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Lui & Lei

La ruffiana 1


di Eriaku
07.01.2026    |    3.490    |    1 9.9
"Lo succhiai tra le labbra, mordicchiandolo leggermente, sentendo il suo respiro diventare affannoso..."
È accaduto a metà dello scorso giugno. Il caldo si faceva sentire e, non avendo di meglio da fare, sono andato a prendere un po' di sole in piscina, sdraiato su una sdraio in un angolo appartato. C’era poca gente, regnava la calma; quasi mi sono appisolato. Poi, all'improvviso, uno stridulo ridacchiare di voci femminili mi ha fatto ridestare. Mi sono guardato intorno e, un po' distanti, ho visto due donne sopra la quarantina, piuttosto allegre in costume sdraiate a parlottare vivacemente tra di loro. Mi sono girato e, con grande sorpresa, ho riconosciuto in una delle due signore mia zia Sonia, vedova del fratello di mia madre.

«Zia, giuro che non t'avevo riconosciuta!», ho esclamato. Era la verità. Le avevo guardate distrattamente, ma mai avrei immaginato che la zia avesse un corpo tanto arrapante. Sì, era un tantino sovrappeso, ma le forme erano ben distribuite e il culo e le tette erano ancora molto sodi. Mi ha presentato la sua amica, Emanuela, anche lei un bel pezzo di gnocca, un po’ più magra e più alta della zia. Mi sono seduto vicino a loro e, tra un tuffo e l'altro, siamo rimasti lì a parlare per un po'. Era tanto che non vedevo mia zia. In fondo, i nostri rapporti erano piuttosto rari. In famiglia non si dicevano cose molto carine sul suo conto: da quando era rimasta vedova, dicevano, aveva abbandonato ogni senso del pudore e si era data alla vita godereccia. Ma erano proprio quei giudizi ipocriti e perbenisti che a me l’avevano sempre resa simpatica. Alla fine della chiacchierata ci siamo salutati affettuosamente, aggiornando i nostri numeri di telefono.

È passato appena qualche giorno e, inaspettatamente, ho ricevuto una sua chiamata. Mi invitava per il pomeriggio a prendere un caffè in un bar della zona. Appena seduti al tavolino mi ha rivolto una domanda curiosa: «Ascolta, caro, che ne pensi della mia amica?».
«Emanuela?».
«Sì, lei».
«Non saprei, perché?», le rispondo, cercando di capire dove volesse andare a parare.
«Perché mi ha confessato che le piaci». Resto sorpreso, ma dissimulo abilmente fingendomi scandalizzato: «Ma ha la tua età!».
La zia mi ha guardato con sguardo severo ed ha tagliato corto: «Scemo! Non fare il chierichetto con me! Ti si legge in faccia che ti piacciono le signore mature, le tardone. E Emanuela è una gran figa. Ti do il numero. Chiamala!».

Sapevo della disinvoltura della zia, ma quel linguaggio spiccio mi metteva lievemente a disagio. «Scusa, ma perché tutto questo tuo interesse?».

«Ma come?! Sei mio nipote, ed Emanuela è la mia più cara amica. Mi fa piacere se si può combinare una bella cosetta».
Quella risposta della zia mi ha lasciato perplesso. Comunque ho fatto come mi ha detto lei: ho chiamato Emanuela ed abbiamo combinato di vederci l’indomani. Ma dove? Per evitare occhi indiscreti volevamo vederci al chiuso. Ma a casa mia c'erano i miei, lei aveva un marito e quindi, dopo qualche minuto di incertezza, abbiamo risolto di chiedere ospitalità proprio alla zia Sonia. Viveva da sola e quella fatidica sera sarebbe andata al cinema con le amiche. Sono passato dalla zia a prendere un duplicato delle sue chiavi e l’indomani sera mi sono introdotto nell’appartamento, in attesa della signora Emanuela.

Attesa più lunga del previsto. Allora ho provato a telefonarle, ma la segreteria telefonica mi dichiarava il suo numero non raggiungibile. È passata un’ora quando, finalmente, ho sentito bussare alla porta. Sono andato ad aprire con il cuore in gola, ma... era mia zia!
«Che ci fai tu qui?», le ho chiesto, «non dovevi essere al cinema?».
«Sì, mi dispiace: ma Emanuela s'è tirata indietro».
«Ma come! Sembrava così eccitata...», osservo sorridendo.
«Sì, ma dimentichi che è sposata. Che ci vuoi fare? Troppi scrupoli! Faccio bene io a non avere noie», ha commentato, togliendosi il soprabito. Ho notato che aveva un vestitino attillato, molto scollato, che la rendeva molto provocante.
«Certo, tu non devi dar conto a nessuno. Ma non ti senti sola?», le ho chiesto con una punta di malizia.
«Non sono sola, sono libera. Niente seccature, niente pregiudizi: faccio quel che voglio, con chi voglio».

La zia si muoveva con passi sinuosi, il suo profumo era particolarmente eccitante. Guardando quelle sue movenze, quel suo ancheggiare e ascoltando la sua fiera rivendicazione di libertà, mi è apparso subito chiaro che probabilmente aveva messo su una piccola farsa. Gliel’ho detto subito in faccia: «E brava la mia zietta! Hai fatto tutta questa scenata per rimanere qui sola con me. Ma non facevi prima a dirmi che volevi passare una serata con un giovanotto?».
«Ma cosa dici?», ha balbettato lei, che probabilmente non si aspettava tanta schiettezza da parte mia.

Ormai ero deciso a forzare la situazione. L’ho schiacciata alla parete, le ho alzato la gonna e le ho tirato giù le mutande. Le infilai due dita nella figa pelosa e bagnata, iniziando a masturbarla con forza. Lei emise un gemito profondo, e le sue gambe iniziarono a tremare mentre le mie dita la penetravano, trovando il clitoride e stimolandolo senza pietà.
«Visto che la tua amica mi ha dato buca, adesso tocca a te rimediare...»
«Aspetta!», mi ha fatto all’improvviso, «con questo caldo, sono tutta sudata... ti prego, fammi fare una doccia veloce e poi ti giuro che sarò tutta tua».

Lei è corsa in bagno senza perdere tempo a chiudere la porta, anzi, la lasciò socchiusa in un invito chiaro quanto il suo sguardo. Io non mi feci pregare. Mi spogliai in un attimo, abbandonando i vestiti sul pavimento del corridoio come fossero vecchie bende, e entrai nella stanza col cazzo già in tiro, duro e pulsante. Il vetro della doccia era già velato dal vapore, ma intravedevo la sagoma morbida e sinuosa di Sonia mentre si insaponava. Aprii la porta a soffietto e il rumore dell'acqua mi avvolse.

«Sei entrato...», disse lei voltandosi lentamente. L'acqua le scivolava lungo le spalle larghe, giù per le braccia, si incanalava nel solco tra le sue tette enormi per poi scorrere lungo il ventre molle e le cosce robuste. I suoi occhi mi scandirono, fissandosi sul mio membro eretto. «Vedo che sei proprio deciso a trombarti tua zia...».

Mi avvicinai sotto il getto tiepido, anziché risponderle. Senza perdere tempo, la spinsi contro le piastrelle, le alzai una gamba e entrai in lei di colpo. Lei gridò, ma fu un grido di pura gioia. La presi con forza mentre l'acqua ci schiacciava addosso, iniziando a fotterla con rabbia sotto la doccia. Mi chinai e chiusi la bocca intorno a uno dei suoi capezzoli bruni. Il sapore del sapone si mescolava al sapore salato della sua pelle mentre le succhiavo il capezzolo, che divenne duro come una pietra tra i miei denti. Lei si irrigidì, le mani che mi affondavano nei capelli bagnati, spingendomi più forte contro di sé. «Sì... così... leccali bene...», esortò lei, la voce che si spezzava mentre le mie labbra si spostavano dall'uno all'altro seno, lasciando una scia di morsi e baci umidi. Le sue natiche erano scivolose e perfette nelle mie mani, e ogni volta che affondavo dentro di lei sentivo la sua figa contrarsi intorno al mio cazzo. Lei mi stringeva le spalle, una gamba raccolta contro un mio fianco, supplicando di essere posseduta, urlando incitamenti: «Sì! Così! Non fermarti!». La scopai fino a sentire i muscoli delle gambe indurirsi, il piacere che cresceva incontenibile.

«Sto per venire, zia...», le sussurrai all'orecchio tra un respiro e l'altro, accelerando il ritmo.
Lei si irrigidì e gridò: «No! Aspetta! Non venire dentro! Non sono protetta, per favore!».
La sua preghiera mi colse all'ultimo secondo. Con un urlo strozzato mi sfilai di botto da lei, appena in tempo. La presi per i fianchi, mi mossi indietro di un passo e le schizzai addosso, coprendola di sperma bollente. Lei gemette, sentendo il contrasto del mio seme caldo sulla pelle bagnata, poi l'acqua lavò via la sborra che le scorreva tra le cosce e sul piatto doccia, fino a farla sparire nello scarico in un filo bianco e liquido.

«Meno male che mi hai ascoltato», disse lei con un sospiro, voltandosi a guardarmi mentre l'acqua puliva il suo corpo. «Sai cosa rischiavi».

«Peccato, avrei voluto riempirti per bene», risposi con un sorriso, pulendomi il cazzo sotto l'acqua.
Lei mi strizzò l'occhio. «Andiamo a letto. Voglio vederti all'opera ancora».

Ci asciugammo frettolosamente, le mani che ancora si cercavano con impazienza, e corremmo in camera da letto. Si buttò sul materasso, i seni che ondeggiavano pesanti, e si spalancò aspettandomi.

«Prima di tutto voglio mangiarti, zia», le dissi.
Mi gettai tra le sue cosce e iniziai a baciarla dall'interno, risalendo lentamente verso la passera. Quando la mia lingua toccò le sue grandi labbra, lei sobbalzò e mi afferrò i capelli, spingendo la mia faccia contro di sé. Le leccai la fica con calma ma decisione, partendo dall'apertura per poi risalire verso il clitoride turgido. Lo succhiai tra le labbra, mordicchiandolo leggermente, sentendo il suo respiro diventare affannoso. Le infilai due dita dentro, curvandole per trovare il punto giusto, e iniziai a masturbarla mentre le leccavo il clitoride.

«Sì... così... proprio lì!», gemeva lei, chiudendo gli occhi e torcendosi le lenzuola tra le mani.
Accelerai il ritmo della lingua e delle dita, sentendo i suoi muscoli interiori contrarsi intorno alle mie dita. Il suo bacino si alzò dal letto e si bloccò mentre un urlo liberatorio le usciva dalla gola. «Andrea! Sto venendo! Sì! Sì!». L'onda del piacere la travolse, la figa pulsò forte contro la mia bocca e lei crollò sul cuscino, tremante e appagata.

Non le diedi tregua, continuando a mangiarle la susina matura come avevo detto. Quando infine mi sollevai, avevo il volto lucido dei suoi umori e l’uccello di marmo. Presi le sue gambe sulle spalle.

«Adesso tocca a me», dissi.

Con un movimento secco dei fianchi, la penetrai. Entrai tutto in un colpo, fino alla base, e lei emise un suono strozzato che era metà grido e metà sospiro di sollievo. La sua fica era incredibilmente calda e stretta, una morsa vellutata che mi avvolgeva e mi spremeva sin dal primo istante. Rimasi immerso dentro di lei per qualche secondo, godendomi la sensazione del suo corpo che si adattava alla mia forma, le sue pareti interne che pulsavano intorno alla mia dimensione. Iniziai a scoparla alla missionaria. Lei gemeva, affondando le unghie nelle mie spalle.

«Sì, Andrea! Vai! Dai forte!», incitava lei, mentre io affondavo fino in fondo, piantandole bene il cazzo dentro la fica ancora pulsante. I piedi ben piantati a terra, le diedi quello che chiedeva spingendo le anche con tutte le mie energie. Ogni colpo era accompagnato dal rumore delle palle che sbattevano contro il suo culo e dal suo respiro affannoso che si sincronizzava con il mio. Le sue tette ondeggiavano ritmicamente a ogni spinta, un ipnotico balletto di carne che mi ossessionava. Mi piegai in avanti per afferrarle, stringendole forte mentre aumentavo il ritmo. La montai a lungo, godendomi la vista del suo corpo che tremava sotto di me nel climax. Sentii la mia eccitazione crescere di nuovo, il piacere che diventava insistente.
La presi per le caviglie e le alzai le gambe all'altezza delle mie spalle, piegandola quasi in due. Questa posizione mi permise di andare ancora più a fondo, di sfondarla di più.

«Dio, che fica, che fica...» rantolai, sentendo il nodo del piacere sciogliersi.

«Tiralo fuori!», gridò lei, capendo l'intenzione. «Tiralo fuori e vieni qua!».
Mi sfilai con un respiro affannoso e lei si alzò di scatto, mettendosi seduta sul letto. La presi per i capelli, tirandoli indietro con forza, e la strinsi a me. Le spinsi il glande turgido fra le labbra, proprio mentre l'orgasmo mi travolgeva.

«Bevi tutto!», ordinai.

Venni con gettate potenti che lei cercò di inghiottire avidamente, mandando giù di gusto. Mentre ingoiava, con le guance gonfie e lo sguardo perso nel vuoto, le uscì un suono rauco e soddisfatto: «Mhmm, è buono». Continuò a leccare la cappella e a pulirmi con la lingua come se fosse il suo dolce preferito, non perdendo una goccia. Quando finì, mi guardò con gli occhi velati di passione e si leccò le labbra.

«Sei una vera troia, Sonia», dissi accarezzandole il viso.
«E tu sei uno stallone, nipotino», rispose lei. «Sei stato fantastico».

Prima di congedarmi, mi ammonì: «E ora non sparire... Ti aspetto la prossima settimana...».
Sornione, le ribattei: «Ma certo, zia! Quando vuoi. Se poi, magari, la tua amica ci ripensa...».
Mi ha risposto piccata: «Vergognati! Non ti ha soddisfatto la zia? Hai bisogno di altri stimoli?».
Ho capito che avevo toccato il tasto delicato della sua suscettibilità e l'ho girata così: «No, che hai capito? Dicevo che, se Emanuela torna sull’argomento, non ti mancheranno gli argomenti giusti per sviare il discorso...».
Tuttavia, la vacca aveva capito bene il senso della mia allusione: «Sei proprio un bel dritto! Vedremo, se continui a far felice la tua zietta, che cosa ti combina...».
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