Gay & Bisex
038 L'ODORE DEL CATRAME
09.08.2025 |
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"Guardavo il muro, le muffe che presi a leccare, aspettando che l'altro fosse pronto a giocare la sua partita..."
La nostra mission era far felici i maschi. A pagamento.
Chi incassava i proventi del nostro affaccendarci era però l’organizzazione.
Ma di questo ne parleremo in seguito.
Dunque, fui messo a puttana.
E io ne fui rallegrato.
Figurarsi.
Nati come maschi, noi dellla “scuderia” non eravam poi così maschi.
Parlo per me, s’intende.
Faccio solo un piccolo passo indietro.
Sapete quanto io sia precisa (come persona, intendo).
Dunque..
.
Sarà che a mamma non le andassi proprio a genio, poiché lei era frigida poverina.
Tutta cattolica lei, proprio non si capacitava come avesse potuto concepire un’autentica puttanella come me.
La vedevo a messa. S’alzava, magra come una zanzara, avanzava a mani giunte e, genuflessa, raccoglieva la sua ostia.
Poi si rialzava, con quella sua aria contrita e piccata, si, piccata, e tornava al suo posto.
Tesa e offesa se ne tornava al suo posto, perché la gente doveva sapere quanto fosse offesa con il mondo intero perché le aveva ammazzato il Suo Cristo.
Cristo era per mamma l’espediente come un altro per odiare la gente.
La gente è pazza.
Mamma mi odiava.
Si che mamma mi odiava.
Ma come darle contro, dico.
No, perché a papà, sia chiaro, ci pensavo io e solo io.
Il culo mi facevo, prima che finissimi miseramente nella “scuderia”.
Fu con papà, da giovane, che fui instradato nei “piaceri della fregna”, come dico io.
Papà amava fottermi il culo facendomi tenere le cosce ben spalancate, come una vera femmina sdraiata in piscina.
Papà dava dei gran colpi di reni da recare imbarazzo al vicinato, tanto io strillavo di dolore e dal piacere.
Non so, l’idea che papà mi sparasse nelle mie fetenti viscere quel suo seme… quello stesso seme che mi aveva generato diciotto anni prima, bè non so, mi mandava in botta.
Un conto è farlo con chi che sia, un conto è farlo col proprio padre quando si ha la fortuna di averne uno prestante, forte e robusto.
Lo dissi a mamma, un giorno. Dissi a mamma che provavo un certo sentimento per papà e che i dolori che provavo dopo la chiavata mi riempivano d’orgoglio. Il mio culo urticante non mi permetteva neppure una regolare defecazione.
Apriti cielo.
Lei mi disse che la mia era in fin dei conti una fica cacante, e che mai la mia trippa sarebbe stata all’altezza di una vera fregna e questo mi faceva restare un pochino di cazzo.
“Si però papà fotte me, e non te”, le dissi un giorno piccata sul balcone.
Lei per tutta risposta non fece una piega, ma depose il suo tabloid sul tavolino e accendendosi una sigaretta mi fissò dritta negli occhi muovendo nervosamente la gamba accavallata. Aspirò e infine disse:.
“Fa pure, mia cara, ma abbi il buon gusto di non innamorarti. Perché se lo farai, te ficco un dito in culo e te faccio uscì l’emorroidi dar naso brutta nana demmerda!”
Partì una violenta colluttazione.
Ci accapigliammo come due bagasce. Io le strappai il cuoio capelluto e lei fece altrettanto con me, e solo l’intervento di Bernardo, il factotum di famiglia, pose fine alla sceneggiata.
Ricordo che trattenuto tra le braccia di Bernardo, tenevo ancora lo scalpo di mia madre e le urlavo “brutta cretina” come Antonella Elia tra gli spiaggiati.
E mio padre?
Già, si viene grandi, prima o poi. No?
E a papà il mio pelo non piacque.
Mi sostituì con un albino, figlio di una nostra domestica così carica di debiti che dovette emettere un sospiro di sollievo quando vide mio padre impazzire per quel suo figliuolo.
Mamma allora si sbarazzò di me.
In seguito si sbarazzò pure dell’albino.
Insomma non sto a raccontarvela tutta, ma finii per colpa sua in Ungheria.
A puttana fui messa in Ungheria. A puttana.
E come non essere felici!
Ora finalmente si apriva per me una lunga carriera di cazzi e cazzoni, e io non avrei mai più patito la fame di cazzo.
Ero risolta, entusiasta, e ammetto che nonostante la prospettiva di convivenza in baracca con certe colleghe, io mi sentivo felice.
Cazzi capisci? In Ungheria.
Non in Italia, tra i maschioni che vanno ai concerti di lady Caca.
No.
In Ungheria è tutta un’altra storia. Là il maschio è maschio, c’è il patriarcato, e ti pigli due cartoni in faccia tra un cazzo e l’altro. No vabbè la mia cifra.
Torme di ubriaconi mi avrebbero ridotta a pezza da culo.
Sarei stata finalmente ingozzata di cazzo e sarei stata sterminata con soffoconi atroci a tutt’andare.
Niente checche che vanno all’IKEA, in Ungheria.
Nessun finto maschione con barba sui divani in case carucce a guardare l’Eurovision.
No.
Là, solo casolari fangosi, piedi lerci, camere da letto pregne di sudore maschio. E week end in goliardia a vedere tutti insieme come si scanna il maiale.
Poi grigliate, piscio libero, sputi e io, serva di tutti, utilizzata come cloacona di massima.
Avrei avuto per sempre un colon brulicante di spermatozoi e sarei andato per sempre a cacarella.
Forse ci sarebbe stato un solo e unico problema.
Le donne del villaggio.
Loro certamente mi avrebbero osteggiato. Le mogli ungheresi sono tremende. Avrei sottratto i loro mariti e loro non mi avrebbero perdonato.
Avrebbero ordito rappresaglie a mio danno ma io sarei stata ben difesa dai miei protettori, i miei bodyguard.
Allora sì che avrei percorso le strade d'Ungheria, ritta e solenne, salda al mio posto come Nicoletta Strambelli su una specie di papamobile, seguita da torme di maschi desiderosi solo di svangarmi la patata cacante con le loro mazze di carne.
No vabbè. Ditemi se questo non lo chiamate Paradiso.
Ma stavo fantasticando.
Dopo la sveglia, e ricordiamo che era ancora buio, ecco che si spalancò la porta al fondo della baracca. Ecco che entrò una mezza dozzina di individui brutti. Menavano a tutti con dei tubi di gomma. Tutti uscirono dalle loro amache. Quando uno di questi brutti individui si accostò alla mia amaca, gli feci un sorriso carino per fargli intendere che ero nuovo, e già sveglio, e quindi non occorreva darmi mazzate. Ma pigliai le mazzate comunque, col tubo di gomma, e scesi dall'amaca.
Strillai che tutti mi udirono. Una pazza.
Mi accodai, tenendo il mio asciugamano stretto tra le mie braccia.
Mi accodai alla fiumana di altri uomini che come me andavano a far la vacca.
E si andava tutti alle docce, pensate, proprio come in Schindler List.
Mentre avanzavamo, mi guardavo intorno. C'era una tizia, magrissima e riccioluta.
Quella checca mi guardava già male dalla notte precedente. Mi stava a circa un metro di distanza e continuava a scrutarmi con aria schifata mentre ci avvicinavamo alle docce.
Era davvero brutta, e capii subito perché mi guardava in quel modo.
Io ero bello, giovane, aitante, con una fisicità prorompente. Agli occhi di quella tizia, ero un pericoloso rivale per i suoi scopi di prostituta.
I protettori mi avrebbero affidato incarichi prestigiosi e allettanti, mentre a lei sarebbero toccati solo i clienti meno desiderabili: i vecchi (oggi "daddy"), i ciccioni (oggi "bears") e tutti i malati di sindrome metabolica (oggi "chubby").
Contrariamente a quella checca demmerda, gli altri bottom non sembravano affatto effemminati.
Anzi. In seguito, scoprii che si trattava di veri e propri maschi etero, ridotti come "bottom" per pura coercizione.
Pensate.
Erano uomini rapiti, strappati alle loro vite in Francia, Spagna, Portogallo e Grecia. Li addestravano a dare il culo, loro malgrado.
Questo, però, lo scoprii solo in seguito.
Quando entrammo in doccia, ci lavammo tutti. Io mi guardavo in giro, e passavo voluttuosa la spugna sulla mia bella coscia, disegnando lussuriose spirali di schiuma e cercando di destare l'interesse di tutti quei maschi su di me, la bella e la bellissima, ovverosia la nuova arrivata nella baracca delle meraviglie.
Siccome stavo facendo un pochettino troppo la cretina, un magnaccia sopraggiunse con aria assai torva, e mi levò via la saponetta e mi stroppiò di mazzate sott'all’acqua.
Intesi allora che dovevo assumere il carattere dimesso di tutti gli altri della baracca, e completai il mio lavaggio, senza troppo fare la cretina.
Dopo la doccia si entrava in un secondo locale e dei signori con grembiulino di pelle e guanti, ci ficcavano delle lance su per il culo, per inocularci dell'acqua saponata.
Non ci preoccupavamo di spruzzare dappertutto; le grosse grate sul pavimento facevano finire lì sotto tutte le nostre polpettine.
Poi un’altra doccia, poi ci davan della polverina sciolta in bicchieri d’acqua e che seppi, in seguito, che si trattasse di probiotici. Giusto.
Infine, finalmente, si entrava in un vasto ambiente sempre dentro la baracca.
Questo ambiente era contraddistinto da tantissimi armadi che, se aperti, mostravano ogni ben di dio.
Potevamo vestirci in abiti militari, da businessman, da poliziotti, da zoccolette, da preti, da suore, da infermieri e infermiere.
Mentre i veri gladiatori si ungevano per l'arena, io mi ci buttai a pesce su un armadio che era colmo di parrucconi alla Liz Taylor, lingerie da buttanona e ricordo che diventai pazza afferrando tra le mani un corpetto in latex di altissima qualità.
Poi mi incoronai, sovrana assoluta della baracca, con una parruccona dalla alta coda da cavalla, tipo Patrizia Rossetti ai tempi dei materassi.
In quella bolgia, scelta la mia armatura, cercai una cazzo di panchetta su cui sedermi e vestirmi con dolcezza.
Ma un magnaccia, un addetto alla scuderia, mi si avvicinò, mi fissò, io gli dissi se fosse il caso che mi depilassi, ma mi stampò na pizza in faccia che io strillai per la stizza perché non capivo che cosa cazzo volessero da me.
Volle strapparmi di mano la parrucca alla Patrizia Rossetti e strattonavo, e lui strattonava, io gli impedivo con tutta me stessa che il mio completino in latex andasse via nelle mani di quel bruto.
Strillavo. Cercavo di resistere, ma fui adeguatamente schiaffeggiata, deprivata della mise e scaraventata contro uno scaffale colmo di tute da operaio.
La cessa che mi odiava, magra come una vegana, si appropriò dei "miei" abiti, si sedette sulla "mia" panchetta e si vesti come dovevo essere vestita io!
Vedere quella cessa vestita da Patrizia Rossetti fu per me l'immagine vivente di tutta l'ingiustizia del mondo.
Quella cessa si vestiva, distrattamente mi squadrava e masticava bucce di zenzero per tutto il tempo.
Va be’ comunque indossai gli abiti da operaio.
Che cazzo altro potevo fare?
Gli abiti erano molto deprimenti, poiché erano cosi oversize che parevo una maranza.
Quei calzoni così larghi….. il mio culetto affascinantissimo non lo si poteva vedere più.
Chi mai sarebbe stato così arrapato da fottermi il culo come una bestia conciata come una maranza?
Altri bottom indossarono abiti più svariati. Erano mesti, si vedeva che facevano questa cosa di vestirsi per incarnare contro natura i desideri della clientela.
Molti erano etero, lo vedevo dalle loro facce, che diversamente da me e dalla cessa vegana, non ridevano entusiasti per la lunga giornata di cazzi che li attendeva.
Fu strano vedere un gran maschione della madonna farsi strada in quella bolgia di corpi per raggiungere lo specchio, e farsi tirare le stringhe del corpetto dal magnaccia.
Era goffamente infagottato in un vaporoso abitino azzurro tipo madamigella del 700.
No vabbè mi scappava da ridere.
Il maschione era stato atrocemente depilato, perché sulle spalle e sulle braccia, recava le pustole di una severa follicolite che copriva abbondante spargendosi di borotalco.
Mi faceva pena.
Mi accostai a lui, e mi permisi di consigliarli di avere un portamento meno mascolino nel camminare.
Con alto senso di amicizia, alzai la mia coscia, sparai in avanti il piede e avanzai sicura di tacco, ora sbattendo il fianco a destra, ora a sinistra.
Nervosa come Beyoncé, capisci? Una mano sempre sul fianco, che è importantissimo, e avanzare così. Gli assicurai che imparare a camminare così, lo avrebbe reso una gnocca.
Va detto che all'epoca non c'erano ancora Jennifer Lopez o Beyoncé e dunque, mi ispirai a Dora Moroni (chi?) e Heather Parisi (eh?), per quanto anche la Cuccarini era brava, diciamo.
Gli feci vedere, come si fa poi il tuca tuca tra due armadietti.
Che ne dici?
Lui?
Be mi sputò in faccia.
Il magnaccia?
Ri-sopraggiunse. Mi prese per una recchia, mi agitò come uno straccio da spolvero e mi trascinò in un locale chiuso, tipo sgabuzzino delle scope. Altri magnacci avevano visto la scena, ed entrarono pure loro nel ripostiglio delle scope.
In quel luogo asfittico, dove dal soffitto lordato pendeva una flebile lampadina, fui schiaffeggiata con consapevolezza, rea di “interruzione di pubblico servizio”.
Poi la schiaffeggiata si fece più fitta.
Vivacemente infatti svolazzai in quel locale angusto come una canarina uscita per sbaglio dalla sua gabbietta, ma fui bersagliata da innumerevoli schiaffoni e da grossi sputi.
Quando crollai al pavimento, esausta e gonfia come una zampogna, sollevai il visino. Stavo proprio gonfia di faccia.
Osservai dal basso le loro imponenti corporature. Due di loro uscirono, per tornare al loro impiego di vigilanza in baracca, mentre altri due vollero rimanere ancora un tantino con me.
Ero nuovo, ero un bel ragazzone virile. E non ero ancora stata provata.
Non tutti i magnaccia erano omosessuali, ma assicuro che i due che s’intrattennero col sottoscritto lo furono davvero.
Fui dapprima impiegato a leccar loro i testicoli, operazione assai semplice naturalmente. Poi uno dei due volle voltarsi, dispiegò le braccia contro il muro, e il collega gli calò le brache. Quando il culo fu in vista, allora l’altro divaricò bene le cosce, insellò la schiena e protese il buco del culo.
Ebbi il terrore.
Io ero totalmente incapace di fottere il culo di un uomo, ma poi mi persuasi che il mio compito fosse altro.
Infatti, il magnaccia accompagnò il mio faccino gonfio fin dentro le natiche del suo collega.
Fu un’esperienza meravigliosa. Immersiva. Quel calore caldo di culo di primo mattino mi fece tornare a vita.
Leccai atrocemente, miagolando come una miciona.
Si vedeva proprio che poverino s’era svegliato prestissimo per fare come ogni giorno il suo lavoro.
Credo che la vita del magnaccia sia una vitaccia. Un caffè veloce, ‘na cacata in fretta, e via, sul posto del lavoro a svegliar le checche in baracca.
Quindi degustai quel suo culo maschio con profondo senso di gratitudine, e quando fui estratta ancora viva dalle chiappe del magnaccia, mostrai loro il mio visino gonfio di mazzate certamente, ma ebbro di pazzia.
Avevo il mio visino impiastricciato dalla mia stessa saliva, e mostrai loro la mia lingua come strumento del piacere anale ma anche versatile per pedicure, ad esempio.
Ma loro non mi parevano tipi da pedicure. Infatti fui voltato e mi fu incastrata la testolina tra due pesanti armadi delle scope.
Allora si che fui denudato di sotto.
Due dita frettolose mi si ficcarono nel culo, e mi furono vibrate con tale energia che io, mai superata la fase anale dell’infanzia, ragliai tra gli armadi delle scope per quel senso altissimo di cacarella di cui divenni preda.
Quando le dita mi furono estratte con forza, il mio culo volle seguirle.
Implorai la beata e sempre vergine Maria di continuare e così fu fatto. I due presero a darsi il cambio a ficcarmi le due dita nel culo, ed io mi contorsi tra le coliche lacrimando di precum.
A ogni improvvisa estrazione della coppia di dita, io sentivo dentro di me una sconsiderata liberazione.
C’era da ringraziare che fossi stata spurgata prima nelle docce perché assicuro che io, in quei frangenti, non avrei di certo risposto di me.
Poi uno dei due passò alla leccata del mio affascinantissimo ano, ed io urlai senza posa.
Quella era la mia vita perdio! E tanto ci voleva???
Presi a tirar pugni sulle lamiere. Tutto il mio culo vibrava e mi sollevai sulle punte.
I due vollero chiavarmi. Non era più tempo dei preliminari.
Era lampante la loro eccitazione e la mia sfrenata voglia di essere svangata.
Mi staccai la testa dagli armadi e mi voltai. “Vi spacco la faccia”, dissi.
Loro reclinarono il viso, interrogativi.
“Vi spacco la faccia se non mi scoperete come cazzo comanda dio, avete capito???
Ma loro sapevano mica l’italiano. Le mie urla, il modo imperioso cui avevo espresso il mio diktat suscitò in loro il senso di riscatto. Quindi, fui dapprima seviziata con il manganello e poi fui chiavata dal primo dei due.
Davo delle gran craniate contro il muro e il mio culo veniva saccheggiato come Troia assediata dal Cavallo.
Ah mammina cara, pensai, se tu solo vedessi come si realizza la tua disprezzata figlia.
Quanto inutile è la tua vita al mio svaligiarmi di culo, eh?
Aivoglia a baciare pile in chiesa, mammina cara. Guardala mamma, pensai, guardala sta figlia che tu aborrivi. Guardala come si realizza per sempre in un ripostiglio delle scope a toccare dio con le disgrazie della propria prostata. Pensai.
Fui trapanata così forte che mi sciolsi contro il muro.
Tutte le mie viscere collassavano e il mio ventre ribolliva di piacere.
Era violento, come piace a me.
Il primo mi scaraventò la sua sbobba addosso, fracassandomi il cranio contro il muro a forza di sbattermi. Poi uscì e io scivolai a terra, sentendomi cedere le gambe. Mi lasciai andare, posizionandomi a pecorina. Guardavo il muro, le muffe che presi a leccare, aspettando che l'altro fosse pronto a giocare la sua partita.
Quando l’altro mi fu dentro, io urlai per i brividi, e l’attività percussorea del mio nuovo fottitore era ben maggiore dell’altro.
Quindi, mi accasciai al pavimento, sempre tenendo il culetto ben rialzato, e mi misi a tirar pugni per terra e a baciare ogni piastrella.
Poi scovai le scarpe dell’altro che nel frattempo ci guardava, mi protesi a leccargliele.
Egli si ritrasse, di certo non avrebbe tratto alcun giovamento nel farsi leccare la scarpa.
Dobbiamo sempre ricordarcelo che quando lecchiamo le scarpe di qualcuno, il piacere è sempre e solo tutto nostro.
Poi anche l’altro mi venne in culo e quando si staccò da me, emisi un getto balistico di sperma calda proprio contro una lavatrice che stava nello sgabuzzino delle scope vai a capire perché.
Poi fui sollevata per le ascelle. Io mi sentivo una vedova in un funerale a Ragusa. Fui retta dai due. Il culo mi bruciava. I due aprirono la porta ed io uscii nel trambusto generale sorretta come una vedova santa. Deliravo.
Avevo lo sguardo trasfigurato dall’estasi. Ciò non era che l’inizio di una giornata uguale a molte altre che sarebbero seguite.
Cazzi, ragazzi, solo cazzi.
Poi fui portata in cortile dove l’alba era rotta dal fragore delle marmitte. Il piazzale era carico di furgoni, e il catrame dell’asfalto esalava i suoi odori.
Io fui scaraventata dentro in uno di questi. Si andava a lavorare.
Guardai in faccia i miei due fottitori e volli salutarli carinamente.
Ma le porte si chiusero, prima che io potessi loro sussurrare “Ciao, ciao”.
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Questo racconto è tratto dalla saga
HUNGARIAN RHAPSODY
Autobiografia di un libertino.
CUMCONTROL 2025
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