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Gay & Bisex

039 IL PRIMO GIORNO DELLA PUTTANA


di CUMCONTROL
13.08.2025    |    3.105    |    1 7.7
"Il maschio spingeva di reni con forsennata foga e quella pazza di suo figlio cercava in ogni modo di intercettare il palo di carne del padre che entrava, e usciva, con inaudita ferocia nella mia..."
Le porte si aprivano.
Ecchimeeee.
Entravo con aria un po’ da Diva.

Mi piaceva vedere d’innanzi a me gli invitati coi loro occhi addosso.
Sul nostro conto, giravano voci che minavano la reputazione cui mamma teneva moltissimo.
Mi piaceva vedere i loro occhi su di me, la curiosità di certi uomini....

Al Club, a Frascati, avevo sempre una certa aria disinvolta, e sotto sotto, sognavo di essere chiavata da tutti sul bordo piscina a fine serata.

Mamma, che mi teneva d'occhio, si avvicinava.

- Non farmi fare le solite figure di cazzo, datti un contegno, sii maschile e non essere checca.
- Ma mamma
- Ho detto datti un contegno!

Capito?
Cosi sono cresciuto. Cresciuto con una madre ingombrante, ancorata all’etichetta, e due genitori che forse non mi hanno mai amato.
La mia era una famiglia che oggi si direbbe “disfunzionale”.
Quando mi andava bene, in privato, per mamma ero “Fica Cacante”.
"Fica Cante, questa è la delega per la banca".
"Fica Cacante, come mi sta? E' un abitino delizioso, non trovi?"
"Fica Cacante, quando hai finito di cacare e hai finito la carta sei pregata di rimettere il nuovo rotolo".

Queta era mamma, quando perdeva il suo aplomb di circostanza, lontano dal fare affettato delle serate di gala a Frascati.
In privato, non perdeva occasione di procurarmi ingiurie.

Prima del sesso pomeridiano con papà, la “preparazione” nella vasca da bagno era personalmente diretta da mamà. Pensate.
Mi fracassava di mazzate nella vasca da bagno obbligandomi a stare ferma, quando svitando il doccione, mi sparava milioni di tonnellate d’acqua su per il culo.

- Se poco poco, latrina, m’insozzi le lenzuola di mia madre, quelle di lino, col punto croce, tu sei finita. Te fico un dito in culo e te faccio uscì…
- L’emorroidi dal naso.
- Esatto, nana demmerda. L’emorroidi dal naso.

Era un’ora e mezza di massacro col doccione in cui io, povera me, dovevo saltare di corsa fino alla tazza per cacare l’anima di fronte a mamma.
Mia madre, igienista fino al midollo, mal tollerava che papà abusasse di me, ma era costretta in un certo senso. “Meglio una bagascia in famiglia che una mignotta qualunque in casa e prelevata dalla via Salaria”, soleva ripetere.
A me piaceva farmi chiavare da papà.
Papà voleva che lo si facesse al buio, e di quei momenti ricordo l’odore acre del suo sudore, l’umido del retto e la sua collanina d’oro, con crocifisso, che mi pendeva davanti al naso quando mi montava come una femmina.
Stavo nel buio ad ansimare tenendomi le cosce aperte e lui menava di reni come un vero ariete, profanando l’umido recondito delle mie giovani trippe.

Mamma sta situazione se l’era fatta andare, purchè le fossero assicurati gli agi di mio padre, e una certa libertà romantica, diciamo così, con un parroco di Velletri di cui s’era invaghita e per il quale – a suo dire – avrebbe composto i suoi versi poetici più riusciti.
Uccelli di rovo.
Quando però entravo in società, nei ricorrenti eventi di famiglia con tanti invitati, mia madre, da buona torinese ipocrita trapiantata a Roma, ci teneva tantissimo a dipingere il quadretto tutto borghese della buona famiglia.
Tutto qua.


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Otto anni dopo, le porte si riaprirono nuovamente.
Ecchimeeee.
E scesi solenne dal furgone abbagliata dalla luce bigia di una giornata di cazzo. In Ungheria.
Mi lamentai tantissimo coi miei due protettori, perché avrebbero potuto predisporre un predellino per la mia discesa dal furgone, o se non altro, darmi una mano.
Avevo infatti loro dato le mie mani, così che potessero portarmi a terra come la Ciccona in Material Girl.
Invece piombai a cazzo sulla terra battuta e quasi mi presi una storta, dimenticandomi la Ciccona, l’abito rosa, i guanti alti e i ballerini in frac.
Fu in quel momento che formulai le mie rimostranze ai due cafoni i quali non dissero una sola parola di scuse, non un segno seppur timido di resipiscenza.

Di contro, mi praticarono una opportuna faccia di schiaffoni, così, di primo mattino, soffocando sul nascere ogni mia protesta sebbene motivata.
Insomma. Una giornata plumbea, grigia, oscura, con nubi gravide che fluttuavano in cielo sopra i rami morti di un bosco sulle piantagioni di pannocchie.
Intorno s’udiva soltanto il tipico raucare dei corvi e c’era del fango costipato al posto di una normale stradina tra i poderi.
Ad ogni modo non v’era una cazzo di casa intorno che si potesse chiamare casa.
C’erano solo desolati campi di mais, dei boschetti, e una casupola, grigia, con un palo davanti da cui scendevano a cazzo dei fili elettrici.
Era il luogo del mio primo incarico.

I due magnaccia mi scortarono a passo piuttosto svelto verso la piccola recinzione di pietra che attorniava la casetta. Varcammo il primo cancelletto di legno, poi tre gradini e suonarono.
S’apri la porta ed io vidi un uomo, dall’aria torva, ma tutto sommato gentile, che parlò cordialmente ai miei due protettori in rigoroso ungherese.
Io restavo a mani giunte come alla prima audizione di X Factor.
Fummo fatti accomodare nel piccolo soggiorno con angolo cucina, dove, tanto per cambiare, stavano a stufare i broccoletti.
L’odore tipico di scuregia, che fa di ogni casa ungherese un inconfondibile brand, era annidato in ogni angolo quell’angusto spazio.

Il tale indossava dei commoventi jeans tagliati sulla coscia e degli infradito che cingevano due piedoni davvero molto belli, dal dorso nervoso, ben piantati. E’ inutile ogni considerazione sui suoi polpacci, così tipici tra quella gente, generosi e polposi, da grandi gladiatori.
Sedemmo.
Quando si accomodò sul divano, dopo averci offerto il tè, vidi l’insolito testicolo sul lato destro fuoriuscire dal bordo dell’indumento.
Il testicolo, sodo come un kiwi, stava riverso tutto esotico contro la bella coscia.
Ebbi un sussulto e guardai i miei due protettori con la chiara espressione di chi vorrebbe dire, “Sbrigatevi, io e lui vorremmo stare un po’ soli”.

Dai due magnaccia fui invitato ad alzarmi, e calarmi i calzoni. Mi fu accennato di piegarmi contro la tavola per lasciare che l’individuo potesse esaminare il mio buco del culo.
Poi, l’acquirente, volle guardarmi nella bocca e mi cacciò fuori la lingua che volle annusare.
Ammetto che mi sentivo una giovenca al mercato del bestiame ma questo modo di fare, così disumanizzante da parte di quell’individuo, mi eccitava oltremodo.
I due poi si misero a contrattare l’ammontare della merce e fu così che si accordarono.
Una bella busta unta piena di quattrini fu sbattuta sulla tavola e i due uscirono di fuori, a fumare, nell’attesa che il sottoscritto prestasse al committente ogni favore del proprio deretano.

Restati soli in casa, io lo guardai, passerina, non sapendo davvero come cazz incominciare. Aveva spalle larghe quanto la sua reputazione di bevitore, e il fisico, massiccio e muscoloso, s’era forgiato in anni di fatica nei campi o, più probabilmente, a spaccarsi il culo con martelli e incudini negli opifici del distretto.
I capelli, neri come la pece e spessi da far paura, gli stavano attaccati a quella fronte ampia, generosa.
Mi ricordava mio padre.
Persino gli occhi erano identici. Allora feci quel che mi venne naturale.
Lo abbracciai e posi la mia testolina sul suo petto. A dire il vero, l’uomo, non ritenne la cosa poi così insolita, poiché contraccambiò l’abbraccio.
Era caldo, odoroso di menta, e così crollai come Bernadette ai suoi piedi.
Ero incredula. Era una visione. Era quell’uomo, virile come un guerriero e pur così carico di umanità paterna, una autentica apparizione mariana.

M’intrufolai tra l’orlo tagliato dei jeans e la coscia, e annusai profondamente del pecoreccio sardo che vi si annidava e che mi scatenò l’acquolina in bocca.
Egli allora indietreggiò ed io avanzai sulle ginocchia, tipo Bernadette, fino a farlo sedere su quel divano sfatto e odoroso di stantio, dove per decenni, forse, consumava abitualmente i suoi amplessi a pagamento.

Egli s’irrigidì, si issò sui talloni, sollevò il culo e si tolse via calzoni e mutande.
Una zaffa tropicale di urina e antiche sborrate mi travolse da ossigenarmi tutta la messa in piega tipo Ciccona, e con le sole labbra raccolsi il suo membro, già quasi turgido e lacrimante.
Oh, dissi tra me e me.. Oh se così sarà la mia vita, pregherò per sempre la Beata e sempre Vergine Maria a che mi dia la santa minchia ogni ora del mio santo giorno, anche solo per lavoro.

Poi però, d’un tratto, la porticina che stava alla nostra destra si aprì.

Chi cazz’è?
Fece capolino un ragazzo della mia età, e con un sorriso da mignotta si fece avanti.
Io indietreggiai ma egli pareva tutt’altro che intimidito. S’inginocchiò, mi sorrise e mi invitò a leccare tutti insieme i testicoli del gran maschione.
Chi era?
Era il figlio? Era il suo garzone? Era il bene? Era il male? Chicazz’era??
Il ragazzo, nudo e senza un pelo, aveva un grosso pisellone, depilato sul pube e un ventre tondeggiante, ma non prominente.
Le cosce erano quelle del calciatore, come gran parte dei giovani uomini ungheresi.

Il tale, col suo pisello ciondolone, si piegò e mi si accostò ponendosi davanti al cazzo del mio uomo esattamente come me. Mi sorrise.
Capii subito, da quella sua aria muliebre, che la tizia non era certo un maschio, e per questo motivo la sua minchia mi parve senza attrattiva.
L’età della tizia poteva essere la mia, e pareva il figlio del mio maschione, ma non avevo elementi per verificare questa ipotesi di matrice familiare.
Quindi non lo cacai di pezza. Tornai al cazzo e me lo succhiai di gusto.
Il tale volle leccargli i testicoli, e mi dava fastidio perché si stava ripulendo tutto l’afrore beduino dell’entro coscia del mio uomo.

Ogni tanto la sua lingua mi si passava per sbaglio sulla guancia.
Un fastidio guarda, che con la manina, tipo Beyoncé, la scansai.
Hai presente, no?
Te ne devi annà, facevo segno.
Sicché lui, senza preavviso, volle rotondeggiare sul mio gluteo passandomi la mano.
Io restavo chino a succhiare, menando di mano e di bocca quel cazzo bollente, ignorandola del tutto.
Tanto, voglio dire, dove doveva arrivare?
E bene signori cari. Quella cessa volle ficcarmi di trancio due dita su per il culo.
Così, dritto, a cazzo.
Al ché mi inarcai, mi sollevai e scaraventai alla cessa un cartone in faccia.
Il maschione reagì, mi afferrò per i capelli e con un calcio mi scaraventò contro la credenza.
La credenza, vuoi per l’urto, vuoi per la sua modesta fattura, prese a barcollare ed io, poverina, dovetti tenerla ferma un tantino terrorizzata.

La tizia, quella puttana, annuì guardandomi compiaciuta.
Poi si voltò e si accaparrò la minchia di suo padre, incurante di me.
Si, era suo padre, perché disse “Apa, szeretlek” (papà, ti amo).
Quindi mi alzai, volli cercare un attizzatoio per spaccarle la testa ma poi mi fiondai contro la minchia perché quella minchia era la mia.
La tizia in sordina mi pizzicò la coscia e mi contorse la carne, ed io imperterrita succhiavo e succhiavo, anzi feci di più. Mi sollevai, si.
Mi scrollai i pantaloni e le mutandine, mi bagnai la fessurina e mi voltai.
Quindi mi accomodai seduta sulla minchia irta di quel maschiaccio, e senza grandi sforzi, m’impalai.

Emisi gemiti equini, poi nitrii come vera cavalla assassina e mi agitai, stringendomi la tettina con una mano e passandomi l’altra tra i capelli.
Mi sentivo Femmina, perduta nei godimenti e con una gran voglia di un Cocktail d'amore per noi, rinfrescata di mente, stai con me, dicevo, e mi toccavo i capelli, un Cocktail d'amore – sussurravo - con chi mi può darmi l’amore, o farmi sofrire, e farmi morire, se vuole…..
A cessa stavo. A cessa proprio.
Il maschio mi teneva per i fianchi ed io balzavo cavalla pazza.

Ecco che la tizia s’intromise sotto le mie cosce. La mia rivale incuneò la punta della lingua tra il palo di carne di suo padre e il bordo slabbrato della mia bella fregna, così che per entrambi fosse centuplicato il piacere dell’amplesso.
Ma io non avevo bisogno di essere leccata in basso e così allontanai la mia antagonista.
Te ne devi annà!
Intanto ondeggiavo seduta sul cazzo massaggiandomi il pancino, e vuoi per la movenza, vuoi per il massaggio che mi praticavo sul pancino, sentii gorgogliare dentro di me i piaceri delle viscere.

Sentii dentro di me l’arrivo scalpitante, come orda di mongola della steppa. Galoppava il gorgoglio delle viscere. Ecco che arrivava, la piacevolissima sensazione, a ondate mi arrivava, di quella sensazione di struggente cacarella sublime, che è predittivo dei piaceri della prostata.
Squirtai non so che cosa dal mio ano, e la cessa, sempre pronta a cacarci il cazzo, si precipitò a raccogliere ogni mio fluido con la lingua.
Io mi dimenavo, e mi sovvenne il dubbio atroce che ciò che la mia rivale stava leccando sotto di me, fosse… come dire…..
Cacarella.

Ebbi il terrore. Annusai l’aria e non sentii altro odore che di broccoletto.
Ma il broccoletto sa essere ingannevole, così che allora presi la recchia della mia rivale e la allontanai.
Poi, sempre in movimento sul cazzo, passai la mano sotto di me, mentre constinuavo a fare su e giù, e portata le dita alle mie narici.
Si dimostrò quindi che quel liquido altro non fosse che la sborra dell’uomo. Stavo colando sborra. E tanta.
L’uomo era un cavallo.
Costui m’era venuto in culo senza fare una piega e continuava a farmi da scranno mentre io, perduta nei piaceri della cacarella, seguitavo a far su e giù, muovendomi come una geisha.
No vabbè ma che bella giornata era?

Io iniziai a miagolare, poiché stavo nel pieno delirio. Miagolai moltissimo.
Fissavo il lampadario come una sciocca, e sotto di me si scatenava l’inferno. Il maschio spingeva di reni con forsennata foga e quella pazza di suo figlio cercava in ogni modo di intercettare il palo di carne del padre che entrava, e usciva, con inaudita ferocia nella mia passera martoriata.
La trapanata fu così feroce e persistente che dalla mia uretra mi sgorgò lo sperma.
Quella cretina allora se ne accorse e volle afferrarmi il cazzo per risucchiarmi il seme.

Ora, se c’è una cosa per la quale sarei a favore della pena di morte, è quando mi succhiano il cazzo.
Non esiste che succeda questa cosa.
E’ una pratica che mi disturba perché il mio pisello, a me, serve solo per pisciare; e se a qualcuno viene in mente di succhiarmi il pisello, giuro, mi vien su un tale scazzo che prenderei il primo ferro da stiro per stamparglielo in faccia.

Io continuavo a fare su e giù a guardare il lampadario, seduta, dando di schiena al mio fottitore che restava a sua volta seduto sul divano, e quella screanzata mi stava a succhiare l’uccello.
“Sciò”, gli dissi menandola di mano come fosse una brutta gallina, ma la gallina era tenace.
“Sciò, te ne devi annà”, le dissi stizzita ma quella non capiva l’italiano.
No vabbè mi guardai intorno cercando un vaso, una statuetta di gatto in marmo da sbatterglielo in testa, ma in quella cazzo di casa c’erano davvero pochi soprammobili. Sti ungheresi sono di un minimalismo snervante.

Poi però l’uomo, così, d’un tratto mi sollevò e mi scaraventò contro il tavolo presso cui mi inforcò di brutto alla pecorina.
La cessa trovò riparo sotto il tavolo e volle riprendere la ciucciata.
Io però stavo ormai ragliando per lo struggente godimento del retto e quando l’uomo prese ad ansimare capii dunque che stava sborrando per la seconda volta.
Infatti, stappò via di scatto la minchia dal mio retto e abbeverò la sua mocciosa genuflessa sotto il tavolo, lasciandomi a secco.
No vabbè menai i cristi. I cristi.
Bo.
Spettacolo finito. Il figlio si prese tutto il buono del padre e io alla fine feci la parte della cretina.
Avevo capito.
Quello era una loro fantasia ricorrente, usare una bottom qualunque per glorificare la trachea del proprio figlio.
No vabbè la gente è pazza.

Quando quella cessa ebbe finito di ingoiare, ripulì il cappellone del padre, e non contenta, si succhiò ogni dita della mano.
Io recuperai le mie vesti ma fui fermato dal padre, il quale mi ripiegò sul tavolo.
Che si fa?
La figlia, quella stronza, mi allargò le chiappe e pretese che io le scorreggiassi i rimasugli della prima sborrata del padre.
Col cazzo. Tenni la fessa ben chiusa per non rischiare l’aborto.
Ma il padre, prontamente, mi praticò una necessaria e solenne schiaffeggiata in faccia, di brutalità inaudita, che io dovetti cedere perché mi stavo a gonfiare di labbroni, e a quel tempo c’era ancora il buon gusto di tenere i labbroni al naturale.

Rilasciai gli sfinteri, aprii i boccaporti e dovetti spingere perché la schiaffeggiata non cessava e di faccia stavo gonfia come un canotto.
Scorreggiai a bollicine, quella cessa di figlia ripulì tutto. Succhiò a cannuccia e ripulì tutto con la lingua. Finita la scorreggiata fece un ruttino compiaciuto.
Il padre e il figlio risero guardandosi negli occhi e rimasi a fissare quella stronza che mi guardava soddisfatta mentre stava a succhiarsi le dita.

Il padre accostò al lavandino, vi pisciò dentro, e si ripulì con un canovaccio. Poi si diresse alla porta, gridò qualcosa ai miei due magnaccia, che erano restati di fuori, ed io capii dunque che me ne dovevo annà.
Uscii altera da quella casa, delusa da quella mia prima esperienza.
Passai tra i due magnaccia, a passo sicuro tipo Beyoncè e mi diressi dritta al furgone. Poi mi fermai, mano sul fianco e mi voltai di scatto e dissi ai magnaccia.
“Aprite sto furgone?
Me ne devo annà”.







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Questo racconto è tratto dalla saga
HUNGARIAN RHAPSODY
Autobiografia di un libertino.

CUMCONTROL 2025


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