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Lussuria Matura - 07.Come il vino


di Eriaku
20.07.2025    |    2.659    |    0 8.3
"Il secondo, un uomo sulla cinquantina, le infilò il cazzo in bocca, il glande che le martellava la gola..."
Cap.7 "Come il vino"

Il caldo di agosto avvolgeva Priscilla come una seconda pelle mentre varcava la soglia della villa di un noto produttore vinicolo a pochi chilometri da Verona. Era sola: suo marito Marco era fuori per un progetto tutto il mese. Si trattava di un evento esclusivo, una degustazione privata organizzata da Antonio che aveva sfruttato i suoi contatti per ottenere l’invito. Lui, però, era rimasto a Milano per un’emergenza lavoro. "Sarai la mia rappresentante," le aveva detto con un sorriso malandrino, come se stesse delegando un appuntamento d’affari ad una collaboratrice, anziché alla donna che gli stava succhiando l’uccello.
La donna indossava un abito di seta porpora che le aderiva al corpo come una seconda epidermide, le spalle scoperte e lo spacco laterale che saliva fino all’inguine. Aveva scelto quel vestito per l’aroma che già immaginava di annusare tra le botti di rovere.
Il padrone di casa, il Conte Vittorio, li aveva accolti con un discorso su terroir e bouquet, ma Priscilla non ascoltava. I suoi occhi vagavano sui camerieri, sui vignaioli, sugli ospiti. Fu il sommelier, però, a catturarla: Leonardo, sulla quarantina, con un fisico asciutto da corridore, le maniche della camicia arrotolate a rivelare avambracci tatuati e un paio di occhi verdi che sembravano strapparle via il vestito a ogni sguardo.

Quando lui le porse il calice per il primo assaggio, le dita si sfiorarono. Fu un contatto elettrico, un lampo di sudore che le imperlò la nuca nonostante l’aria condizionata. "Questo è un Amarone, noto per appagare le voglie" sussurrò Leonardo, chinandosi per non farsi sentire dagli altri. "Lo sento nel modo in cui beve, signora."
Lei non rispose, ma il clitoride pulsò dentro le mutandine di pizzo. Il vino era solo un pretesto: sapeva che il vero assaggio sarebbe arrivato dopo. Quando gli ospiti si riversarono in giardino per il secondo giro di bicchieri, Leonardo la bloccò con una scusa. "La cantina è il cuore del vino," disse, indicando una porticina di legno. "Ma molti non sanno quanto possa essere... calda." La frase era un invito, una provocazione che le fece contrarre la fica. Marco non c’era. Non c’era mai, ormai.
Lo seguì nel buio, il rumore dei tacchi che si smorzava sul pavimento in pietra. La cantina era un labirinto di botti e scaffali, l’aria pesante di umidità e alcol. Leonardo chiuse la porta a chiave e si voltò verso di lei, sfilandosi la camicia. Il torso era una mappa di muscoli affilati, le clavicole che si sollevavano a ogni respiro. "Si tolga quel vestito," ordinò, la voce ridotta a un ringhio. "O preferisce che lo strappi io?"

Priscilla rise, ma le dita tremarono mentre slacciava la cerniera. La seta scivolò a terra, rivelando il reggiseno aperto che non conteneva i seni, le mutandine trasparenti come un velo. Leonardo non aspettò che finisse di spogliarsi. Le fu addosso, la lingua che le leccava un capezzolo mentre le mani le artigliavano i fianchi. "Ha il sapore di una che non si accontenta di un solo uomo," mormorò, mordendole il collo. "Quanti ne ha presi? Tre? Quattro? Il culo deve essere già aperto."

Lei non negò. Il respiro le si incagliò in gola quando lui la spinse contro una botte, il cazzo che premeva duro attraverso i pantaloni. "Il signor Marco non lo sa," proseguì Leonardo, slacciandosi la cintura. "Ma ieri sera ho ricevuto un messaggio da Antonio. Mi ha detto che lei... ama il cazzo grosso e la violenza. Mi ha chiesto di verificare di persona." Il pene schizzò fuori, spesso come un polso d’uomo, la cappella gonfia. "Vuole che io le confermi la sua reputazione?"
Priscilla non rispose. Il corpo parlò per lei: si inginocchiò, la bocca che si chiuse attorno alla cappella con un colpo deciso. Succhiò con foga, la lingua che girava intorno alla vena pulsante, mentre lui si appoggiava alla botte, il respiro che si spezzava. "Brava troia," ansimò, affondandole le dita nei capelli. "Ma non è per questo che l’ho portata qui." La tirò in piedi con uno strattone, il cazzo che le sfiorava il collo. "Voglio vederla aperta davanti a tutti. Voglio che il vino invecchiato in queste botti sgorghi sul suo corpo."

Lei rise, ma il suono si smorzò quando lui la prese per i polsi, spingendola verso un angolo nascosto. Tra le ombre, un divanetto di pelle nera attendeva, coperto da un lenzuolo polveroso. "Si sdrai," disse, e quando obbedì, le sollevò le gambe fino a schiacciarle sul muro. Il culo si spalancò, esposto, vulnerabile. Leonardo si inginocchiò, la lingua che le leccava l’ano con colpi lenti, quasi sadici. "Le piace il sapore di una fica navigata?" chiese, il fiato caldo che le accarezzava il clitoride. "Perché questa è sporca, Conte. È una morsa di troia."
“Sono curioso di assaggiarla macerata nel vino.” Priscilla al suono di quella voce, volse il capo e nella penombra poté notare il Conte, nudo ed eccitato che si avvicinava.

Priscilla urlò quando lui infilò due dita nella fica, spingendole fino al palmo. "Leccale il buco del culo," ordinò a Leonardo, alzandole una gamba per schiacciargli il viso più vicino. "Voglio sentirla ansimare mentre viene preparata a dovere." Leonardo obbedì, il naso che affondava nel solco mentre la lingua le raschiava la rosa. Il cazzo, intanto, si muoveva nella mano di Priscilla, che lo segava con gesti frenetici. "Ti inculo con il vino," sussurrò lui, alzandosi di scatto. Prese una bottiglia di Amarone, stappandola con un gesto secco. "Per lubrificare," disse, versando il liquido rosso sulle dita.
Lei sibilò quando quelle dita tornarono nel culo, spingendo con il vino a fare da balsamo. "Adesso ti do il resto," ringhiò, posizionandosi tra le sue cosce. La penetrò con un colpo che la fece sbattere la testa contro il muro. Il cazzo, spinto fino in fondo, pulsò dentro di lei. "Senti quanto sei aperta?" chiese, le mani che le stringevano i seni fino a farle male. "Tuo marito non sa che sei una passera pubblica."

Priscilla non rispose. Le spinte erano brutali, il cazzo che la martellava mentre lei artigliava il divano. Quando Leonardo si ritrasse, la fece alzare con uno strattone. "Voltati," ordinò, spingendola a quattro zampe sul pavimento. "Voglio vederti da dietro, mentre ti apro il culo." La penetrò di nuovo, questa volta con un angolo diverso, il glande che raschiava un punto che la fece urlare. "Più forte," ansimò, il viso premuto contro il legno freddo. "Mi vuoi rompere... fallo."
Lui accelerò, il cazzo che pompava dentro di lei con un ritmo assassino. Le palle schiaffavano il clitoride a ogni colpo, il vino che si mescolava ai suoi umori. "Sei una bestia da monta" sussurrò, mordendole una spalla. "Ma non basta. Voglio vederti ridotta a niente." La sollevò, la schiena che si inarcava contro il suo petto. Una mano le tappò la bocca, l’altra le strinse la gola. "Ora ti faccio urlare per davvero," disse, infilandole il cazzo nel culo con una spinta che la fece lacrimare. Il liquido rosso scivolava tra le pieghe, lubrificando l’orifizio.

Quando l’orgasmo la colse, fu un’esplosione di luce dietro le palpebre. I muscoli interni strinsero il cazzo, lo sperma che saliva come una marea. "Ecco," ringhiò Leonardo, il cazzo che si irrigidiva. "Prendi la mia sborra insieme al vino. Sei un bicchiere di piacere." I fiotti caldi inondarono l’intestino della donna, mentre lui continuava a pomparle dentro. "Ti piace essere riempita," disse, mordendole il collo. "Non ti bastano gli uomini, vero? Vuoi tutto."

Priscilla, il viso arrossato, annuì. "Sì... ancora," sussurrò, la voce strozzata. Lui non si trattenne: si sfilò e la fece girare e piegare verso il Conte, in attesa con il cazzo che puntava alla bocca. "Succhia," disse, infilandoglielo tra le labbra. "Voglio sentire i tuoi denti." La donna obbedì, mordicchiando la cappella mentre lo succhiava. La saliva si mescolava al vino e allo sperma, un cocktail dolce e amaro che le riempiva la gola. "Sembri una menade" ansimò il Conte, le mani che le spingevano la testa. "Ma sei vecchia, vero? Quaranta sei anni di fica vissuta."
Lei mugolò, il cazzo che le riempiva la bocca. Quando lui venne, lo fece con un grugnito animalesco. "Ingoia, troia. Non sprecare il seme del Conte." Lo sperma caldo e denso le impastò la lingua, e lei bevve tutto, le labbra che si stringevano attorno al glande per spremere l’ultimo goccio. "Ora, so che non ti è bastato" disse, alzandola in piedi. "Non preoccuparti. Ci penseranno loro." Indicò la porta della cantina, da cui filtrava il rumore di passi.

Priscilla si irrigidì quando tre uomini entrarono: erano vignaioli, i volti segnati dal sole e le mani callose. "Abbiamo detto loro che sei un’esperta vini e cazzi" disse Leonardo, il suo ancora mezzo duro nella mano. "Ma non ci credono. Devi convincerli." Non ebbe il tempo di protestare. La spinse a terra, le gambe aperte come un libro. I tre si inginocchiarono, i cazzi che saltarono fuori dalle braghe con la velocità di un colpo di scena. "Prendi tutti e tre," sibilò Leonardo, afferrandole i capelli. "Facci sentire quanto sei insaziabile."

Il primo a entrare fu il più giovane, sulla trentina, con un cazzo tozzo e largo che la fece montare a cavalcioni su di sé e affondò nella fica in un colpo solo. Il secondo, un uomo sulla cinquantina, le infilò il cazzo in bocca, il glande che le martellava la gola. Il terzo si mise alle sue spalle, le infilzò il culo e fu come una stilettata. "Tre cazzi che ti scopano," rise Leonardo, la mano che le schiaffeggiava un seno. "E non un singolo lamentato. Non c’è che dire, se una troia di qualità!”

Priscilla era troppo impegnata a rispondere. La fica si strinse attorno al cazzo che la penetrava, la bocca che succhiava con foga, il culo che si muoveva a ritmo con il glande che forzava l’ano. I tre uomini si scambiavano di posto senza preavviso: uno usciva dalla fica per entrare in bocca, un altro si spostava dal culo alla fica. "Sei una mappa di buchi," la derise Leonardo, mentre le dita le pizzicavano i capezzoli fino a farli sanguinare. "E tutti vogliono mapparti."

Quando il primo uomo venne in bocca, lo sperma le inondò le labbra. Lei lo prese a linguate, il sapore salato che si mescolava al vino. Il secondo esplose nella sua fica, munto dall’orgasmo della donna "Cazzo, Conte, questa qui ti stringe più di una pigiatrice!" rise l’uomo, il cazzo che scivolava fuori con un suono viscido. "E io che pensavo di averle viste tutte in campagna!"

"Questa qui è di città” rispose Leonardo, che con l’uccello di nuovo duro le si infilava tra le cosce. Priscilla, il viso arrossato e gli occhi lucidi, rise. "Fatemi sentire come fate il vino" ansimò, la bocca che tornava a chiudersi sul glande del terzo vignaiolo. "Portatemi a urlare."

Il ritmo divenne un turbine: un cazzo in bocca, uno nella fica, uno nel culo. Le mani di tutti si muovevano su di lei, pizzicando, graffiando, mordendo. Quando Leonardo la prese per i fianchi, il cazzo che sostituiva gli altri, la penetrò con una forza che le fece vedere le stelle. "Ti ho fatto un regalo," disse, indicando una bottiglia sul tavolo. "Un vino che invecchia per anni. Come te. Una troia che invecchia bene." La fece girare, il seno che si schiacciava contro il suo petto. "Bevilo," ordinò, versandole il liquido sulla fica. "Assaggia il tuo bouquet."

Priscilla lo leccò via, il sapore di legno e vino che si mescolava al proprio. Quando Leonardo la sdraiò a terra, i tre vignaioli si sistemarono intorno a lei, i cazzi che si muovevano in sincrono con le dita. "Sei la regina della lussuria," disse il Conte dopo essersi unito a loro, il cazzo che le scorreva lungo il collo. "Ma sai quanto costa una corona?"

"Dimmelo tu," ansimò lei, le mani che afferravano i testicoli del vignaiolo più anziano. "Ma fallo con il cazzo, non con le parole." L’uomo rise, piegandosi per infilarle il cazzo nel culo. "Costa tutto," sussurrò, affondando fino alle palle. "Costa la dignità, i sogni, il marito. Ma tu lo sai già, vero?"

Sì, lo sapeva. Lo sapeva quando aveva aperto la porta a Alessio, quando aveva sorriso al giovane Luca, quando aveva mentito a Marco dopo essersi scopata il suo socio. Lo sapeva mentre il cazzo di Leonardo le martellava la cervice, mentre i vignaioli le succhiavano il seno e le pizzicavano le natiche. Lo sapeva quando urlò il suo orgasmo, il corpo che si inarcava come un arco teso.

"La mia dignità è già in un bicchiere," disse, la voce rotta. "E i sogni... i sogni sono cazzi come i vostri." I tre uomini esplosero in risate, mentre il più giovane le infilava due dita in bocca, costringendola a succhiarle. "E mio marito?" chiese, il tono quasi ironico. "Lui è solo un ricordo."

Leonardo la schiaffeggiò piano la guancia. "Allora godi, vecchia troia. Godi finché non hai dimenticato il tuo nome." La penetrò di nuovo, il cazzo che scivolava dentro di lei con il vino a fare da lubrificante. "E quando finiamo, ti porto in giro per la cantina. Voglio che ogni botte sappia chi è stato ad aprirla."

Priscilla gemette. Il corpo era già in fiamme, il culo che si muoveva a ritmo con le spinte. Quando il vignaiolo più anziano le versò del vino sulla fica, il sapore dolce si mescolò al sesso. "Bevilo," ordinò Leonardo, spingendole il viso verso il suo inguine. "Bevi il tuo bouquet." Lei obbedì, la lingua che girava intorno al glande, il vino che le colava lungo le cosce.
Il climax arrivò quando gli uomini si la presero contemporaneamente: Il Conte e Leonardo le scopavano il culo e la fica; i vignaioli alternavano i glandi turgidi nella sua bocca. Le spinte si fecero violente, i corpi che si muovevano come un unico organismo. "Cazzo, è un’idrovora" disse il vignaiolo più giovane, il cazzo che pompava le labbra.
"Perché è fatta per stringere," rispose Leonardo, il cazzo che affondava nel culo. "E per urlare." Quando il primo vignaiolo esplose in bocca, Priscilla lo prese fino all’ultima goccia. Il secondo le inondò la fica con uno grido, e il terzo le schizzò in viso, il fiotto che le colpì l’arcata sopracciliare. "Puliscila con la lingua," ordinò Leonardo, il cazzo che si ritraeva. Lei obbedì, leccando il proprio viso mentre gli uomini si rivestivano.

Quando furono soli, il Conte la sollevò, il corpo che tremava per i postumi. "Sei una leggenda," disse, baciandola con la lingua che invase la bocca. "Ma non finirà qui. Domani ci sarò io al posto di tuo marito a cena. E dopo... porterò altri amici."
Priscilla sorrise, il viso ancora lucido di sperma e vino. "Marco non tornerà prima di settembre," rispose, il dito che tracciava il tatuaggio sul torace del Conte. "Avremo tempo per tutti i vostri amici." L’uomo rise, spingendola verso la porta. "Allora goditi il resto della notte. E se ti senti sola..." le sussurrò all’orecchio mettendole fra le mani un’ultima bottiglia, "ricordati che ogni bottiglia ha un tappo. Ma tu sei sempre aperta."

Quando uscì dalla cantina, il sole stava tramontando. Il vino le colava lungo le gambe, lo stomaco vuoto per l’alcol. Il cellulare vibrò nella borsa: era Antonio. "Hai già provato il trattamento del Conte?" scrisse. Priscilla lesse senza rispondere, il sorriso che si allargava.

Due giorni dopo, il viaggio di ritorno a Milano fu un incubo: la fica pulsava, il culo bruciava, e ogni curva dell’auto sembrava rimescolare tutto lo sperma che aveva ingoiato. Il Conte l’aveva fatta scopare da quelli che parevano essere tutti i suoi amici e dipendenti. L’ultimo, l’autista che la stava accompagnando, l’aveva chiavata piegata sul sedile giusto prima di partire. La fica nuda le diede una scossa al ricordo di come era stato rude, di come l’aveva fatta godere.

Quella stessa sera, a casa, il campanello suonò. Era Antonio, il socio di Marco. "Sono qui per ritirare l’accordo che il Conte mi ha detto di aver firmato," disse, lo sguardo che le scivolava sulle gambe. "Forse potrei prendere anche altro?"
Priscilla lo fece entrare, il corpo che sapeva già cosa volesse. Il sesso era diventato una routine come il vino, come i lavori a casa, come ogni altro piacere che si svela solo quando lo cerchi. Quando Antonio la prese da dietro, il cazzo che affondava nel culo ancora aperto, lei pensò a Leonardo, ai vignaioli, al Conte che l’aveva chiamata "vecchia troia". Sorrideva, mentre l’orgasmo la coglieva di nuovo.
Marco rientrò due settimane dopo, ignaro come sempre. "Hai un aspetto... diverso," disse, baciandole la guancia. "Forse il vino ti è andato alla testa?"
"O forse è la maturità," rispose, il tono sensuale. "Sai, invecchiare ha i suoi vantaggi."

Quella notte, mentre Marco dormiva, Priscilla sentiva il corpo un fuoco. La voglia non lasciava mai. Suo marito l’aveva scopata e fatta godere, ma per lei non si trattava più dell’orgasmo in sé.
Quando il sole sorse di nuovo su Milano, la donna si alzò, nuda e sola, le pieghe del corpo ancora dolenti. Il telefono vibrò, un messaggio di uno dei suoi amanti: "Arrivo tra un’ora."

Marco non sapeva. Non che importasse. Perché Priscilla non cercava più scuse, non fingeva più.
E quel giorno, dirigendosi verso la porta al suono del campanello, pensò che per le non esisteva alcun epilogo. Era un oceano infinito di lussuria.

"Entra," disse all’uomo sulla soglia, la vestaglia di seta che scivolava a terra.


Nota dell'Autore: Non sapremo mai se Priscilla abbia o meno trovato pace. Quel che è certo è che la vita per alcuni di noi è una ricerca senza fine di qualcosa che, molto spesso, non sappiamo nemmeno identificare. Detto questo, un sentito ringraziamento a Venice: Sei stata una compagnia di viaggio meravigliosa.
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