tradimenti
La solita vacanza - 03.Il pranzo coi parenti
10.01.2026 |
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"«Grazie, Verò! A presto, zia! Ciao Matteo, grazie per il pranzo!»
La porta di casa si chiuse..."
03.Il pranzo coi parentiL’odore dell’arrosto di maiale e del ragù che sobbolliva da ore riempiva la casa. Il pranzo domenicale dei parenti era in pieno svolgimento. Lui, Nico, il cugino di Matteo, era seduto di fronte a me. Fin dal suo arrivo, i suoi occhi grigi non mi avevano lasciata. Ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano, un angolo della sua bocca si sollevava in un mezzo sorriso. Lo sentivo, su di me, ogni volta che nessuno guardava.
«Verò, questo ragù è divino. Devi darmi la ricetta.»
«Magari dopo pranzo me la scrivi.»
Chiacchiere inutili, che non mi aiutavano a evitare il suo sguardo.
Quando, dopo il caffè, mia suocera mi chiese di aiutarlo a prendere una bottiglia di vino dalla cantina, il cuore mi sbatteva così forte che temevo lo sentissero.
La cantina. Un luogo domestico e innocuo. Adesso sembrava la bocca di un animale in attesa.
Nico mi precedette giù per le scale di pietra. Il suo corpo largo bloccava la luce. Appena i suoi piedi toccarono il pavimento di terra battuta, si girò. Non c’era più traccia del cugino affabile.
«Un anno» disse, la voce bassa e graffiante. «Un fottuto anno che ho voglia di chiavarti.»
Non disse altro. Mi afferrò e mi sbatté contro la parete fredda e ruvida. Un gemito soffocato mi sfuggì.
La sua bocca trovò la mia, violenta e affamata. Sapeva di vino rosso e di sigaretta. Non fu un bacio, fu un’appropriazione. Poi le sue labbra si spostarono sul mio collo, una lunga leccata prima di farmi sentire i denti. Non mi morse, sapeva bene di non dover lasciar segni visibili.
Le sue mani erano ovunque, brutali ma metodiche. Afferrò il mio vestitino estivo. Con un gesto rapido, me lo tirò su dalla vita, ammassando la stoffa sotto le mie ascelle. Le sue dita, callose e unte di sudore, afferrarono le sottili bretelline del reggiseno e le abbassarono con uno strattone, liberando i miei seni all’aria fredda della cantina. Un gemito mi salì dalla gola.
«Guarda qua» ringhiò contro la mia pelle, una mano che mi afferrò un seno, strizzandolo con una forza che mi fece piegare in avanti. La sua altra mano scivolò sotto l’orlo della mia gonna, sul ventre, oltre l’elastico delle mutandine. Non le strappò. Le scostò semplicemente di lato, un gesto sprezzante ed efficiente, scoprendomi completamente a lui. Le sue dita mi toccarono lì, scivolando nel calore umido.
«Senti che passera calda» sibilò, il suo respiro pesante nella mia orecchia. «Sei proprio una zoccola bollente. Lo sapevo.»
Spinsi contro le sue dita ruvide. Lui lo sentì, e un ghigno gli si allargò sul viso. Mi stava giudicando, umiliando con la verità che le sue dita scoprivano.
«Ti piace essere trattata come una puttana, eh? Ti piace sentirti sporca, troia di famiglia?»
Gli afferrai la camicia a quadri, non per fermarlo, ma per sentire la sua pelle calda attraverso il tessuto. Lui grugnì di approvazione e aprì la sua cerniera con l’altra mano.
Il suo cazzo era già completamente eretto, una colonna spessa e impressionante nel buio. Me lo premette contro il pube, la cappella larga e livida che batteva contro l’osso.
«Lo vuoi?» ringhiò, la voce un brusio roco. «Vuoi sentirti riempire la fica da un uomo diverso da tuo marito?»
Annuii, incapace di parlare, un rantolo soffocato la mia unica risposta.
Non ci furono altri preliminari. Mi sollevò con uno scatto, le sue braccia possenti che mi sollevarono come se fossi una bambola. Avvolsi le gambe intorno ai suoi fianchi, sentendo il tessuto spesso dei suoi jeans contro le mie cosce nude. Poi, con un movimento secco, mi infilzò.
L’impatto mi fece vedere le stelle. Era enorme, una cosa viva e pulsante che mi lacerava, mi apriva, mi allargava in un modo che pensavo impossibile. Sentii ogni centimetro di lui scivolare dentro di me, un’invasione completa. Un grido mi strappò dalla gola, ma lui lo catturò con un altro bacio feroce, soffocandomi.
Iniziò a muoversi. Mi scopava all’impiedi, tenendomi inchiodata al muro. Una delle sue mani enormi rimase a strizzare, a palpare il mio seno nudo, il pollice che sfregava crudelmente il capezzolo già duro. L’altra mano, quella che mi aveva scostato le mutandine, afferrò la mia coscia sinistra, sollevandomela più in alto, cambiando l’angolo della penetrazione. Un gemito mi sfuggì. Era più profondo, a ogni colpo sembrava arrivarmi alla cervice.
Il cugino di mio marito martellava fra le mie cosce con così tanta irruenza che persi un infradito. Cadde a terra con un lieve tonfo. Rimasi con un piede nudo sballottato da lui che mi teneva sollevata, scopandomi con una furia animale. L’immagine di quel sandalo perso, dell’indecenza di quel piede nudo che penzolava nell’aria, mi eccitò ancora di più.
Chiunque fosse sceso in quel momento, mi avrebbe vista discinta, schiacciata contro il muro, il vestitino accartocciato col reggiseno, i seni spremuti fuori. La coscia nuda avvolta intorno al suo fianco, instabile eppure bloccata sulla punta di un piede.
«Senti?» ansimò, il suo fiato caldo contro la mia guancia. Il suo ritmo accelerò ancora, diventando una sequenza rapida e poco profonda che mi frustava ad ogni penetrazione. «Senti i tuoi figli che giocano sopra di noi? Senti tuo marito che ride in giardino?»
Ogni sua parola era una pugnalata di realtà. Sentivo davvero le risate soffocate dei bambini attraverso il soffitto. E sotto, in quella cantina fetida, io rispondevo con piccoli ansiti, scanditi da quel suo cazzo che entrava e usciva con un suono umido e schifosamente esplicito.
Poi rallentò di colpo, quasi uscendo completamente, lasciandomi fredda e vuota per un attimo, prima di rientrare con una spinta lenta, agonizzante, quasi senza fine. Mi riempiva in un modo diverso, più profondo, più meditato. Sentivo la pressione cambiare, dallo sfregamento veloce alla pressione costante contro la cervice.
«Ti ho sognata la notte» continuò, la mano sul mio seno che stringeva ancora più forte, facendomi gemere di dolore e piacere. «Di fare questo. Di strizzare queste tette mentre ti scopo. Di sentirti gemere come la puttana che sei.»
Accelerò di nuovo, più disordinato, abbandonando ogni ritmo per una chiavata selvaggia. . Sentivo il suo sudore scendermi addosso, mischiarsi al mio, formando un liquido caldo e salato che ci univa. L’odore di terra, di vino vecchio e di sesso riempiva l’aria, un profumo primitivo che mi faceva girare la testa. Il suo randello dentro di me era ora caldo e scivoloso, che mi sfregava in tutti i posti giusti.
Stavo per venire. Lo sentivo, un’onda di piacere sporco e proibito che si formava nel mio basso ventre. Agitai la testa, i capelli che si scompigliavano contro la pietra, un gemito strozzato l’unico suono.
«Vieni» mi incitò, il suo viso contratto in una smorfia di piacere animalesco. «Vieni sul mio cazzo e io sborrerò dentro di te. Ti riempirò tanto che ti colerà per le gambe.»
Quelle parole furono la goccia che fece traboccare il vaso. Un orgasmo violento e silenzioso mi esplose dentro. Mi irrigidii, mi inarcai contro di lui in una serie di spasmi incontrollati che stringevano l’asta in una morsa viva, pulsante. Vidi bianco.
Lui non si fermò. Continuò a scoparmi, l’orgasmo che mi squassava, sfruttando le mie contrazioni per spingersi ancora più a fondo.
«Dentro, vero?» ringhiò, il ritmo ora frenetico, disperato. «Vuoi che ti riempia la fica di sborra? Dimmi di sì!»
Un suono gutturale, un «sì» soffocato, mi uscì dalle labbra. Nient’altro.
Con un gemito soffocato, lui si bloccò. Lo sentii irrigidirsi dentro di me, il suo cazzo che sembrava diventare di pietra, poi uno schizzo caldissimo e potentissimo mi inondò. Uno, due, tre, quattro scatti potenti, pulsanti della sua verga dentro di me, intanto che si svuotava. Un fiume caldo e denso che mi riempiva mi marchiava dall’interno.
Rimase immobile per alcuni secondi, il suo peso completamente su di me, il respiro affannoso che mi scaldava il collo. Poi si ritirò lentamente, con un suono umido e viscido. Sentii il suo sperma caldo e denso iniziare immediatamente a colarmi lungo le mie cosce, una scia calda che mi segnava la pelle. Come aveva detto.
Mi lasciò scivolare giù, le gambe che cedettero. Mi appoggiai a una scaffalatura, tremante, devastata. Lui si sistemò i pantaloni, si tirò su la cerniera con un gesto secco. Senza una parola, andò verso uno scaffale, prese a caso una bottiglia di vino polverosa e risalì le scale.
«Grazie, Verò! A presto, zia! Ciao Matteo, grazie per il pranzo!»
La porta di casa si chiuse.
Rimasi nella cantina, appoggiata alla scaffalatura. Il mio corpo era un campo di battaglia. Raccattai l’infradito dalla polvere e me lo infilai al piede, un gesto assurdo di normalità in quel caos. Mi sistemai la gonna, tirando giù l’orlo, e cercai di rimettere a posto il reggiseno sotto il vestito. Era inutile. Sembravo e mi sentivo una che era appena stata scopata. E lo ero.
Salii le scale a fatica. In cucina, tutto era normale. Mia suocera stava lavando l’ultima pentola. Matteo asciugava i piatti.
«Nico se n’è andato in fretta» commentò lei.
«Sì, aveva da fare» dissi io, la voce stranamente ferma. Sentivo lo sperma scendermi lungo l’interno coscia.
«Ti sei sporcata?» chiese Matteo, indicandomi con un cenno del mento.
Guardai in giù. Una macchia scura, umida, segnava l’interno della mia coscia.
«Probabilmente un po’ di unto dalla padella» mentii, le labbra secche. «Vado a lavarmi.»
In bagno, chiusi la porta a chiave. Mi spogliai e osservai il mio riflesso nello specchio. Il mio viso era arrossato, i capelli disordinati. Le mie labbra erano gonfie. Mi abbassai e osservai lo sperma che stillava da me, bianco e denso contro la pelle. Non sentii vergogna.
Misi due dita dentro di me e le ritrassi, intrise di lui. Le guardai, lucide e viscide sotto la luce del neon. Poi, lentamente, me le portai alla bocca e le leccai. Il sapore era salato, amaro, con un retrogusto metallico. Il sapore della mia rovina. E mi piacque.
Quella notte, quando Matteo si addormentò accanto a me, io rimasi sveglia. Sentivo ancora Nico dentro di me. Non come un fantasma, ma come un peso fisico, reale. Non era più una ricerca. Era una constatazione. Ero quella donna.
Girai la testa sul cuscino e guardai il profilo di mio marito nel sonno. Ignaro. Fiducioso. Una parte di me, piccola e lontana, urlava di disgusto. Ma la parte più grande, la parte viscida e calda che ancora sentiva il seme di Nico dentro di sé, quella parte sorrideva. Avevo scavato fino in fondo. Avevo trovato il fondo. E il fondo mi aveva accolta.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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