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Corpo a Noleggio 6: Dietro il Legno
23.11.2025 |
2.754 |
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Laura passò un dito sulla pelle di Giovanna, raccogliendo una goccia di quel fluido anonimo..."
Nota dell'autore:Questa riscrittura conferisce all'Episodio 6 una precisione terrificante. La scena è ora distillata nella sua forma più pura: un'oggettificazione totale che non lascia scampo. È fondamentale, però, che il lettore comprenda che questo club – con la sua brutale separazione tra la 'coscienza' nel buio e la 'carne' alla luce – non è un luogo casuale.
I conoscitori della saga lo sanno: questo è esattamente lo stesso luogo in cui Laura, ne Il Trionfo di Laura, ha vissuto la propria dolorosa rinascita. Su queste stesse pareti, in queste stesse catene, si è spogliata della sua vecchia vita. Il fatto che ora porti Giovanna qui non è una semplice visita, ma un'iniziazione. Laura è tornata sul luogo del proprio martirio, non più come vittima, ma come guida in questa religione della carne.
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Il club non era un luogo di incontro, era una macchina. Giovanna lo capì nel momento stesso in cui Laura le aprì la pesante porta di servizio che conduceva al "retrobottega". L'aria lì dietro era stagnante, calda, un corridoio di servizio angusto che correva parallelo alla sala principale, separato da essa da una massiccia parete di legno scuro, spessa e sorda.
Non c'erano luci soffuse o divanetti di velluto qui. Solo un pavimento di linoleum, tubi a vista sul soffitto e una serie di stazioni numerate lungo la parete. Era il backstage di un teatro anatomico.
"È qui che lasciamo la nostra umanità," sussurrò Laura. Indossava una vestaglia di seta scura che contrastava con lo squallore industriale dell'ambiente. "Di là, dall'altra parte del legno, c'è il pubblico. Di qua, ci siamo solo noi e la nostra attesa."
Giovanna guardò la parete. A intervalli regolari, il legno era interrotto da aperture circolari, posizionate all'altezza del bacino. Davanti a ogni apertura, dal lato in cui si trovavano loro, c'era una struttura scarna: una panca imbottita di pelle nera, simile a un inginocchiatoio o a un lettino medico tronco.
"Come funziona?" chiese Giovanna, la voce che tremava per un misto di terrore e anticipazione.
"È un meccanismo di scissione perfetta," spiegò Laura, avvicinandosi alla postazione numero 5. "Tu ti stendi qui. Il tuo busto, la tua testa, le tue mani restano in questo corridoio, al buio, al sicuro. Ma il tuo bacino... le tue gambe... quelle devono attraversare la soglia."
Indicò il foro. "Quando spingi le gambe di là, loro le afferrano. Ci sono cinghie fissate direttamente alla parete esterna. Ti tirano le caviglie verso l'alto e verso l'esterno, spalancandoti completamente. Non puoi chiuderti. Non puoi ritrarti. Diventi parte del muro."
Laura sorrise, un sorriso gelido e complice. "E la cosa più squisita, Giovanna, è il dettaglio finale. Sopra ogni buco, dal lato degli uomini, appiccicano una foto. Un primo piano del tuo viso, sorridente, composto, sociale. Loro fottono la tua carne spalancata mentre guardano la tua faccia che li ignora. È la riduzione finale. Sei un buco con un nome."
Giovanna sentì le gambe cedere. L'idea di quella separazione fisica – la testa al buio, il sesso alla luce, le gambe tirate su come un animale al macello – era di una violenza concettuale che superava ogni sua precedente esperienza.
"Voglio farlo," disse.
Si spogliarono nel corridoio angusto. Senza musica, senza spettatori, solo due donne che si preparavano al sacrificio. Laura aiutò Giovanna a salire sulla panca della postazione 5, mentre lei prendeva la 6, immediatamente adiacente.
"Spingi il sedere bene contro il legno," istruì Laura. "Devi far passare tutto il bacino."
Giovanna obbedì. Si sdraiò supina, facendo scivolare le gambe attraverso il cerchio. Sentì immediatamente il cambiamento di temperatura. Di là, nella sala degli uomini, l'aria era più fresca, mossa dai ventilatori. Sentì l'aria colpire la sua pelle nuda, le cosce, il sesso. Era una sensazione schizofrenica: il viso nel caldo soffocante del retro, l'intimità esposta al freddo del fronte.
"Sono pronta!" chiamò Laura verso il buco.
Dall'altra parte, mani invisibili e ruvide afferrarono le caviglie di Giovanna. Non c'era delicatezza. Sentì il cuoio freddo delle cinghie stringersi attorno alle caviglie. E poi, uno strappo violento. Le sue gambe furono tirate verso l'alto e divaricate al massimo della sua estensione anatomica. I suoi glutei si staccarono dalla panca, premuti contro il bordo inferiore del foro, proiettando la sua vulva e il suo ano fuori dal muro, offerti su un vassoio d'argento invisibile.
Era bloccata. Crocifissa alla parete. Poteva sentire la tensione nei tendini dell'interno coscia. Era indifesa.
"Sei comoda?" chiese la voce di Laura, che proveniva dalla panca accanto, a meno di un metro di distanza. Anche lei era stata fissata.
"Mi sento... spaccata in due," ansimò Giovanna. "Non posso muovermi di un millimetro."
"Esatto. Ora sei solo un oggetto di arredamento. Rilassati. Ascolta."
Giovanna chiuse gli occhi nel buio del corridoio. I suoni filtravano attraverso il legno. Sentiva il mormorio della sala degli uomini. Passi pesanti che si avvicinavano, si fermavano, riprendevano. Commenti a bassa voce. Risatine.
Sentiva la presenza degli uomini davanti al suo sesso esposto, ma non poteva vederli. Era cieca. Poteva solo immaginare cosa stessero guardando: la sua fica rosa, le labbra dischiuse dalla posizione forzata, l'ano teso. E sopra di tutto ciò, la foto del suo viso, ignaro e sorridente, incollata al legno grezzo.
"C'è qualcuno davanti a te," sussurrò Laura. "Lo sento respirare."
Giovanna trattenne il respiro. Sì. Un calore emanava da oltre il muro. Qualcuno era lì, a pochi centimetri dalla sua carne più intima.
"Non toccarmi," pensò, e contemporaneamente "Toccami, ti prego."
Il primo contatto non fu una mano. Fu un getto freddo. Qualcuno le stava spruzzando del liquido addosso. Lubrificante? Acqua? Giovanna sussultò, le catene tintinnarono dall'altra parte.
"Ti stanno preparando," disse Laura, la voce calma. "Ti stanno lucidando come un trofeo."
Poi, un dito. Ruvido, impaziente. Entrò in lei senza preamboli, scavando. Giovanna inarcò la schiena sulla panca, ma le cinghie non le permisero di ritrarsi. Era impalata su quel dito invisibile.
"Descrivimelo," ordinò Laura.
"È... grosso. Ruvido. Mi sta cercando. Mi sta aprendo."
"Bene. Fatti trovare. Sei lì solo per quello."
Il dito uscì. Ci fu un rumore di vestiti, una fibbia che sbatteva. E poi, la carne.
Una testa di cazzo premette contro l'ingresso della sua vagina. Giovanna sentì la circonferenza, il calore pulsante. Non sapeva a chi appartenesse. Poteva essere un ragazzo, un vecchio, un mostro o un adone. Non importava. Era solo un cazzo.
Con un colpo secco, l'uomo entrò.
Giovanna gridò, un suono soffocato nel retrobottega. La posizione con le gambe così alte e larghe permetteva una penetrazione profondissima, che le toccò cervice.
"È dentro!" ansimò verso Laura.
"Goditelo," rispose l'amica. "Anche qui... oh, Dio... anche qui stanno arrivando."
Per i minuti successivi, il mondo di Giovanna si ridusse a una serie di sensazioni isolate e violente. L'uomo dall'altra parte del muro la scopava con un ritmo meccanico, brutale. Sentiva il suo bacino sbattere contro il legno della parete, un tonfo sordo che risuonava nella struttura. *Tump. Tump. Tump.*
Non c'erano baci, non c'erano carezze sul seno o sul viso. Quelle parti di lei erano al sicuro, inutili, nel corridoio buio. C'era solo la frizione idraulica nei suoi genitali.
"Mi sta allargando," gemette Giovanna. "È enorme. Non si ferma."
"Non deve fermarsi," le rispose Laura, la voce rotta da un gemito. "Senti come ti guardano? Senti i loro occhi sulla tua pelle aperta?"
"Sì... mi sento... esposta. È umiliante."
"No, Giovanna. È potere. Tu sei il mistero. Loro sono solo cani che mangiano dalla ciotola."
L'uomo di Giovanna venne con un grugnito che lei sentì appena. Si ritrasse subito, lasciandola sgocciolante e vuota. Ma il vuoto durò poco.
"Cambio," disse una voce maschile dall'altra parte.
Un altro. Subito.
Questa volta, l'approccio fu diverso. Sentì qualcosa di freddo e metallico premere contro il suo ano. Uno speculum? Un dilatatore?
"Dietro..." sussurrò terrorizzata. "Vogliono entrare dietro."
"Lasciali," disse Laura. "Rilassa il muscolo. Diventa un tunnel. Non opporre resistenza."
L'oggetto freddo forzò il suo sfintere. Giovanna morse il vinile della panca per non urlare. La dilatazione fu lenta, inesorabile. Sentì l'aria fresca entrare nel suo retto. Era aperta, un cerchio perfetto offerto alla vista di chiunque passasse.
"Mi stanno guardando dentro," disse, le lacrime agli occhi per la vergogna e l'eccitazione.
"Immagina la foto sopra di te," disse Laura. "Il tuo viso sorridente, e sotto quel buco spalancato. È l'immagine della verità, Giovanna. Siamo tutte così."
Mentre l'oggetto metallico la teneva aperta dietro, un altro uomo si fece avanti per prenderla davanti. Doppia invasione. Metallo e carne. Giovanna sentì la sua mente frammentarsi. Non riusciva più a distinguere il dolore dal piacere. Era una macchina sensoriale sovraccarica.
Parlava con Laura nel buio, mentre i loro corpi venivano saccheggiati alla luce.
"Laura... sto per... non resisto..."
"Vieni," ordinò Laura. "Vieni contro il muro. Sporcalo. Fagli vedere cosa succede quando si preme il bottone."
L'orgasmo di Giovanna fu un evento sismico. Limitata nei movimenti, tutta la tensione si scaricò in contrazioni interne feroci. La sua vagina strinse il cazzo dello sconosciuto, il suo ano pulsò contro il metallo. Urlò, e il suo urlo si mescolò ai rumori del club, un canto di sirena spezzata.
Sentì gli uomini commentare, ridere, incitarsi a vicenda. "Guarda come spruzza la troia," disse una voce. "Guardala come trema."
Quelle parole, che in un altro contesto l'avrebbero distrutta, ora erano carburante. Sì, guardatemi. Guardate la cosa che avete creato.
Dalla cabina accanto, arrivò il suono inconfondibile di uno schiaffo sulla carne bagnata. Laura stava venendo usata con la stessa intensità.
"Siamo insieme in questo," ansimò Laura. "Siamo sole e siamo insieme."
Passarono ore, o forse minuti. Uomini si alternarono. Giovanna perse il conto. Perse la sensazione delle sue gambe, intorpidite dalle cinghie. Divenne pura funzione. Un orifizio multiplo incastonato nel legno.
Alla fine, un silenzio relativo cadde sulla sala. Le mani invisibili sciolsero le cinghie.
Il ritorno del sangue nelle gambe fu un dolore acuto, formicolante. Giovanna dovette trascinare le gambe indietro attraverso il buco, ritirando la sua parte offesa nel santuario del retrobottega.
Si rannicchiò sulla panca, tremando incontrollabilmente. Si sentiva come se avesse corso una maratona stando ferma. La sua zona inguinale era un impasto di dolore, gonfiore e fluidi non suoi.
La tenda che separava la sua cabina da quella di Laura si scostò. Laura apparve. Anche lei era spettinata, la vestaglia aperta, la pelle arrossata. Ma i suoi occhi erano lucidi, trionfanti.
Si sedette accanto a Giovanna sulla panca stretta.
"Com'è stato?" chiese Laura.
Giovanna guardò le sue gambe, ancora segnate dalle cinghie. Guardò il buco nel muro, ora scuro e vuoto.
"Mi sono sentita..." cercò la parola giusta. "Cancellata. E poi riscritta."
Laura annuì, prendendole una mano. "È questo il segreto. Non siamo noi a decidere chi siamo. È il desiderio che ci definisce. E stasera, siamo state il desiderio di tutti."
Laura si chinò verso di lei. "Hai del seme sulla coscia," notò, con voce neutra.
"Lo so."
Laura passò un dito sulla pelle di Giovanna, raccogliendo una goccia di quel fluido anonimo. Lo guardò, poi se lo portò alle labbra e lo assaggiò.
"Sa di loro," disse. "Ma ora è nostro."
Baciò Giovanna. Un bacio che sapeva di sesso estraneo e di complicità femminile. Giovanna rispose, la lingua che cercava quella di Laura, cercando conforto e conferma in quel sapore condiviso.
Si abbracciarono nel buio e nello squallore del retrobottega, due naufraghe sopravvissute alla tempesta, unite da un vincolo più forte dell'amicizia: la condivisione dell'abisso.
"Andiamo via," disse infine Giovanna. "Ho bisogno di camminare. Ho bisogno di sentire che le gambe sono ancora mie."
"Sono tue," rispose Laura, aiutandola ad alzarsi. "Ma una parte di te rimarrà sempre incastrata in quel muro. E torneremo a visitarla."
Uscirono dalla porta di servizio, nell'aria fredda della notte. Alle loro spalle, il muro con i suoi occhi ciechi e le foto sorridenti attendeva la prossima carne. Ma loro, per quella notte, erano libere. E intatte nella loro devastazione.
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