Io: ritorno a me stessa
Per anni, la mia esistenza è stata scandita dal rumore sordo dei binari e dalla polvere di un passato che odorava di muffa e terrore.
Che deficiente colossale che sono stata.
Un’idiota patentata per aver permesso che la paura mi cucisse la bocca, trasformandomi in una reliquia muta su un sedile di finta similpelle verde.
I treni regionali degli anni della scuola avevano quell'odore acre di nafta bruciata, di umidità e di sogni repressi.
Lui era lì, seduto a due file di sedili di distanza, con la sua aria distratta o immersa nei libri e quel profilo che mi incendiava il sangue, facendo vibrare ogni terminazione nervosa di un desiderio che, a quei tempi, forse, non sapevo nemmeno definire con precisione, ma che faceva provare sensazioni incredibili.
Mi piaceva da morire, lo cercavo tra i vagoni appena salivo sul treno, due fermate dopo la sua, ma la mia bocca restava serrata.
Rivivevo quei momenti per giorni, anelando di rivederlo il prima possibile.
Mi bastava vederlo, incrociare il suo sguardo anche solo per pochi istanti e la mia giornata si colorava. Qualcosa nel mio stomaco di muoveva: era una sensazione magica, ipnotica.
Un'educazione matriarcale e castrante mi aveva convinta che desiderare fosse una colpa, che il corpo fosse un peccato da nascondere. Così, ingoiavo le parole, soffocavo i battiti accelerati del cuore e mi lasciavo scivolare tutto addosso, immobile come una statua di sale.
Ero graziosa allora.
Ero una ragazzina dai lunghi capelli biondi, avevo un corpo asciutto e un seno già prosperoso. Avevo tanti sogni e uno su tutti me lo sono tenuta dentro per anni: lui.
Quella timidezza giovanile, quella codardia, è stata la porta d'accesso all’inferno, quello vero, non quello di un’astrazione che non mi interessa e in cui non credo; un’escalation di violenza domestica da cui pensavo di non poter più uscire viva.
Ho sprecato decenni della mia esistenza in un matrimonio che si è rivelato un vero e proprio lager: un ex marito violento, un tiranno crudele travestito da uomo rispettabile che mi picchiava con una regolarità fredda e spietata.
Ogni livido sul mio corpo era una firma sulla mia sottomissione, un promemoria quotidiano della mia presunta nullità.
La mia psiche era un campo di macerie fumanti, un deserto di cenere dove nessun fiore di speranza sembrava poter nascere.
Ero convinta di non valere niente, di essere un oggetto usa e getta, un sacco da boxe umano su cui scaricare la frustrazione di un fallito impotente.
Vivere significava sopravvivere ai ceffoni, ai calci, alle ossa frantumate, ai tagli, alle frustate e ai morsi …, annientando ogni briciolo di autostima, soffocando ogni pensiero autonomo fino a diventare un'ombra che camminava a testa bassa.
La sessualità, in quel contesto di terrore quotidiano, era uno stupro legalizzato, un obbligo schifoso e doloroso che mi veniva imposto con la forza bruta, riducendo la mia carne a una landa desolata, insensibile e profondamente dolente.
Ogni rapporto non voluto era una violazione, una tortura sistematica che mi insegnava a detestare il mio stesso corpo, a considerarlo un territorio occupato dal nemico, una proprietà privata su cui chiunque poteva calpestare a piacimento.
I miei pensieri erano incatenati, il mio corpo rimaneva segnato per giorni, la mia voce soffocata dai cuscini e dalle lacrime ingoiate in silenzio, mentre il mondo fuori continuava a girare indifferente al mio strazio.
Gli anni passarono non immuni dal dolore e dalle difficoltà.
Lo avevo denunciato.
Dopo anni di torture e paure, dolore e voglia di morire per liberarmi di lui, avevo fatto il passo giusto, armata di determinazione e verità.
Avevo divorziato.
Ero sola.
Sola, fino ad una mattina d'autunno.
Un mattino in cui le leggi della fisica e della logica si sono sgretolate all'improvviso, offrendomi una seconda possibilità grottesca, surreale e magnifica.
Ero già grande, segnata nel profondo, con l'anima piena di voragini e il corpo irrigidito dalla memoria cronica dei colpi ricevuti. Eppure, la mente ha fatto un salto a ritroso, dritta su quel treno regionale di molti anni prima.
Mi sono ritrovata lì, ragazzina nell'aspetto, ma con la consapevolezza furiosa, affamata e sfrontata della donna che sono oggi.
Questa volta non mi sono nascosta dietro la tendina lercia del finestrino.
Mi sono alzata in piedi, con le ginocchia che tremavano, ma lo sguardo d'acciaio, e mi sono posta davanti a lui. L'uomo che ho sempre adorato nel profondo, l'unico che avesse il potere di salvarmi, anche nei mie momenti peggiori. Lui era il mio sogno, il mio desiderio, il mio uomo invisibile che, in qualche modo e all’oscuro di tutto era con me ogni istante della mia cazzo di vita. Immaginavo le sue carezze sulle mie ferite, il suo sguardo che mi consolava.
«Ascoltami bene», gli ho detto, trattenendo il fiato, senza filtri, sputando fuori anni di catene invisibili e di rimpianti soffocati.
«Io ti amo. Ti amo da sempre. E adesso te lo dico, te lo voglio dire, non riesco più a tenermelo dentro.»
Lui mi ha guardata, ha capito tutto in un battito di ciglia, senza stupirsi ed accogliendo quella valanga di verità.
Mi ha preso la mano con una stretta ferma, calda, rassicurante.
Quel contatto ha fatto letteralmente deragliare il passato, spazzando via il matrimonio, le botte, le umiliazioni e proiettandomi in una realtà parallela fatta di pura luce, riscatto e promesse carnali.
Il nostro primo vero incontro intimo è stato il battesimo di una catarsi totale, la distruzione definitiva del mio passato di sottomissione e dolore.
Ero vergine di vero amore, vergine di un contatto che non fosse contaminato dal terrore e dalla violenza, una donna che rinasceva nuda per la prima volta.
Ero tesa come una corda di violino in una stanza inondata dalla luce morbida e dorata del tramonto autunnale. Il cuore mi martellava nel petto con una violenza sorda, mentre i fantasmi del mio passato cercavano di paralizzarmi, sussurrandomi che non ne ero degna, che la mia carne era marchiata.
Quando lui ha iniziato a svestirmi, il mio corpo ha avuto un sussulto di difesa primordiale, un riflesso condizionato abituato alle mani pesanti, fredde e brutali del mio ex aguzzino, ma le mani del mio compagno erano radicalmente diverse: calde, intrise di una devozione feroce, rispettosa e lussuriosa al tempo stesso.
Ogni suo tocco era una rivelazione sensoriale che riscriveva la mia mappa corporea.
Ha baciato lentamente ogni centimetro della mia pelle martoriata, soffermandosi sulle vecchie cicatrici invisibili e visibili, tracciandole non con la compassione pietistica che umilia, ma come se stesse adorando un tempio sacro e profanato che andava restituito alla vita.
Le sue labbra sul mio collo mi facevano fremere, e per la prima volta in vita mia la pelle non si contraeva per la paura, ma si apriva al calore come un fiore assetato dopo una siccità secolare. Quando ci siamo uniti per la prima volta, c'è stato uno strappo fisico, un dolore sottile e antico che si è dissolto all'istante, inghiottito da un'onda d'urto e di piacere che non sapevo neanche esistesse nei dizionari dell'anima.
Non c'era fretta, non c'erano pretese brutali o imposizioni; c'era solo un ritmo profondo, viscerale, dettato dai nostri respiri che si cercavano disperatamente.
Lui mi guardava negli occhi con un'intensità devastante, catturando ogni mio sussulto, leggendo la mia sorpresa mentre il piacere cominciava a montare denso dentro di me, sostituendo il buio con una luce accecante.
Ho pianto, ma di un pianto liberatorio, di chi sputa via anni di veleno, di fango e di umiliazioni.
I miei chili di carne prima calpestati erano ora il centro assoluto dell'universo, posseduti e amati con un trasporto così intenso da farmi perdere i sensi e urlare il suo nome senza freni, assaporando per la prima volta il brivido di esistere.
Quella prima notte fu solo l'innesco di una dinamica che, nel corso del tempo, si è trasformata in un incendio inarrestabile.
Più passavano i giorni, più la nostra intimità diventava sfrontata, insaziabile, selvaggia.
Eravamo due corpi voraci, decisi a recuperare ogni singolo secondo rubato dal mio passato infernale.
Ora, anche se non viviamo ancora sotto lo stesso tetto, mantenendo ciascuno i propri spazi e la propria indipendenza quotidiana, la nostra unione non conosce catene neanche nella forma: viviamo la nostra relazione come una coppia aperta, rivendicando con orgoglio quella totale libertà di spirito e di corpo che ci contraddistingue.
Questa distanza scelta, anziché indebolirci, rende i nostri incontri intimi ancora più spettacolari, elettrizzanti e carichi di una tensione magnetica pazzesca.
Sappiamo di appartenerci totalmente anche perché ci scegliamo ogni volta che ci incontriamo, senza obblighi soffocanti, ma con una fame reciproca feroce, godendo anche del brivido della conquista e del confronto con il mondo esterno, per poi correre a chiuderci in un abbraccio carnale sempre più intenso e passionale.
Ogni volta che ci apriamo le porte delle nostre case, quei momenti diventano il teatro di un erotismo senza freni e senza tabù borghesi.
Ci amiamo ovunque: sul pavimento della cucina mentre bolle il caffè, con la schiena inarcata sulle piastrelle fredde e le sue mani che stringono i miei fianchi con forza; contro i vetri della finestra a guardare la pioggia cadere, con il fiatone che appanna i vetri; di notte con una foga animalesca che ci fa perdere la voce, o nei pomeriggi in cui i nostri corpi sudati si incastrano in posizioni sempre nuove, gocciolanti di brividi e baci voraci, in auto o all’aperto, su una panchina, nel club privè, ovunque l’istinto ci porti a godere dell’essere noi.
Lui sa esattamente come farmi impazzire, come resettare ogni trauma attraverso il piacere puro e sregolato.
Le sue mani esperte sanno dove premere, le mie unghie affondano nella sua schiena nuda fino a graffiarla per sentire che sono viva, i morsi leggeri sulle labbra e sul collo ci lasciano segni di una passione divorante.
Le spinte sono profonde, pesanti e ritmate, capaci di farmi perdere la cognizione dello spazio e del tempo.
In quei momenti io non sono più la donna spaventata del mio passato, ma una creatura famelica che cavalca il piacere, urlando il suo nome e chiedendone ancora, senza vergogna, senza inibizioni, annegando in una complicità perversa e dolcissima.
La psicologia della mia trasformazione affonda le radici in questo ribaltamento radicale della carne. Prima ero una cosa rotta, rannicchiata nell'angolo a sperare che la violenza finisse in fretta; adesso sono una donna ardente di desiderio, che pretende il piacere, che lo cerca e che lo cavalca con la forza sfacciata di chi ha ripreso il possesso totale della propria esistenza.
Ogni orgasmo con lui è un chiodo piantato nella bara del mio passato.
Non ci sono più i fantasmi del giudizio o della sottomissione: la nostra scelta di non convivere e di essere una coppia aperta ha amplificato questa libertà mentale, dimostrando che il desiderio non è possesso malato, ma condivisione sfrontata ed elettrizzante.
Ogni amplesso è diventato un manifesto di autonomia, un modo per riscrivere la geografia del mio corpo con il fuoco della passione.
Più mi penetra profondamente, più sento di liberarmi definitivamente dalle catene invisibili che mi hanno tenuta prigioniera per decenni.
La lussuria è diventata la mia cura, la mia salvezza laica e carnale.
Adesso, voltandomi indietro, vedo quel passato difficile come un film horror che non mi appartiene più.
Io sto bene con lui.
Questa è la verità assoluta, scolpita nella mia carne, nei chili rimasti dopo essere dimagrita: sto incredibilmente bene.
Ho un uomo che adoro con ogni fibra del mio essere, una sessualità vibrante, sfacciata, eccitante e una libertà assoluta che nessuno potrà mai più portar via.
Il nostro amore è diventato una forza della natura, un pilastro d'acciaio in un mondo che prima mi aveva ridotta in polvere.
Ogni bacio, ogni carezza, ogni notte passata a fonderci l'uno nell'altra ha costruito un legame indissolubile, potente, feroce.
E poi…
Poi in un pomeriggio che profumava di nuovo inizio, è arrivato quel momento.
Avevamo quel piccolo oggetto tra le mani, un test di gravidanza comprato in farmacia con un misto di curiosità e tremarella.
Il bagno era immerso nella luce soffusa del tardo pomeriggio.
Il tempo sembrava essersi fermato, esattamente come su quel treno di tanti anni prima.
Eravamo lì insieme, vicini, con il fiato sospeso e il batticuore che rimbombava nelle orecchie. Abbiamo fissato quel piccolo schermo in attesa del verdetto, trattenendo il respiro.
Poi, lentamente, la linea è apparsa.
Netta, inequivocabile, luminosa.
Ci siamo guardati negli occhi, lucidi di una gioia immensa e stratosferica, stringendoci in un abbraccio che sapeva di eternità.
Il test positivo ha reso ancor più tangibile il nostro amore, accogliendo una nuova vita e sancendo la nostra definitiva vittoria sul buio.
Vacca 24
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Io: ritorno a me stessa:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
