Lui & Lei
La solita vacanza - 01.Il rito del mattino
09.01.2026 |
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"Sentii le sue palle, pesanti e pelose, sbattere rumorosamente contro la mia fica, già martoriata e ancora umida..."
01.Il rito del mattinoQuando sono in vacanza – solitamente in Sicilia, nel paese delle mie origini – ho un rituale. Mi alzo all’alba, prima che la famiglia si svegli e prima che il sole inizi a scottare l’asfalto, indosso i miei calzoncini neri e la canottiera tecnica, e vado a fare jogging. È un modo per mantenermi in forma, certo, ma anche per riconquistare un’ora che sia solo mia, lontana dal ruolo di moglie e di madre. E poi, chissà, in quei luoghi carichi di memorie e sensi di colpa, l’idea di un’avventura inaspettata mi attrae come una fiamma. Sono le migliori, quelle. Ne so qualcosa. È già successo.
Quella mattina di tre anni fa, l’aria era già tiepida, carica del profumo di zagara e di mare che si perdeva tra gli agrumeti. Avevo deciso di esplorare una strada sterrata che si inerpicava dietro il paese, una vecchia via di campagna che mio nonno diceva portasse da nessuna parte. Correvo, il respiro regolare, il sudore che già iniziava a imprigionarmi la schiena sotto la maglietta, quando la stradina sbucò in una radura. E lì, come un miraggio diroccato, vidi la stazione.
Era un edificio in pietra gialla, a due piani, con le persiane sfondate che battevano contro i muri scrostati. I binari che la costeggiavano erano arrugginiti e invasi dall’edera, ma uno, uno solo, luccicava debolmente sotto la luce obliqua del mattino. Era ancora in uso, quel tratto. L’abbandono e la vita che si ostinava a scorrere: la trovai un’immagine potentemente eccitante.
Senza nemmeno rendermene conto, avevo rallentato fino a fermarmi. Il mio cuore batteva forte, ma non per la corsa. Una curiosità morbosa, pericolosa, mi attirava verso quel luogo. Era un richiamo viscerale. Spinsi il cancello sgangherato che cigolò con un lamento lungo e lamentoso. L’interno era un trionfo di polvere, ragnatele e luce che filtrava a lame attraverso le assi rotte del soffitto. L’aria sapeva di umido, di legno marcio e di qualcosa di più animale, più selvatico. Salii la scala di legno che scricchiolava sotto i miei scarpini da running, ogni gradino un tuono nel silenzio tombale del posto. Al piano superiore, una porta socchiusa dava su una stanza che doveva essere stata un ufficio. Un tavolo sfondato, sedie rovesciate. Ma la finestra era intatta e offriva una vista mozzafiato sui binari che si perdevano tra gli uliveti, e oltre, sul mare turchino in lontananza. Mi affacciai, incantata dalla bellezza crudele e decadente del panorama. Ero così rapita che non sentii avvicinarsi.
«Bella vista, eh?»
La voce, graffiante come la ruggine sui binari, mi fece sobbalzare così violentemente che la spalla urtò contro il telaio della finestra. Mi girai, il cuore in gola. Lui era in piedi sulla soglia. Seminudo. Portava solo un paio di jeans stracciati, sbottonati e così sporchi da essere quasi neri. La parte superiore del corpo era scoperta, un torso scavato dalla fame ma ancora muscoloso, come un animale selvatico. La barba era una foresta incolta che gli copriva gran parte del viso, i capelli lunghi e untici gli incorniciavano uno sguardo che mi trapassò. Non era allucinato. Era lucido, terribilmente lucido. E fisso su di me.
«Non… non disturbavo» riuscii a balbettare, facendo un passo indietro. Il muro era freddo contro la mia schiena.
Lui non disse altro. Emise solo un suono gutturale, una sorta di brontolio che partiva dal petto, e avanzò. Non camminava, si trascinava, ma con una determinazione ipnotica. Un odore acre mi investì: sudore vecchio, terra, foglie marce e qualcosa di metallico, come il sangue secco. La paura mi gelò il sangue, ma insieme ad essa, con una vergogna lancinante, sentii un fremito umido, un calore improvviso tra le gambe.
«No», dissi, la voce un filo di secco. «Vado via. Non voglio problemi.»
Lui scosse la testa, lentamente. Le sue mani, con le unghie nere e rotte, si alzarono. Non per afferrarmi subito, ma per escludermi, per delimitare lo spazio tra il muro e lui. Dissi altre parole, tentai di dissuaderlo, di dirgli che sbagliava, che non era quello che cercavo. Ma erano solo rumori. Lui non ascoltava. Con un movimento rapido e brutale, le sue mani mi afferrarono le braccia. Le dita erano come tenaglie di ferro, mi segnarono la pelle. Mi fece voltare contro la parete con tanta forza che il mio viso sbatte contro l’intonaco ruvido, facendomi vedere le stelle. Un gemito mi sfuggì.
Sento il suo respiro caldo e fetido sul collo. Una mano lasciò il mio braccio e si infilò tra la mia vita e la parete. Sentii lo strappo netto del tessuto dei miei calzoncini, poi quello, più sottile e umiliante, del mio perizoma in pizzo nero. L’aria fredda della stanza mi colpì lì dove non doveva. La stessa mano sollevò con forza la mia canottiera tecnica, strappandola quasi, e la arrotolò sotto il mio seno, imprigionandomi le braccia. L’altra mano afferrò un seno nudo e lo strinse, non con delicatezza, ma con un possesso brutale che fece uscire un altro gemito dalla mia bocca. Era dolore, ma un dolore acuto che si accendeva direttamente nelle mie viscere.
Poi lo sentii. Il suo membro, durissimo e nodoso come una radice, si premette contro di me. Era caldo, bruciante, e scivolò tra le mie natiche fino a trovare l’ingresso bagnato che non avrebbe mai dovuto accoglierlo. Non ci fu preambolo, né carezza. Un colpo di reni possente, un’espansione lacerante, e lui era dentro di me, fino all’osso.
Un grido strozzato mi uscì dalla gola. Il dolore era accecante, un fendente che mi spaccava in due. Ma sotto di esso, strisciante e inconfessabile, un’onda di calore mi investì. Il suo corpo, sporco e sudato, si schiacciò contro il mio. Le sue mani ora mi afferravano i fianchi con una forza che lasciava lividi, guidando il ritmo selvaggio del suo assalto.
«Che… che cazzo fai…» ansimai, le lacrime che mi rigavano la polvere del viso.
Lui non rispose. Continuava a picchiare, a martellare dentro di me con una furia animale. Il suo cazzo, di una grossezza che non avevo mai conosciuto, mi riempiva in un modo che non era solo invasione. Era una colonizzazione. Ogni sua spinta mi scuoteva tutta, facendo sbatte contro il muro. Sentivo il suo pube peloso che sferzava le mie natiche, il suo odore che diventava il mio odore. Fu allora che arrivò il treno.
Un rombo lontano che si fece sempre più forte, fino a diventare un fragore metallico che scuoteva i vetri della finestra. Passava proprio lì sotto. Avrei potuto urlare. Un solo grido, e forse qualcuno da uno dei vagoni avrebbe alzato lo sguardo, avrebbe visto una donna seminuda inchiodata contro un muro da un barbone. Avrebbe chiamato qualcuno. La mia salvezza era lì, a portata di un sospiro.
Aprii la bocca. Un sibilo ne uscì, ma non un urlo. Chiudi gli occhi. E invece di combattere, mi abbandonai. Il mio corpo, traditore, iniziò ad adattarsi a quella violenza. Il dolore si trasformò in una sensazione piena, bruciante, quasi elettrica. Le mie mani, prima puntate contro il muro per resistere, si rilassarono. La mia schiena si inarcò, offrendogli un angolo migliore. Un gemito, diverso, più profondo, mi salì dalle viscere.
Lui lo percepì. Il suo ritmo cambiò. Non era più solo furia. C’era un intento, una ricerca. Una delle sue mani lasciò il mio fianco e scivolò sul mio ventre, poi più in basso, trovando il clitoride gonfio e sensibilissimo. Lo sfiorò, appena. Fu come una scossa. Un orgasmo primitivo, rozzo, mi esplose dentro, facendomi contorcere e stringere intorno a lui come una morsa.
Con un grugnito di piacere, lui mi sollevò di peso. Le mie gambe non mi reggevano più. Mi portò attraverso la stanza come un sacco, fino a un angolo dove, su un ammasso di coperte luride, c’era una brandina di metallo. Mi ci scaraventò sopra. La rete cigolò sotto il nostro peso.
Si mise su di me, tutta la sua massa, il suo sudore che mi ricopriva il viso e il petto. La sua bocca trovò la mia, in un bacio che era più un morso, le labbra screpolate che mi graffiavano, la sua lingua che invadeva la mia. Il suo cazzo, ancora durissimo e intriso dei nostri liquidi, mi trovò di nuovo, penetrandomi con una lentezza questa volta straziante. Ogni centimetro di entrata era una conquista, una promessa di piacere e di dolore.
«Porca…» sibilò contro la mia bocca. «Sei una porca bagnata.»
E lo ero. Lo sentivo sgorgare da me, l’umidità che lubrificava il suo passaggio, rendendo ogni colpo più profondo, più sonoro. Pensai a mio marito, Matteo, che a quell’ora doveva essere sveglio, che avrebbe preparato il caffè per sé e i bambini. Pensai ai miei figli, ai loro visi innocenti ancora abbandonati nel sonno. Ero una madre, una moglie. Ero qui, sotto un barbone, a godere come una bestia.
Lui accelerò di nuovo. Le sue mani mi afferrarono i polsi, inchiodandomi alla branda. Il metallo scricchiolava in un ritmo ossessivo. Sembrava non finire mai. Sembrava non voler venire. Dopo quello che mi parve un’eternità, si fermò. Si sollevò su di me, il suo cazzo che scivolò fuori da me con un suono umido, lasciandomi vuota e tremante.
Mi fece voltare con uno strattone, mettendomi a pancia in giù. Sentii il suo dito, ruvido e sporco, strisciare tra le mie natiche, cercando l’altro buco.
«No», mormorai, la voce roca. «Lì no.»
Ma era già troppo tardi. Sputò nella mano, un suono viscido, e mi unse lo sfintere con la sua saliva. Poi due dita, prepotenti, mi invasero lì, allargando, dilatando. Il dolore era lancinante, ma seguìto da uno stordimento, da una promessa di violazione totale.
«Culo» disse. Una sola parola, un comando.
E glielo diedi. Con due colpi secchi, brutali, il suo cazzo mi sfondò l’ingresso posteriore. Un urlo mi lacerò la gola, ma fu soffocato dal mio volto premuto contro le coperte. Sentii le sue palle, pesanti e pelose, sbattere rumorosamente contro la mia fica, già martoriata e ancora umida. La doppia sensazione, l’essere riempita completamente da lui, fu così intensa che vidi bianco. Non c’era più pensiero, solo sensazione pura. Il puzzo di sudore e sperma era ovunque, ma ora non mi disgustava più. Era l’odore del suo dominio, della mia resa. Lui mi scopava con una lentezza sadica ora, godendosi ogni centimetro di conquista, ogni mio singhiozzo.
«Sei mia, puttana della stazione» grugnì, il fiato corto. «Questo culo è mio.»
La violenza era diventata piacere. Un piacere malato, distorto, ma più potente di qualsiasi cosa avessi mai provato. Mi aggrappai alle coperte luride, spingendo indietro contro di lui, cercando di prendere ancora di più, di farmi spezzare del tutto.
Poi, il cambiamento. Il suo respiro divenne più affannoso, i colpi più irregolari. Sentii il suo cazzo pulsare dentro di me, nel profondo del mio retto. Con un ultimo, profondo gemito che sembrò strappargli l’anima, si bloccò. E iniziò a venire. Non era uno schizzo, era un fiume. Fiumi caldi, interminabili, di sborra che mi inondavano le viscere, riempiendomi di un calore viscido e vergognoso. Rimase immobile per un momento, svuotato, il suo peso che mi schiacciava. Poi si sollevò lentamente. Sentii il suo membro, ancora semiduro e grondante, scivolare fuori da me con un suono disgustosamente umido. Non disse nulla. Si chinò e posò le labbra, incredibilmente morbide, sulle mie natiche rosse e segnate. Poi due schiaffetti, non duri, quasi affettuosi. Come a suggellare un patto.
«Vai» mormorò, la voce tornata un brusio stanco.
Mi alzai a malapena, le gambe che tremavano, il corpo un unico livido pulsante. Raccolsi i miei vestiti strappati, senza osare guardarlo in faccia. Riuscii a infilarmi i calzoncini, a tirare giù la canottiera stracciata. Quando varcai la porta della stanza, mi voltai per un istante. Lui era già sdraiato sulla sua branda, di spalle, come se nulla fosse successo. Il treno era passato da tempo, lasciando solo il silenzio. Il ritorno a casa fu un incubo di luce e normalità. Mi infilai in casa dalla porta di servizio, sgattaiolai nella doccia e strofinai la pelle fino a farmela sanguinare, cercando di cancellare l’odore di lui, il senso di sporcizia, ma soprattutto il calore umido e persistente che ancora bruciava tra le mie gambe e nel mio profondo.
Mio marito Matteo mi baciò sulla guancia mentre preparava la colazione. «Hai fatto una bella corsa, oggi. Sei tutta rossa.»
«Sì», mormorai, evitando il suo sguardo. «È stato… intenso.»
Mentre sorseggiavo il caffè, guardando i miei figli che litigavano per i cereali, una parte di me era lì, nella cucina illuminata dal sole. Un’altra parte, più vera e più oscura, era ancora in quella stazione abbandonata, con il rumore di un treno che passava e l’odore di un uomo che mi possedeva.
Quella esperienza, così violenta eppure così profondamente eccitante, si era piantata in me come una scheggia. Non sapevo ancora che sarebbe stata solo la prima di una serie. La prima che mi avrebbe ricordato che sotto la pelle della moglie esemplare e della madre premurosa batteva il cuore di una donna diversa. Una donna che forse, in quelle vacanze siciliane, stava finalmente tornando a casa.
E come tutte le cose che tornano a casa, prima o poi, avrebbe reclamato ciò che le apparteneva.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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