pieno, la pelle chiara e morbida. Le mutandine nere le abbassò di colpo fino alle ginocchia, lasciandole impigliate lì. Le allargò le cosce con le sue ginocchia, la guardò.
La sua fica era completamente depilata, liscia come seta, le grandi labbra gonfie e leggermente socchiuse, di un rosa scuro intenso, già lucide di umore che colava piano lungo l’interno coscia. Il monte di Venere tondo e prominente, senza un solo pelo, brillava sotto la luce della lampada. Il piccolo ano stretto, rosa pallido, si contraeva leggermente per la tensione.
«Guarda come sei bagnata, troia» le sussurrò all’orecchio, sfiorandole le grandi labbra con due dita. Le infilò dentro piano, sentendola stringere, poi le tolse e le portò davanti alla bocca di lei. «Assaggia quanto ti piace.»
Concetta girò la testa, le labbra tremanti. «No… non voglio… basta…» disse, ma quando lui le infilò le dita in bocca lei le succhiò d’istinto, gli occhi che si chiudevano per un attimo.
Lui si slacciò la cintura con un gesto secco, fibbia che tintinnò. Zip abbassata, sesso tirato fuori: duro, spesso, vene gonfie, la punta già bagnata. Lo strofinò tra le sue grandi labbra depilate, facendola gemere di frustrazione, poi lo puntò più in alto, contro l’ano stretto.
«No… lì no… per favore… non lì…» implorò Concetta, cercando di divincolarsi, le mani che spingevano contro il mogano per rialzarsi.
Lui le premette una mano sulla schiena, inchiodandola alla scrivania. «Sta’ zitta e apri» ringhiò piano, la voce spezzata dall’eccitazione. Prese il suo sesso con l’altra mano, lo strofinò contro l’apertura stretta, lubrificandolo con l’umore che colava copioso dalla fica depilata. Poi spinse.
Lentamente all’inizio, solo la punta che forzava l’anello stretto. Concetta gridò piano, un misto di dolore e shock. «No… fa male… ti prego… fermati…» singhiozzò, ma il corpo la tradiva: i fianchi si muovevano appena, quasi impercettibilmente, verso di lui.
Lui spinse ancora, centimetro dopo centimetro, fino a entrare completamente. L’ano la strinse forte intorno a lui, caldo e vellutato. Concetta gemette lungo, un suono che si trasformò in un mugolio profondo quando lui rimase fermo un istante, lasciandola abituarsi.
Poi iniziò a muoversi.
Affondi lenti ma decisi all’inizio, ogni spinta la faceva sobbalzare sulla scrivania. Lei continuava a dire «no… no… basta…» ma la voce si spezzava in gemiti sempre più forti, il respiro che accelerava. Lui accelerò il ritmo, divenne selvaggio: scopava il suo culo con forza, i fianchi che sbattevano contro le natiche morbide, schiocchi umidi che riempivano la stanza. La scrivania tremava, sbatteva ritmicamente contro il muro.
«Prendilo tutto nel culo, troia» le ringhiò all’orecchio, una mano nei capelli a tirarle indietro la testa, l’altra che le stringeva un fianco. «Senti come ti apro.»
Concetta piangeva piano, lacrime di piacere e vergogna, ma il corpo rispondeva: la fica depilata colava copiosamente, un rivolo continuo che bagnava le cosce e gocciolava sul mogano. Ogni affondo nel culo la faceva stringere, mugolare, inarcarsi.
Lui le infilò due dita nella fica mentre continuava a scoparle il culo, ruotandole dentro, premendo contro la parete che separava i due buchi. Concetta venne così, di colpo, violentemente: il corpo che tremava tutto, l’ano che si contraeva spasmodicamente intorno al suo sesso, la fica che schizzava un fiotto caldo sulle sue dita, un urlo rauco che si perse contro il legno.
«Vieni… vieni col culo pieno, puttana» le sussurrò, accelerando ancora, martellandola attraverso l’orgasmo.
Pochi istanti dopo si tirò fuori con un grugnito profondo. Schizzi caldi e densi le finirono sul culo, sulle natiche arrossate, sulla schiena sotto la divisa sollevata, uno colò lento lungo la fessura depilata fino alla fica ancora tremante.
Rimasero fermi per qualche secondo, solo respiri affannati e il ticchettio lontano di un orologio.
Lui le accarezzò il culo ancora caldo, le diede un bacio leggero sulla nuca sudata.
«Domani alle 21:20» sussurrò. «Stessa ora. Collant neri con la riga dietro. Niente mutandine. E preparati a prendermelo di nuovo dove voglio io.»
Concetta, ancora piegata sulla scrivania, le gambe molli, il culo dolorante e appagato, annuì piano, un sorriso stanco e complice sulle labbra gonfie.
«Sì, avvocato» rispose, la voce roca.
Lui si sistemò i pantaloni, le diede un’ultima carezza possessiva sul fianco.
Uscì, chiudendo la porta piano.
Concetta rimase lì, il corpo sazio e indolenzito, l’odore di lui ovunque, la fica depilata ancora pulsante, il culo che bruciava dolcemente. Guardò le macchie umide, i fogli sparsi, la divisa sgualcita e bagnata.
Prese lo straccio.
E cominciò a pulire.
Domani sarebbe tornata.
Con i collant neri.
Senza mutandine.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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