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Prime Esperienze

DAVIDE PORCO E BOLOGNESE,FLOP AL REGIO MOTEL


di Membro VIP di Annunci69.it GangbangBologna
11.10.2026    |    109    |    1 8.7
"Arriviamo nel corridoio per salire alle camere, e per rompere quel gelo polare se ne esce con una perla di critica d'arredo che fa il giro del surrealismo: vede tutte quelle piantine finte..."
Ah, pataca di un mondo, ma guarda un po' in che ginepraio mi sono andato a cacciare quella volta là! Se me l'avessero raccontato al bar dopo due litri di Pignoletto, mi sarei fatto una grassa risata dicendo “ma va' a cagher”, e invece c'ero dentro fino al collo, con la mia solita aria da pirla che non si prende mai sul serio e che pensa sempre che, in fondo, una storia storta è pur sempre meglio di una serata passata a guardare la replica di Chi l'ha visto?.

Tutto comincia su quel portale di miraggi e illusioni che è annunci69, dove il sottoscritto godeva di una certa fama da veterano dei bassifondi digitali. Mi contatta un certo Nicola. Già dalle prime chat su WhatsApp, il ragazzo era un condensato di adrenalina pura pari a un criceto fatto di Red Bull e amaretti di Saronno. Mi spiega il programma: lui e la sua storica compagna, Arianna, dopo anni di fedeltà e forse qualche sbadiglio di troppo sul divano, avevano deciso di svoltare la routine inserendo un elemento supplementare nella loro intimità. E indovina chi avevano scelto come consulente tecnico? Proprio me, il re dei mona bolognesi.

Nelle numerosissime conversazioni su WhatsApp e nelle telefonate fiume che seguirono, Nicola era partito a razzo, un vero e proprio stizzî vivente. Mi esaltava la figura della sua donna descrivendola come una specie di Messalina insaziabile, un'amante lussuriosa da competizione mondiale, dimenticandosi però di un piccolo dettaglio trascurabile: non avevano mai, dico mai, giocato in tre in vita loro. Io cercavo di frenarlo con la flemma di chi è nato sotto i portici e sa che la gatta frettolosa fa i gattini ciechi: "Oh, Nicola, guara che tra i filmati che ti guardi la notte e la realtà c'è di mezzo il mare, e soprattutto c'è che per voi è la prima volta, dai datti una calmata!". Ma niente, l'entusiasmo dell'uomo era assolutamente incontrollabile, di quelli che ti fanno drizzare i peli delle braccia per la diffidenza. Si capiva benissimo che era il classico tipo che aveva estorto il fatidico "sì" alla sua bella dopo mesi di suppliche e ora, avendo ottenuto l'avallo, non capiva più un tubo ed era pronto a esplodere come un petardo bagnato.

L'appuntamento viene fissato d'autorità al Motel Regio di Rubiera, là sulla Via Emilia, tra una nebbia che si tagliava col grissino e il grigiore della Bassa. La scaletta di Nicola prevedeva un preliminare gastronomico: prima un bel pre-incontro conoscitivo nella pizzeria situata proprio fuori dal parcheggio dell'hotel, giusto per testare l'empatia e rompere il ghiaccio davanti a una margherita e due birre. E io, ingenuo come un agnellino alla fiera di San Lazzaro, pensavo: "Be', almeno se la serata fa schifo, mi mangio una pizza".

E invece no, soccia che sfortuna! Appena metto le ruote nel parcheggio del Regio, la prima mazzata mi arriva dritta nei polmoni: un odore nell'aria nauseabondo, acre, pestilenziale, dovuto ai pesticidi chimici sparati sui campi circostanti che sembrava di essere capitati in un test nucleare per le zanzare tigri. Già lì mi veniva da dire "madò, qui ci vorrebbe la maschera a gas". Scendo dalla macchina, guardo verso la pizzeria... ed era sbarrata, chiusa come il portone di San Petronio a mezzanotte. Ma porco mondo! Il piano strategico di Nicola andava già a farsi benedire. Avvisato telefonicamente della disgrazia, Nicola se ne esce con un candore disarmante: "Ah, è chiusa? Fa lo stesso, andiamo diretti al sodo!". E certo, fa lo stesso un corno, pensavo tra me e me, qui c'è da chiamare la protezione civile.

Ecco che arrivano loro. E qui, amici miei, si apre il capitolo dei dolenti note e dei raggiri fotografici. Arianna... diciamo che somigliava alla foto su WhatsApp come un vecchio lambrusco spuntato somiglia a una bottiglia di Sassicaia d'annata. Ho capito all'istante di essere stato vittima di un raggiro degno di un prestigiatore di fiera di paese. Ma ormai ero in ballo e, come si dice a Bologna, balliamo.

Li seguo verso l'ingresso. Lei, sfuggente alle mie battute come un'anguilla delle Valli di Comacchio, mi lanciava un'occhiata fugace e subito storceva lo sguardo altrove, con una simpatia che ricordava quella di un controllo dell'Agenzia delle Entrate. Arriviamo nel corridoio per salire alle camere, e per rompere quel gelo polare se ne esce con una perla di critica d'arredo che fa il giro del surrealismo: vede tutte quelle piantine finte dell'IKEA messe su una parete come ornamento e fa candidamente: "Oh, ma sembra un cimitero!". Un entusiasmo contagioso che avrebbe fatto impallidire il cimitero della Certosa.

Intanto Nicola era lì, carico come un pitone a sonagli, con gli occhi sbarrati che non mi staccavano di dosso manco fossi un quadro di Morandi, quasi temesse che gli rubassi la fidanzata o il portafoglio sul più bello.

Entriamo in camera. Un tugurio illuminato da una lampadina che faceva la hola. Lei, con la voce flebile di chi vorrebbe trovarsi ovunque tranne che lì, se ne esce con la richiesta ufficiale: "Senti, non è che potreste abbassare un po' le luci?". Nicola, solerte come un attendente in trincea, esegue l'ordine all'istante. L'imbarazzo era così denso che si poteva tagliare a fette con la cazzuola. La poveretta era palesemente a disagio, così ce la siamo caricata a rimorchio e l'abbiamo aiutata a spogliarsi, tra un sospiro e l'altro.

Alla fine si predispone, si stende nel letto... e chiude gli occhi. E qui, miei cari, ho fatto subito mente locale pescando dai vecchi aneddoti bolognesi: ho capito che i racconti di Nicola valevano meno di un vecchio gettone telefonico della Telecom. Questa era venuta lì solo per far felice il suo uomo, ma con la testa era rimasta beatamente a stirare le lenzuola a casa.

Lei sempre lì, immobile con gli occhi serrati, che non azionava manco a spingerla giù per San Luca con il freno a mano tirato. E io, con la pazienza di Giobbe e la flemma del bolognese che non si scompone neanche se gli crollano i portici addosso, mi avvicino, la tocco, la esploro come un marziano atterrato per errore in mezzo alla nebbia della Bassa. E niente, lei sempre a occhi chiusi, imperterrita, che sembrava di accarezzare un manichino della Standa a cui avevano staccato la spina.

Ho provato a praticarle qualche preliminare, giusto per non sfigurare davanti al pitone a sonagli di Nicola che respirava pesante nell'angolo come un mantice da fabbro, e sono anche arrivato a un rapporto. Ma a un certo punto, guardandola lì distesa in trance catatonica, ho capito benissimo l'antifona: lei più di lì non voleva e non poteva proprio andare, bloccata da un muro di disagio cosmico.

E allora, sai che c'è? Ho tirato su i pantaloni, mi sono sistemato la giacca, ho guardato quei due e ho pensato: “Senti un po', ragazzi, qui l'unica cosa che si muove è la puzza di pesticidi di fuori”. Li ho lasciati soli nella penombra, con le loro piantine finte dell'IKEA e i loro sogni di gloria svaniti tra i campi di Rubiera. Sono uscito dal motel respirando a pieni polmoni quell'aria irrespirabile, con una sola certezza in testa: la prossima volta che qualcuno mi parla di lussuria su internet, rispondo che preferisco di gran lunga andare a contare i sassi nel Reno, che almeno lì non rischi di trovarci una piantina finta del cimitero.
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