tradimenti
Trekking con amica sessantenne
09.02.2026 |
2.129 |
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"«Oddio… Antonio… fermati… non dovremmo…»
Ma il bacino si alzava per venirmi incontro..."
Laura ha sempre avuto quell’aria composta, quasi regale, anche quando il sudore le colava lungo la tempia e la treccia si scomponeva sui capelli neri. Sessant’anni, ma il corpo ancora snello e forte, le curve morbide ma definite, la pelle olivastra che profumava di crema solare e di montagna. Suo marito era un fantasma da anni: Arabia Saudita, contratti lunghi, rientri brevi e freddi. Lei non si lamentava mai. Diceva solo «ormai ci siamo abituati», con un sorriso che non arrivava agli occhi.
Le escursioni insieme erano diventate il nostro rituale. Io, Antonio, quarantasette anni, in forma ma sempre un po’ goffo accanto a lei. All’inizio era solo amicizia da sentiero: battute, panini condivisi, foto di gruppo. Poi ho iniziato a guardarla davvero.
Le curve del sedere quando saliva un tratto ripido.
Il modo in cui la maglietta tecnica si appiccicava ai seni quando arrivavamo in cima.
Il collo esposto quando si chinava a bere dalla borraccia.
Le facevo foto “per il gruppo”, ma zoomavo sul suo profilo controluce, sul sudore che le scivolava nella scollatura, sul morso leggero al labbro quando si concentrava.
Lei lo sentiva.
Arrossiva appena, distoglieva lo sguardo, cambiava discorso. Ma non mi diceva di smettere.
Quel giorno eravamo sul Monte Mufara, fine settembre. Partenza all’alba da Piano Battaglia, sentiero ripido, aria frizzante. Abbiamo camminato quasi in silenzio, solo il rumore degli scarponi e il vento tra i pini.
In cima eravamo soli.
Il mare lontano scintillava, il cielo era immenso, il sole scaldava la roccia nuda.
Ci siamo seduti su una lastra piatta, schiena contro schiena. Lei si è tolta la giacca, è rimasta in canottiera aderente e pantaloni cargo. Si è sdraiata all’indietro sui gomiti, ha chiuso gli occhi, ha offerto il viso al sole.
«Che pace» ha mormorato. «Sembra di essere fuori dal mondo.»
Ho guardato la sua gola, la vena che pulsava piano, il seno che si alzava e abbassava sotto il tessuto bagnato.
Il desiderio mi ha travolto come una raffica.
Mi sono chinato su di lei.
Le ho sfiorato la guancia con le labbra.
Lei ha aperto gli occhi di scatto.
«Antonio… cosa fai?» ha sussurrato, la voce incrinata.
Non ho risposto.
L’ho baciata.
Forte, profondo, senza chiedere permesso.
Lingua che cercava la sua, mani che le incorniciavano il viso.
Per un istante è rimasta rigida.
Le mani premute sul mio petto, come per spingermi via.
Un piccolo suono di protesta soffocato in gola.
«Aspetta… non possiamo…»
Ma non si è staccata.
Le sue labbra tremavano contro le mie.
Poi, piano, ha socchiuso la bocca.
Un sospiro spezzato.
E ha risposto.
Prima timida, poi con una fame repressa da anni: mi ha afferrato per la nuca, mi ha tirato più vicino, ha succhiato la mia lingua con disperazione.
Ci siamo staccati ansimando.
Lei aveva le pupille dilatate, le guance arrossate, le labbra gonfie.
«Siamo pazzi» ha detto, ma intanto le sue mani tremanti stavano già slacciando la mia cintura.
L’ho fatta sdraiare sulla roccia calda.
Le ho tolto la canottiera con un gesto deciso.
Il reggiseno sportivo nero è volato via.
I seni erano pieni, morbidi, i capezzoli scuri già duri per l’aria fresca e l’eccitazione.
Li ho presi in bocca, succhiando forte, mordicchiando abbastanza da farla inarcare.
«No… qualcuno potrebbe…»
«Siamo soli» le ho ringhiato contro la pelle. «E anche se non lo fossimo, non mi fermerei.»
Le ho abbassato i pantaloni cargo e le mutandine insieme.
Era bagnata da morire: il sesso gonfio, lucido, colava lungo l’interno delle cosce.
Ha chiuso gli occhi, ha girato la testa di lato, come per nascondersi dalla propria eccitazione.
Ho infilato due dita dentro di lei, pompando piano mentre con la lingua le accarezzavo il clitoride.
Ha trattenuto il respiro, poi ha iniziato a gemere piano, le mani che mi afferravano i capelli.
«Oddio… Antonio… fermati… non dovremmo…»
Ma il bacino si alzava per venirmi incontro.
È venuta così, in silenzio quasi, un tremito violento, le cosce che si stringevano intorno alla mia testa, un piccolo singhiozzo strozzato.
Non le ho dato tempo di riprendersi.
Mi sono tolto i pantaloni, mi sono inginocchiato tra le sue gambe.
Lei mi guardava con occhi lucidi, combattuti.
«Laura… dimmi di no e mi fermo.»
Silenzio.
Solo il suo respiro affannato.
Allora ha allungato una mano, mi ha preso l’uccello duro e lo ha guidato dentro di sé.
Sono entrato lentamente, centimetro dopo centimetro, sentendola stringermi calda e bagnata.
Ha emesso un gemito lungo, sofferto e dolce insieme.
«Piano… ti prego… è tanto che…»
Ho iniziato a muovermi, prima piano, poi sempre più forte.
Lei ha avvolto le gambe intorno ai miei fianchi, le unghie piantate nella mia schiena.
«Più forte…» ha sussurrato alla fine, la voce rotta. «Non fermarti più.»
L’ho scopata con passione selvaggia, tenendola per i fianchi, la roccia che le graffiava leggermente la schiena ma a lei non importava.
Ogni affondo le strappava un gemito sempre più alto.
Si è girata, si è messa a quattro zampe, il culo alto, la treccia che le cadeva di lato.
«Da dietro… voglio sentirti tutto…»
Sono rientrato con forza, tirandole la treccia per baciarle il collo mentre la martellavo.
Lei spingeva all’indietro, il sesso che mi stringeva spasmodicamente.
«Vieni dentro… riempimi… fammi tua…» ha implorato.
Sono venuto così, con un ruggito basso, spingendo fino in fondo mentre lei tremava in un altro orgasmo lunghissimo, il corpo che si contraeva intorno a me, mungere ogni goccia.
Siamo crollati abbracciati sulla roccia, sudati, ansimanti, il sole che ci scaldava la pelle nuda.
Dopo un lungo silenzio lei ha riso piano, la testa sul mio petto.
«Ho resistito… un pochino» ha detto con un sorriso colpevole.
«Già» ho risposto, accarezzandole i capelli. «Ma alla fine hai ceduto. E io non ho intenzione di lasciarti tornare indietro.»
Ha alzato lo sguardo, seria per un attimo.
«Mio marito rientra tra tre settimane.»
«Lo so.»
Un sorriso piccolo, luminoso.
«Allora abbiamo tre settimane per salire su tutte le montagne che vogliamo… e per fare questo quante volte possibile.»
Ci siamo rivestiti lentamente, ridendo come due ladri.
Mentre scendevamo, mano nella mano quando il sentiero lo permetteva, ho pensato che a volte la resistenza serve solo a rendere la resa più dolce.
Laura cammina ancora davanti a me.
Ma ora, quando si ferma a guardare il panorama, si volta e mi cerca con gli occhi.
E io so esattamente cosa faremo la prossima volta che saremo soli, sopra il crinale.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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