Gay & Bisex
041 BOCCA DI VACCA
04.09.2025 |
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"Prima o poi avrei trovato il mio fidanzato, e anche io mi sarei affrancato dalla povertà dell’anima..."
Enter my world... and pray.Sul mio lato destro erano in due, e altri due stavano alla mia sinistra.
Una formazione perfetta.
Guardavo le solenni ante di quercia dinanzi a me.
Si sentivano gli scalmanati che urlavano e battevano i piedi su pavimento di legno grezzo e sulle gradinate.
Io ansimavo. Oltre le solenni porte c’era la grande sala d’onore. Presto vi sarei entrato e si sarebbe scatenata la gang bang.
Ero pronoto. Ansimavo e aspettavo il via.
Poi un suono di tromba, violentissimo, e le pesanti porte lentamente si aprirono mentre cavalcavano sulla steppa le orde di maschi.
Enter my world... and pray.
Mi sentivo sicuro accanto ai miei tutori, ansimavo, ma tutta quella gente aveva pagato per me.
Le porte si aprivano ancora. Tutto galoppava.
Fui investito dalla grande luce. Sorrisi, era l’inizio.
I fumi e le luci.
Intreavvedevo le sagome di maschi nudi in contro luce. Avanzammo in formazione.
Entrai, coi miei bodyguard ai lati come in una coreografia.
Dalle balconate cadevano coriandoli, un grande schermo avrebbe restituito tutto della imminente matttanza.
La tromba suonava ancora. Era un inno di guerra. Tutto galoppava e andavo dritto con i miei protettori verso il grande letto al centro del palco.
Ero la Ciccona.
Future Love.
LaCCCICCONA!
La santa e Unica, e tanto mai Ciccona!
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Mi svegliai di soprassalto.
Cazzo, sognavo.
Era trascorso un anno che facevo quella vita. Davo il culo e dopo un anno avevo già tutto il culo rotto.
Altro che la Ciccona.
Io ero solo una puttana.
Una Gran Puttana ma sempre puttana.
Non si può pensare che un culo potesse resistere troppo a lungo dopo un impiego così intensivo.
Tutti i giorni, domenica esclusa, si dava via il culo per sette, otto e anche nove volte al giorno.
Il mio ano era una svaporata massa in prolasso e piaceva sempre meno all’utenza, poiché sconvolto dai cazzi.
Ricordo che in quel periodo mi era completamente impossibile star seduto e mi lamentavo tantissimo.
Persino una semplice cacata era un supplizio.
Il mio protettore, esaminandomi un mattino, decise di portarmi nell’infermeria.
Il medico, infilati i guanti, mi esaminò con estrema cura. Gli dissi che persino una scureggia doleva, ma egli non capì.
Nessuno mi capiva.
Gli ungheresi con le lingue sono de coccio.
Ad ogni modo, il mio magnaccia e il medico parlarono a lungo. Intesi che erano raccomandati alcuni giorni di riposo rettale.
Ma neanche per idea. Figuriamoci.
Noi della scuderia andavamo spremuti fino all’insorgere della prima malattia venerea, dopo la cui diagnosi si andava a morire da soli, in una casupola in fondo al bosco, e lì lasciati soli tra dolori atroci, pus, febbre e brividi disumani.
Ma prima del sopraggiungere della malattia venerea, noi andavamo spremuti.
Finalmente però, vai a capire cosa gli disse il medico, il mio culo poteva tirare fiato!
Sulle prime ero al settimo cielo: per giorni fui risparmiato dal temutissimo clistere mattutino, quel rito di purificazione di massa che si teneva alle docce.
Per un po' fui proprio lasciato in pace, dispensato dalla solita routine di "puttaneggio" e libero di poltrire da solo nella baracca, mentre gli altri andavano, per così dire, a "lavoro".
Ma la noia, si sa, è una puttana pure lei. Così, di nascosto, mi facevo la mia scampagnata fino all'altra baracca, a una ventina di metri dalla mia.
Lì erano alloggiati i Top, quelli che ogni mattina, armati di buona volontà, andavano a sfondare i culi della clientela. La loro baracca era la fotocopia della nostra, noi bottom, solo che dentro c'erano più amache.
Il mercato richiedeva più top che bottom.
Un chiaro segnale che anche in Ungheria l’utenza cedeva il passo ai pruriti di culo: Insomma, tutti froci pure là.
La baracca era solitaria e silenziosa. Erano tutti fuori. Mi ci addentrai in quella atmosfera forte di maschio.
Sentivo intorno a me l’afrore di cazzo.
La mente escogita espedienti potentissimi per dar corpo ai tuoi bisogni.
Quello era l’olimpo dei maschi.
A pensarci bene, i Top lavoravano meno di noi. Tre o al massimo quattro sborrate e il turno era finito.
In più, erano tenuti in alta considerazione. Mangiavano bene, facevano un sacco di palestra e, cosa più importante, erano dispensati dai nostri massacranti clisteri.
Quel loro odore di maschio, che restava lì dopo che se n'erano andati, mi mandava letteralmente in botta.
Così mi misi a frugare tra amache, a rovistare nelle cassapanche e affondare le mani nei cesti vicino alle docce, a caccia di calzini, canotte e mutande. Dovevo sniffare quell'essenza di maschio, venuta in quel posto da ogni angolo d’Europa.
Sniffai sentendo l’odore dei loro cazzi usurati, bagnati i precum. I calzini poi. Il loro afrore tenace mi si piantava nel bel mezzo della fronte facendomi ricadere sulla prima amaca alle mie spalle.
Ah se non avessi avuto un ciambellone al posto del deretano avrei atteso di nascosto il loro ritorno e mi sarei fatta massacrare da loro.
Poi ebbi l’impressione di essere spiato.
Uscii dalla baracca ma non vidi nessuno.
Eppure qualcuno doveva pur esserci a presidiare le due costruzioni.
Non dovevo dare troppo nell’occhio.
Così, casomai fossi spiato, mi finsi la cretina di turno.
Scesi saltellando il versante della collina come Cappuccetto Rosso, dove oltre la radura, il bosco si faceva più fitto.
Scendevo saltellando e menando di culo qualche simpatica pernacchia, giusto per far capire a chi mi spiava, che stavo allegra e non potevo rappresentare in nessun modo una minaccia.
Scesi ma poi mi fermai. C’erano i cervi tra gli alberi, e tra i fusti io intravidi una sinistra costruzione di legno.
Ne avevo già sentito parlare. Noi tutti, Top e Bottom, dovevamo solo sperare di non ammalarci. Bastava qualche decimo di febbre per finire in quarantena in quella casupola.
L’organizzazione insomma ricalcava sinistramente la logica dei lager.
Tutto era fondato sul “ricambio”, perché l’utenza chiedeva novità e nell’economia della conduzione dei nostri corpi, non era saggio tenere in vita i malati.
E a noi gay ci piace tanto il ricambio, non è così?
Dopo qualche giorno dovevo essere reintegrato nel ciclo di produzione.
Fino a guarigione fui “convertito”. Fui utilizzato, , a svolgere eminenti funzioni di bocca.
Piedi, cazzi e culi erano la mia funzione pubblica diciamo, ed ero coadiuvante in pectore di uno stallone che mi veniva assegnato ogni mattina dai magnaccia.
Ero felicissimo di affiancarmi a maschi veri, ma loro non mi cacavano molto, va detto.
Nel lavoro, lo stallone era impiegato a perforare i deretani dell’utenza, mentre il sottoscritto veniva impiegato per lubrificarne gli sfinteri o succhiare le loro minchiette mentre venivano sfondati. Questo accadeva al mattino.
Al pomeriggio ero destinata alle leccature di ogni genere con o senza lo stallone di turno.
In media leccavo dai quattro ai sei culi a meriggio. Professori, intendenti, faccendieri, messi comunali, insomma tutta quella media borghesia detestabile di villaggi e villaggetti della sperduta Ungheria.
Mezzadri, fattori, stallieri erano cosa rara e non ebbi una sola volta l’occasione di gustare i loro deretani.
I culi della media borghesia erano spesso flaccidi, slavati e sapevano quasi tutti di broccolo.
Questo per dire.
Naturalmente, quel lavoro non mi appagava e tentai in ogni modo di esporre i miei reclami ai miei tutori. Loro mi ascoltavano, per carità, annuivano, e poi mi gonfiavano la faccia a suon di schiaffoni.
E pagavano, e come se pagavano! Presto divenni una Star.
Nelle province vicine si sparse la voce sul mio conto come abilissimo leccatore di culo.
I miei tutori non potevano credere di avere tra le mani una vera e propria gallina dalle uova d'oro. Ora, a farsi leccare il buco del culo erano i più compositi individui, dall'estrazione sociale più eterogenea, ma soprattutto non mi era dato minimamente di sapere se questi soggetti fossero, a letto, degli aitanti attivi o delle sfibrate passive.
Dalle 7 alle 19 passavo sotto i culi di ogni specie di uomo e vi assicuro che alla sera tornavo esausto al furgone dove i miei due magnaccia, gentili, mi riportavano alla baracca.
E credete che mi lasciassero parlare?
Figurarsi.
La mia bocca, a fine turno, era una fogna.
Io non so dove ho ritrovato la forza, anni dopo, di riprendere l'arte sapiente del rimming. Ero così intontito dai culi che all'epoca avevo i crampi alla lingua alla fine di ogni giornata.
Era triste ogni mattina vedere i miei colleghi, per così dire, impegnati nei clisteri mentre a me quella pratica d'inizio giornata era del tutto risparmiata.
Non occorreva. Io dovevo andare di lingua e avrei visto culi tutti i santi giorni.
Figurarsi.
Dal medico della baracca mi fu prescritto un potente collutorio ungherese per sedare la fiatella di gabinetto che avevo alla fine della giornata.
Ma non era collutorio. A quel tempo, nell’Ungheria comunista, i collutori li potevi sognare esattamente come le calze di nylon.
Quel cazzo di collutorio era una miscela di acqua, aceto e benzina!
Pensate.
Certo, funzionava sulle prime, ma alla fine della giornata la fiatella era comunque insopportabile.
Persino i miei custodi se ne accorsero e per dileggio vollero prendermi in giro una sera davanti a tutti, "spegnendo" le mie esalazioni orali con pisciate di gruppo, ma fu peggio.
Ero, come dire, un miscuglio tra una cantina sociale e un pubblico cacaturo di Calcutta.
Era impossibile.
Ruttare era poi come scoreggiare.
Per mia fortuna, quel tour faticosissimo terminò quando il mio culo rientrò in piena guarigione e, siccome dal circondario non c'erano altre richieste in proposito, fui reintegrato nelle mansioni più comuni.
Fui dunque riabilitato ai clisteri del mattino come tutti, con la garanzia che l'avrei preso nel culo come tutte quante le altre.
Vorrei spendere, se possibile, due sole parole a proposito del comportamento dei miei colleghi.
Nella baracca eravamo tutte bottom, come ho già detto, ed eravamo in 46, non tanti se paragonati alla baracca vicina, dove gli impiegati nei ruoli sessuali dell'attivo erano quattro volte più di noi.
Come vedete anche l'Ungheria si stava femminilizzando. Intendo dire che il Paese stava progressivamente perdendo la proverbiale virilità per diventare, lentamente e pure là, un Paese di culatrone.
Spiccicato come l'Italia, che dalle virili catene di Mirafiori è passata a un Mengoni in gonnella senza che nessuno abbia detto A.
A quel tempo eravamo pecorelle smarrite destinate a una sempre più esigua clientela di attivi.
Quelle di noi meno richieste, finirono in certi locali nei pressi dei bagni di Budapest, dove in pubblico davano spettacolo di sé, defecando praticamente palline da ping pong per il ludibrio dei paganti e tutto questo per divertire i camionisti.
Ma non è che fosse un gran scopare.
Ma io dovevo andare avanti.
Prima o poi avrei trovato il mio fidanzato, e anche io mi sarei affrancato dalla povertà dell’anima. Passai anni a gustare il lato meno nobile dell'umanità e posso dirlo con cognizione di causa: se il culo è il paese dei balocchi, io ne sono stato il giostraio più richiesto.
Ma ciò che cercavo in fondo, era l’amore.
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Questo racconto è tratto dalla saga
HUNGARIAN RHAPSODY
Autobiografia di un libertino.
CUMCONTROL 2025
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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