Lui & Lei
La ruffiana 2
07.01.2026 |
2.240 |
1
"Si è arrampicata sopra di me, con una mano ha afferrato saldamente il mio membro già duro, guidandolo verso la sua entrata bagnata..."
È passata una settimana esatta da quella sera a casa di zia Sonia, ma per me sono sembrati un mese intero. Il ricordo di quel corpo morbido, di quella fica calda e vellutata e delle sue porcherie verbali mi aveva rovinato. Non riuscivo a concentrarmi sul lavoro, e ogni volta che vedevo una donna matura per strada mi si scatenava un'erezione immediata e dolorosa. Finalmente, il giovedì pomeriggio, il telefono ha squillato. Era lei.«Pronto?».
«Ciao Andrea. Stasera libero?».
La sua voce era rauca, quasi un sussurro, e ho capito subito che non mi stava chiamando per giocare a scacchi o per bere il caffè. «Sì, zia. I miei sono fuori fino a domani mattina».
«Perfetto. Vieni a casa mia alle nove. E vieni preparato, perché stanotte non intendo dormire molto. Voglio che tu mi chiavi fino allo sfinimento».
Ha riattaccato senza aggiungere altro. Alle nove puntuali ero alla sua porta. Mi ha aperto indossando solo un accappatoio di seta bianca che le lasciava intravedere l'abbondante scollatura e, quando si è mossa, ho capito che sotto non aveva assolutamente nulla. Il profumo che mi aveva inebriato la volta scorsa riempiva l'ingresso, un mix di muschio e vaniglia che mi fece intostare definitivamente il cazzo.
«Entra, mettiti comodo», ha detto, indicandomi il divano del soggiorno. «Vuoi un bicchiere di vino?».
«Preferisco altro», ho risposto, muovendomi verso di lei.
Le ho sciolto il nodo dell'accappatoio con un movimento deciso, lasciandola nuda davanti a me. La luce soffusa delle lampade accentuava le sue forme, le curve larghe dei fianchi, il ventre morbido e quelle tette infinite che mi avevano fatto impazzire. «Ti piace quello che vedi?», ha chiesto con un sorriso spavaldo, facendo roteare i fianchi.
«Troppo. Mettiti a carponi sul divano», ho ordinato.
Lei non ha esitato un secondo. Ha lasciato scivolare l’accappatoio a terra e si è arrampicata sul divano, offrendomi quel culo enorme e sodo. Le sue pacche erano bianche e perfette, con un piccolo buco nero che mi chiamava a gran voce. Mi sono avvicinato e ho iniziato a leccarle l'ano, bagnandolo bene con la saliva, girandoci intorno col dito per prepararla all'assalto.
«Sì... così... preparami bene, nipotino...», ha sospirato lei, spingendo il culo indietro contro la mia faccia, ansimando come una cagna in calore.
Ho infilato prima un dito, poi due, dilatandola con delicata fermezza. Lei starnazzava sempre più forte, le mani che affondavano nei cuscini. Quando l'ho sentita pronta, mi sono posizionato dietro di lei e le ho appoggiato il mio cazzo duro contro il buco del culo.
«Lo vuoi qui, zia?».
«Sì! Inculami! Fottimi nel culo! Non avere pietà!».
Con una spinta decisa, ho superato la resistenza iniziale e sono entrato. Lei ha emesso un urlo strozzato di dolore e piacere, ma non mi ha chiesto di fermarmi. L'ho inculata con rabbia, affondando fino alle palle a ogni colpo, godendomi il calore e la stretta del suo sfintere che si chiudeva attorno alla mia cappella come un anello di carne caldissima.
«Dio, che troia sei...», ho ansimato, dandole uno schiaffo forte su una natica, lasciando il segno rosso sulla sua pelle bianca.
«Si, sono una troia! La tua troia! Usa il mio culo come vuoi!», ha gridato lei, mentre il suo corpo ondeggiava sotto i miei colpi, sudata e arrapata.
L'ho presa per i capelli, tirando indietro la testa, e l'ho baciata con furia sulla bocca, intanto che continuavo a scoparla nel culo. Il divano scricchiolava rumorosamente sotto di noi, un ritmo costante che si univa al respiro affannoso di entrambi. Ho sentito la mia eccitazione crescere, il piacere che diventava insopportabile mentre i suoi gemiti riempivano la stanza.
«Sto per venire, zia» gemetti abbrancato ai suoi fianchi, spingevo e spingevo, sul punto di esplodere.
«Dentro! Vieni dentro al mio culo! Riempi il buco del culo di tua zia!».
Con un ultimo urlo, ho svuotato le palle dentro di lei, riempiendola di sborra bollente. Mi sono ritirato a fatica, esausto, e lei è crollata sul divano, tremante e ansimante, con il culo che stillava il mio sperma.
«Sei stato fantastico, nipotino», ha detto lei, voltandosi a guardarmi con un sorriso soddisfatto. «Ma la serata non è finita».
Si è alzata a fatica e mi ha preso per mano, guidandomi in camera da letto. Si è sdraiata sul letto, spalancando le gambe in un gesto di offerta totale. «L’altra volta sei stato proprio bravo. Voglio sentire la tua lingua nella mia fica, di nuovo».
Sono rimasto ipnotizzato alcuni secondi dalla vista della sua fica gonfia e lucida fra le cosce aperte. L’ano ancora aperto, sporco del mio seme. Mi sono gettato tra le sue cosce e ho iniziato a leccarle la passera.
«Così bagnata, e aperta» ho ansimato nelle sue pieghe.
Le ho succhiato il clitoride, infilando la lingua il più a fondo possibile, bevendo i suoi umori che uscivano a fiumi. Lei gemeva, torcendosi le lenzuola tra le mani, incitandomi a non fermarmi.
«Sì... così... leccami tutta... non fermarti...», sussurrava lei, con la voce spezzata dal piacere, mentre le sue gambe chiudevano la mia testa in una morsa mortale.
Le ho infilato tre dita dentro, curvandole, allargandole. Lei ha archeggiato la schiena, urlando il mio nome, mentre un orgasmo violento la scuoteva dalla testa ai piedi. La sua figa pulsava contro la mia bocca, inondandomi dei suoi umori, costringendomi a inghiottire tutto il suo nettare.
Non le ho dato tregua, continuando a masturbarla e leccarla finché non ho sentito il suo corpo rilassarsi, esausto. Mi sono sollevato, pulendomi la bocca con il dorso della mano.
«Soddisfatta?», ho chiesto con un sorriso.
«Mai così tanto», ha risposto lei, tirandomi verso di sé per abbracciarmi. «Ora devo lavarmi. Vieni con me?».
«Certo».
Siamo andati in bagno insieme e ci siamo lavati a vicenda sotto la doccia, le mani che scorrevano sui corpi ancora bagnati e caldi. Le ho insaponato le tette, giocando con i capezzoli duri, e lei mi ha massaggiato le palle e il cazzo, che stava già tornando duro.
Usciti dalla doccia, ci siamo asciugati e siamo tornati in camera da letto. Sdraiata di traverso, mi succhiava l’uccello. Lo prendeva a fondo, potevo sentire la lingua che saettava attorno alla cappella e poi giù lungo l’asta.
Appoggiato alla testiera, Io mi godevo quel superbo lavoro di bocca, una mano sulla sua nuca ad accompagnarla, l’altro braccio ripiegato dietro la testa.
«Sai, Andrea... c'è una cosa che non ti ho detto» mi ha detto dal nulla, fra una boccata di cazzo e l’altra.
«Cosa?».
«Quel giorno, quando hai chiamato Emanuela... beh, non era lei al telefono».
Confuso, le ho tirato i capelli per tirarla via dal mio inguine sbavato. «Cosa intendi?».
«Intendo dire che non è stata lei a darti buca. Sono stata io a dirle di non venire».
Il sangue mi si è gelato nelle vene. «Perché?».
Lei mi ha strizzato l'occhio. «Perché sapevo che, se fossimo rimasti soli, mi avresti scopato. E volevo essere sicura che succedesse».
Mi sono avvicinato a lei, afferrandola per i fianchi. «Sei diabolica, zia Sonia».
«E tu adori ogni minuto di questo, vero?».
«Sì», ho ammesso. «Ogni dannato minuto».
«Bene», ha detto lei, spingendomi sul letto. «Allora mostrami quanto».
Si è arrampicata sopra di me, con una mano ha afferrato saldamente il mio membro già duro, guidandolo verso la sua entrata bagnata. È scesa lentamente, lasciando che le sue grandi labbra inghiottissero la mia cappella a poco a poco, emettendo un sibilo di piacere quando l’ha inghiottita, per poi abbandonarsi completamente lungo l'asta fino alla base, unendo i nostri inguini, impalandosi sul mio cazzo duro con un gemito profondo. Si è fermata per un istante, i muscoli interni che pulsavano e strizzavano la mia dimensione, godendosi la sensazione di essere riempita fino a scoppiare. Poi ha iniziato a muoversi, una cavalcata lenta e tortuosa che sembrava volermi succhiare l'anima attraverso il cazzo. I suoi seni oscenamente pieni, quei due globi di carne soffici ed enormi, hanno iniziato a ondeggiare pesantemente sopra il mio viso, un ipnotico balletto di gravità che mi costringeva a seguirne ogni oscillazione con lo sguardo ipnotizzato. Li ho presi con entrambe le mani, affondando le dita in quella morbidezza incredibile fino a sentire il capezzolo duro come un sasso contro il palmo, e ho iniziato a leccarli con avidità, mordicchiandoli leggermente e sentendo la pelle dritta di eccitazione sotto i miei denti. Lei ha aumentato il ritmo, trasformando la cavalcata in una discesa violenta e precisa: scendeva con forza, scopandosi da sola, un costante tonfo secco e bagnato sul mio bacino.
«Sì... Dio, sì... mi spacchi... è così grosso... mi senti come ti stringo?... Dio... godo... sto godendo come una cagna sul cazzo di mio nipote... non fermarti... più forte... sfondami!»
Non mi faccio pregare: ho afferrato saldamente i suoi fianchi carnosi, sentendo la morbidezza della sua pelle sotto le dita, e ho iniziato a pompare da sotto con veemenza, sollevando il bacino per incontrare le sue discese e colpirla in profondità a ogni spinta.
«Ecco, tieni il cazzo... così ti piace, vero? Ti piace essere scopata, non è vero?»
«Sì! Sì, esattamente così... mi piace... mi piace un sacco... cazzo, sto venendo, Andrea! Sto venendo!»
Ogni movimento era accompagnato dal rumore schioccante delle sue natiche carnose che sbattevano contro le mie cosce e dallo scroto che le frustava la figa a ogni salto. Si è piegata in avanti, scaricando tutto il peso del suo torso sul mio petto, affondandomi sotto di sé, e ha iniziato a saltare con una furia crescente, i capelli un sudore che le incollavano il viso mentre mi guardava negli occhi con uno sguardo di pura lussuria, un'espressione bestiale che implorava di essere posseduta. Le sue unghie mi graffiavano le spalle, il suo corpo si faceva un arco teso e vibrante, in cerca del suo prossimo orgasmo, una macchina del piacere indomabile che usava il mio corpo per il suo tornaconto.
«Sì... così... cavalcami ancora, troia», ho ansimato, affondando le mie dita nelle sue natiche, spingendola giù con forza.
«Ti piace questo culo? Ti piace come ti cavalco?», ha chiesto lei, con voce rauca, mentre il suo viso era contratto in una maschera di puro piacere.
«Lo adoro. Sei la miglior scopata che abbia mai avuto».
Lei ha sorriso, soddisfatta, e ha continuato a cavalcarmi con energia, portandomi all'orlo del baratro. «Sonia, sto per sborrare... Fammi uscire!».
«Non fermarti, non importa! Voglio sentire la tua sborra calda dentro la mia fica».
Con un urlo liberatorio, ho svuotato le palle dentro di lei per la seconda volta quella sera. Lei è crollata su di me, ansimante e sudata, il cuore che batteva all'impazzata contro il mio petto.
«Sei fantastico, Andrea», ha sussurrato lei, baciandomi sul collo. «Non vedo l'ora che succeda di nuovo».
«Anch'io, zia. Anch'io».
Ci siamo addormentati abbracciati pochi momenti dopo, stanchissimi ma appagati.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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