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Gay & Bisex

042 IL PARTY A PORTE CHIUSE


di CUMCONTROL
23.10.2025    |    4.214    |    3 6.6
"Si sentiva il fragore dei maschi eccitati, e Cirillo ed io ansimavamo felici di finire finalmente massacrate..."
Quando mia madre sotto la doccia si strofinava le cosce con la pietra pomice non era un mai un buon segno.
Mia madre aveva un’idea sporca del sesso.

Ogni volta che usciva dalla stanza, dopo aver fatto sesso con papà, si ficcava in doccia e si dava un gran daffare a smerigliarsi la pelle con la pietra pomice dei piedi, a costo di farsi del male.
Io pativo per questa condizione psicologica di mamma, e tentavo in tutti i modi di prestarle soccorso emotivo.
Mamma nel sesso era svogliata e per questo si autopuniva.
Lei detestava fare sesso con papà.

Io sopperivo alla sua svogliatezza nelle cose del sesso, dando il culo a papà come surrogato equestre della fregna materna.
Naturalmente ero autorizzato da mamma, e lei era ben lieta che le dessi il cambio al primo fastidio vaginale.
Sul comodino aveva una campanellina. Bastava suonarla e entravo io, la cavallona della Tiburtina, abile bocchinara di papà e buco del culo sempre in fiamme!
Cos’altro potevo fare?
Era un modo per starle vicino, il mio.
Mio padre non disdegnava chiavarsi il culo del figlio, anche perché questo suo figliuolo era più permissivo della consorte.
Mio padre ci poteva pisciare dento, ad esempio, senza lo scazzo di una sola protesta; e poi sogghignava quando dal letto correvo nel cesso a scacazzare i liquami del nostro amplesso.

Sicché nei pomeriggi dalla stanza da letto dei miei era un continuo darsi il turno.
Ma era davvero utile?
Che altro potevo fare?
Ricordo i pomeriggi alla luce velata delle tende immobili, d’estate, senza aria condizionata e ricordo con precisione l’odore del sudore, la collanina di papà che mi ciondolava sul naso mentre mi sconquassava il retto con il suo bastone.
Papà stava issato di braccia su di me e mi guardava, e mi sfondava, a me, che stavo affondata tra i guanciali, come una vera femmina inseguendo il suo sguardo ed ero supplice di baci.
Tenevo le gambe aperte e lui si spremeva di reni battendomi le viscere.
Sobbalzavo e gemevo.
Ricordo che cercavo le labbra di papà, ma lui un bacio non me lo dava.
Mi sputava però, ed io, sulle prime, restavo disgustato.
Ma poi supplicavo che mi sputasse.
Avere la faccia sputata, mentre papà mi sfondava, era una cosa che mi mandava in botta ogni qualvolta davo il cambio a mamà.

Quando finiva, papà si sfilava, e non osava toccarsi il cazzo, reso unto dalla mia viscera, e scompariva dietro la porta del cesso attiguo alla stanza da letto.
Io andavo in doccia, nella mia stanza, e scacazzavo i liquami infecondi di papà, contorcendomi negli spasmi delle mie passioni.
Liquefatta restavo a guardare il vuoto, in attesa che l’ano si richiudesse. Poi mi ripulivo per bene, mi lavavo per bene e mi profumavo con acqua di colonia. Indossavo la camicia di lino e poi raggiungevo mamma in veranda.
Mi dava le spalle mamma. Strappava i boccioli ai pelargoni.
Aveva la pelle sempre tutta arrossata dalla pietra pomice.

- Allora?
- E’ andata mamma, come sempre.
- T’è piaciuto?

Io, a mamma, non volevo confessarle che mi piaceva da morire farlo con papà. Preferivo vendergliela come un gesto di solidarietà verso di lei.
Ma quella non era scema. Quella subodorava quanto fossi zoccola e potenzialmente innamorato di mio padre.

- Ti sarai lavata bene il culo prima di farlo, suppongo
- Certo, che domande sono
- No perché sia chiaro, non voglio tracce della tua cacarella nella mia vagina.

No vabbè, capivo che con mamma non c’era proprio verso di essere in amicizia. E così me ne andavo.

- Non ho finito!
- Dimmi mamma
- Devi cercare di essere sempre divertente con papà. Sai cosa accadrà se si annoierà
- No
- Ah no?
- Non saprei
- Riempirà la casa di mignotte, e io non voglio chiedere permesso alle mignotte quando devo passare per il guardaroba
- Certo mamma
- E non mi va di passare per cornuta!
- Certo mamma
- Ah … CUM
- Dimmi mamma
- A Frascati circolano strane voci.
- Tipo?
- Al Club di bridge si racconta che in casa nostra si consumi incesto. Quella tua boccuccia cacante si è mica messa a scorreggiare confidenze a qualcuno?
- Mamma in casa ci sono undici domestici.
- I domestici non hanno l’abitudine di sparlare.
- Lo dici tu mamma. I domestici irridono sovente i vizi dei loro padroni. Ne fanno un argomento di scherno.
- CUM?
- Si…mamma
- Se vengo solo a sapere che tu, ti sia messa a sparlare di me, della nostra famiglia, io giuro te ficco un dito ner culo.. e che te faccio poi?
- Me fai uscì la emorroidi dar naso, come una brutta nana demmeda.
- Brava CUM, hai buona memoria. Ora vattene.

…………..

Questi erano per me i ricordi dolorosi della prima giovinezza. Ma m’ero buttato tutto alle spalle ormai. La mia era una famiglia disfunzionale, ed io dovevo mantenere la mia sanità mentale.

Il mio passato di repressa era andato. Ora stavo a migliaia di chilometri di distanza, lontano dalla influenza di mia madre. Mi sentivo libero. Semplicemente. Io ce l’avevo fatta.

Io facevo parte ora di un team agguerrito di operatori del sesso. Non in Italia, un Paese che brulicava ormai di checche impazzite. Ma in Ungheria! Il Paese dove il maschio è maschio, e la femmina fa la femmina, e noi, in mezzo al guado, avremmo copulato dunque con l’uomo vero. Il patriarcato, capisci?

Il problema era che tra noi prostituti, per così dire, c’era molta competizione. Io ero tra quelle che si sentiva superiore agli altri mercenari bottom della baracca. Ero tra i più richiesti. Ero sano e potevo tranquillamente ricevere due cazzi nel culo, facendo impazzire la clientela. Fare una scuregia era pericolosa. Stavo così larga che ogni scuregia era una incognita. Capisci?

Potevo digerire fino a 300 gr di sborra e sopportare otto/nove sedute giornaliere di soli cazzi. Nel rimming ero imbattibile, tutti mi volevano, e v’assicuro che tornavo a sera con la fiatella di carogna!

Io, personalmente, mi consideravo la regina della baracca, e finivo per litigare solo con chi, come me, ambiva a quel titolo; e, in quei casi, volavano botte da orbi.

Cirillo era una di queste.

Cirillo era un giovane di Vicenza, una nullità con il polso rotto. Era arrivato in Ungheria da pochi giorni e si dava l’aria da gran signora. Cirillo, di sua sponte, aveva scelto quel tipo di vita senza coercizione alcuna.

Nel vedere Cirillo la prima volta, io provai un irrefrenabile desiderio di munirmi di ferro da stiro e prenderla a stampate sulla faccia. Così, guarda: sbam! Era più giovane di me. Era alto, sinuoso e senza un pelo. Aveva gli occhi azzurri, capelli rossi, barba rossa e una lordosi giudicata attraente.

Talvolta mi passava di fianco, sempre con sto polsino rotto, tipo direttrice di un salone di bellezza, e, guardandomi con sussiego, mi saettava tutta la sua indifferenza. La presunzione. E io? E io imploravo la Beata e sempre Vergine Maria che mi procurasse un ferro da stiro per renderla a stampate in faccia.

Quando tutte le mattine ci sottoponevamo ai clisteri collettivi, sotto la doccia, ci guardavamo con ostilità stando chine con i palmi sulle ginocchia per guardarci in cagnesco. Ci sfidavamo una di fronte all’altra, nel caos generale, come Eva contro Eva. Ci impegnavamo nella nostra segreta Challenge sparando potenti getti d’acqua dal culo. Getti lunghi e puliti, senza la benché minima polpettina, per dimostrare all’altra la propria superiorità anale.

Cirillo era convinta di essere più abile di me nel subire rapporti anali. D’altro canto, lavorava presso la capitale. Aveva la fortuna di lavorare a Budapest, poiché molto richiesta per quella sua aria efebica. Io ero di fattezze più rudi e questa mia insopportabile mascolinità mi faceva molto desiderare un ferro da stiro.

Con il suo protettore, a Budapest, Cirillo aveva dai 15 ai 25 clienti al giorno, mentre io ero spesso nelle province, e con il mio protettore dovevo percorrere anche cinquanta chilometri per raggiungere un cliente.

Un giorno, però, ci assegnarono a entrambe un party organizzato dai vertici del partito, sulle alture della capitale. Pensate. Entrambe avremmo dovuto soddisfare le voglie di un gran numero di dignitari e militari, e ci fu detto che non saremmo certamente sopravvissute all’esperienza. Io ero al settimo cielo, e anche Cirillo lo era, benché tra noi due vi fosse una rivalità spietata.

Quel giorno, ci svegliammo prima di tutte le altre. Ci lavarono accuratamente e ci cosparsero di profumo. Ci iniettarono robuste dosi di strutto nel sedere, con grosse siringhe da pasticcere, e ci ordinarono di trattenere l’unguento suino il più a lungo possibile, nonostante l’irrefrenabile desiderio di defecare. Insomma, dovevamo stare lubrificate.

A quel tempo, in Ungheria, la vaselina era un bene di lusso, e noi prostitute dovevamo accontentarci dello strutto. Tutta quella massa di strutto doveva essere assorbita lentamente e in buona parte, in modo da lubrificare a sufficienza il retto e parte del colon, per sopportare i colpi che ci avrebbero devastate fino a sera.

Cirillo, però, fece perdere tempo con i preparativi del mattino, tanto che i protettori si spazientirono. Cirillo, infatti, aveva delle emorroidi che aveva tenuto nascoste, e ora la situazione era critica. Fu deciso che Cirillo avrebbe dovuto partecipare comunque al party.

Io, personalmente, dissi ai protettori che se Cirillo si fosse sentita male per il dolore, avrei potuto tranquillamente sostituirlo. No? E dove stava il problema? Naturalmente, i protettori ungheresi non capirono la mia disponibilità, e mi zittirono con due schiaffi.

Quando salimmo nel furgone, Cirillo ed io ci sedemmo nei sedili posteriori, una di fronte all’altra. Cirillo mi guardava con aria di sfida, e io ricambiavo con superbia.

Poi, arrivammo al luogo dell’evento. Cirillo saltò per primo. Io scesi dal furgone, invece, con aria solenne, posando la mia manina sulla mano del protettore a destra e l’altra manina sulla mano del protettore di sinistra. Scesi dal predellino come una signora del cinema porno, e ammirai la bellezza della giornata tersa e azzurrina.

Il palazzo, situato alla periferia della capitale, a Ovest del fiume Danubio, aveva l’aspetto austero degli edifici austro-ungarici d’un tempo, e esalava una solennità nelle sue pietre che in Italia si riscontra solo in città antiche come Trieste.

Infatti, dissi ai due protettori: “Ma guardate, sembra di stare a Trieste, ma non vi pare?”. Loro, però, non mi degnarono di risposta, e mi strattonarono come una condannata, che io li guardai interdetta.

Entrammo nell’edificio e ci fecero accomodare al piano terra, dove un uomo dall’aspetto funereo, vestito come un maggiordomo, ci ispezionò il sedere. Il valletto, che fungeva quasi da cerimoniere, doveva assicurarsi che né io, né la mia rivale emanassimo cattivi odori dalle nostre parti intime. In altre parole, il lacchè ci annusò ovunque: prima il sedere, poi le ascelle, l’ombelico, i piedi e, infine, l’alito.

Il maggiordomo diede il suo benestare ai nostri protettori. Diede loro il denaro, e si accomiatarono. Cirillo ed io fummo condotte dal maggiordomo, dall’aria patibolare, in due camerini separati.

Io ero al settimo cielo. Chi lo avrebbe mai detto che sarei arrivata fin lì? In Capitale. Mi sentivo come una cantante al suo primo Eurovision. Ma vi rendete conto? Stavo facendo successo. Era la mia occasione. Era il mio debutto in una dimensione più cosmopolita, internazionale. Ero la Amoroso a San Siro. Ero la scimmia glamour, venuta su dalla provincia.

Un mondo di sponsor mi avrebbe atteso. Solo gente bella per me, anche se con la faccia di una scimmia.

Decine di uomini di ogni tipo mi avrebbero usata come un oggetto. Avrei scorreggiato sperma per una settimana intera, ne ero convinta.

Dal piano superiore, proveniva un gran vociare, che durò fino a sera. In camerino, non ci portarono nulla da mangiare. Dovevamo rimanere a digiuno, il che mi sembrava giusto per non sporcare l’intestino. Mi avvicinai al muro che divideva il mio camerino da quello di Cirillo. Origliai. La poverina non fiatava, ma l’avevo sentita emettere un paio di flatulenze.

A sera, finalmente, il maggiordomo ci venne a prendere e ci condusse al primo piano dell’imponente edificio.

Salimmo la grande scala intorno a uno chandelier che sembrava di stare sul Titanic. Ci fermammo per un istante davanti la gigantesca porta a due ante. Si sentiva il fragore dei maschi eccitati, e Cirillo ed io ansimavamo felici di finire finalmente massacrate.

Poi, il maggiordomo aprì le due pesanti ante di mogano e noi entrammo, solenni, come due principesse, tra gli chandelier veneziani che pendevano dalle volte. I dignitari si fecero largo e noi avanzammo fiere in mezzo alla sala.

Io mi sentivo come Anna Karenina al balletto. Ah… se mi avessero dato un ventaglio e un treno merci, io mi ci sarei buttata di sotto, e avrei fatto un figurone. Invece, sia io che Cirillo eravamo vestite da uomo.

Ci accolse un ufficiale in alta uniforme ungherese. Io allungai flessuosamente la mia manina, sollevando di poco il mignolo, per dar l’agio al bell’imbusto di baciarmela sul dorso nel pieno della mia genuflessione. Ma egli, bifolco, snobbò altamente il mio gesto e ci condusse in una saletta adiacente, insieme ad altri tre individui in alta uniforme.

Alle nostre spalle, percepivo l’invidia degli altri uomini presenti nel salone. Sentivo aria forte di testosterone, e chiunque, dico chiunque, ne sono convinto, ci avrebbe ingroppate se solo l’ufficiale avesse acconsentito. Ma noi eravamo le prescelte, ormai eravamo di alto rango, mentre la porta si richiudeva alle nostre spalle.

Era un festino tutto privato. Un privé, pensate, al piano nobile di un antico palazzo ministeriale. La camera alle pareti era di un rosso broccato, con un maestoso letto a baldacchino di noce massello, con quattro colonne tortili. Mi commossi alla vista dei velari cortesi, genuflessi ai telai sopra il letto, e ricadenti, morbidi, a proteggere dal mondo esterno la tonnara! Ci avrebbero abbattute, ed io ero eccitata alla sola idea di finire al pronto soccorso col buco del culo in fiamme. E lenzuola di lino poi, delle meravigliose lenzuola di lino. Su quei tessuti inamidati, Cirillo ed io saremmo state ben presto dovutamente smembrate, e avremmo inzaccherato del nostro stesso sterco dopo la rivolta delle nostre viscere.

Io guardai Cirillo con aria complice, ma lei mi rispose con sufficienza, facendomi capire che era lei la ReGGina! Non pensai al ferro da stiro, sebbene in altre circostanze l’avrei presa a stampate in faccia. Ero intimamente convinta che io, e solo io, sarei uscita viva dal massacro.

Due di questi pisquani mi fecero voltare. Io restai morbidamente abbracciata alla colonna del baldacchino e, flettendomi in una affascinante lordosi, mostrai tutta la commovente curva delle mie natiche carine. Lasciai che quei malandrini in divisa mi denudassero dalla cintola in giù. A strattoni mi denudarono quei due bricconi. Poi, uno dei due, mi aprì le natiche e ammirò la bellezza del mio sederino. Mi soffiò sull’ano, io mi morsi un dito, e iniziò per me un’esperienza indimenticabile: una lingua esperta mi onorò l’ano come se fosse una vagina dischiusa ai piaceri della vita. L’altro ufficiale, quell’avventuriero impenitente, mi mordicchiò le natiche e mi baciò con passione.

Cirillo, a pochi passi da me, fu invece piegata subito, e ridotta a bocchinara, a cessa proprio, senza minimamente essere onorata dai suoi due balordi in divisa. Io gemevo di piacere, mentre Cirillo mugugnava facendo tanto cinema, secondo me. La verità fu che Cirillo, poverina, cercava di rimandare il più possibile il momento della penetrazione, perché per lei, con le emorroidi, sarebbe stata una tortura.

Per questo, speravo di avere il diritto di soddisfare quattro clienti, invece di due, come pattuito con i protettori. Insellai la schiena, tutta mi curvai uggiolando, lasciandomi leccare l’ano e le chiappe dai due militari. Io seguitavo a mordicchiarmi il dito, miagolando, toccandomi i seni (che non avevo, ovviamente, ma una brava prostituta di rango deve sempre immaginare di averli).

Poi, fui baciata con foga dall’ufficiale più barbuto, la cui bocca – pensate – sapeva di vagina di femmina. Forse la vagina era quella di sua moglie, la sera prima, credo, e io cercavo di emettere gemiti animaleschi sotto i suoi baci, per non soffocare tra gli afrori di una moglie, dalla fregna matura e poco igienizzata.

Poi, standomene sempre in piedi avvinghiata alla colonna, i due mi sollevarono una coscia e la appoggiarono al bordo del letto, in modo che potessero insieme leccarmi culo e perineo.

Ero già in estasi, disturbata solo dalle grida accennate di Cirillo, che aveva già subito la prima perforazione anale. La Cirilla fu frullata violentemente contro il letto e, anziché gemere, soffriva come una disgraziata, e quando il dolore fu troppo – pensate – non si fece scrupolo di strillare come una cessa. Ma le urla disumane eccitavano il carnefice che la fotteva con vigore e le torceva il retto con la sua spada di carne. L’altro, va detto, mal sopportava di udire le grida del povero Cirillo. Così si prodigò in una sana sfuriata di schiaffi in faccia.

Non so come, ma noi due, io e Cirillo, ci ritrovammo faccia a faccia nel bel mezzo dell’amplesso. Sbattute l’una contro l’altra, sul letto. Io fui mossa a pietà e allungai timidamente la mia mano per prendere la sua. A turno, ciascuno si avvicendava lordando i loro membri ora di me, ora di quell’altra. Eravamo alla pecorina, faccia a faccia, come cagne sul lettone. Tutto il baldacchino tremava, e, mentre io ululavo di sommo piacere, Cirillo mordeva il cuscino in preda alla sofferenza atroce delle lacerazioni anali. Poveretta.

Durante la chiavata, mi accorsi che il mio membro si era fatto turgido. Saranno state le contrazioni della diarrea, sarà stato lo sconquasso, ma dal mio pene sgorgarono lacrime bianchissime di piacere. Io ero inspiegabilmente al settimo cielo.

Ricordo che, standomene alla pecorina, io battevo ripetutamente la testa contro la spalliera di legno del gran lettone. Tutto il baldacchino vacillava, e io godevo come una pazza standomene aggrappata alla testiera del letto.

Tuttavia, mi disturbava moltissimo la Cirilla, con le sue urla di dolore che si fecero impossibili da udire. I due signori che gli stavano a fa’ il culo ne ebbero abbastanza pure loro. Quindi, l’amica e collega, fu presa per i capelli e trascinata nel cesso che stava poco oltre il muro della camera. In quel luogo, fu massacrata a botte di cazzo, e la udii strillare come se la stessero scuoiandola viva. Poi udii un paio di sberle e dei tonfi, forse dei pugni, e poi le sue urla le udii più ovattate. Seppi in seguito che le fu messo la testa nel cesso e scopata a sangue dai due.

Io, invece, mi godevo tutti gli scossoni. Il capo, che amava fottermi con particolare rudezza, ogni tanto sospendeva la fottitura, estraendo il minchione dal mio ciambellino, per gettarsi sulla poltrona e fumarsi il sigaro, non smettendo un solo secondo di menarsi. L’altro, collaboratore fidato, aveva dunque finalmente l’agio di infilarmi e sbattermi con foga, dimostrando al capo di essere all’altezza.

Poi quest’uomo mi voltò, depose i miei talloni sulle sue spalle e spinse, trapanandomi che io vibrai tutta. Mi perdevo nell’estasi delle viscere, avvinghiandomi al suo collo, cercando un bacio che non arrivò mai. Poi, tra le ciglia sudate, vidi in alto i miei piedi disegnare cerchi nel vuoto, e i velari del baldacchino ondulavano come vele di vascelli d’amor. Mi tesi, contrassi gli sfinteri come se cacassi, lacrimai, mandai gli occhi indietro, e vidi al muro sopra di me la madonna col bambino incisa nell’oro e nel broccato, e sussurrai, a quell’icona: “Che ti sei persa! Ma che ti sei PersaaaaAAA”.

Che meravigliosa sensazione di impotenza.

Intanto Cirilla non urlava più. Si sentivano flebili rantolii.

Poi giunse Cirillo. Lo trasportavano due soldati, il corpo inerte su una carriola. Giaceva come una carcassa. Quando lo scaricarono nel furgone, e partimmo al crepuscolo per il ritorno ai baraccamenti, cercai di sistemarlo al meglio nell'angusto spazio. Recuperai una coperta, intrisa di urina e macchiata di antiche sozzure. Cirillo, in preda alla febbre, perdeva rivoli di sangue dal retto martoriato.

Giunti ai baraccamenti, ci separarono. Io mi avviai verso la mia baracca, mentre Cirillo, deposto sulla carriola, imboccò il sentiero che scendeva verso la capanna degli infermi, in fondo al bosco.
Non lo rividi mai più.




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Questo racconto è tratto dalla saga
HUNGARIAN RHAPSODY
Autobiografia di un libertino.

CUMCONTROL 2025
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