La Stanza
L’avevamo costruita con cura, quell’idea, e abitata a lungo nella mente, forse senza mai volerle davvero dare corpo. Finché restava fantasia, potevamo modellarla a piacere, arricchirla di dettagli, spingerla ai margini e poi riprenderla, senza conseguenze. Ma quando si presentò l’occasione concreta di realizzarla, restammo quasi smarriti. Forse avremmo dovuto fermarci lì.
Il progetto, in fondo, era semplice. Avremmo preso in affitto una stanza in un luogo dove nessuno ci conosceva, e lì Anna avrebbe incontrato, al buio, persone che non avrebbe più rivisto, scelte da me secondo un mio personale criterio. Io non avrei preso parte agli incontri, ma sarei rimasto nei dintorni, per ogni evenienza. Anna avrebbe atteso seduta alla toeletta, di spalle rispetto alla porta, osservando chi entrava fin dal primo istante attraverso il riflesso dello specchio.
Ciò che sarebbe accaduto dopo dipendeva in larga parte da ciò che avrei detto io a quella persona prima che varcasse la soglia. Avevamo stabilito, in modo quasi banale, che le avrei descritto una donna disponibile, pronta ad assecondare, e che, se l’incontro fosse stato gradito, avrebbe lasciato una banconota—cinque, dieci o venti euro—come segno di apprezzamento. Gli sarebbe stato concesso un incontro completo oppure soltanto un breve scambio di parole, purché tutto si concludesse entro quindici minuti: il suono di un campanello ne avrebbe segnato la fine, imponendo di lasciare la stanza nei cinque minuti successivi.
In realtà sapevo che non mi sarei limitato a questo, e credo che Anna lo sapesse. Era parte del gioco.
Avevamo anche deciso che non ci sarebbero state telecamere né altri dispositivi di registrazione. L’eccitazione, per entrambi, sarebbe venuta dopo: nel racconto, in ciò che lei avrebbe scelto di dirmi.
Trovammo una bella stanza, con un’ampia finestra aperta su un magnifico panorama del golfo.
Anna aveva appena compiuto sessant’anni. Una bellezza matura, un corpo pieno, senza bisogno di esibizione. Da giovane aveva avuto fascino senza essere vistosa; il suo tratto più bello era sempre stato il sorriso, insieme a quella disponibilità naturale a rimettersi in gioco. Con l’età, qualcosa in lei si era liberato: meno timori, meno pudori, meno ruoli da rispettare. Il nido vuoto le aveva restituito il gusto di addentare anche il resto della mela.
Credo che ciò che la attraeva fosse soprattutto l’idea di sé in quella situazione: come si sarebbe sentita davvero?
Anche per me l’idea aveva un doppio volto. Mi eccitava immaginarla nel piacere, ma avvertivo anche un’ombra di gelosia e un sottile senso di colpa.
Per quella mattina avevamo deciso tutto. Le avevo detto che avrebbe incontrato un uomo giovane, forse un po’ impacciato, e che avrebbe dovuto accoglierlo con una dolcezza quasi materna, guidandolo, rassicurandolo.
Le avevo suggerito di farsi trovare con una semplice vestaglia annodata ai fianchi, senza nulla sotto. Non per provocazione, ma per creare un’ambiguità: una presenza insieme accogliente e disarmante.
Paolo lo avevo contattato quasi per caso su un sito. Aveva già avuto esperienze simili, soprattutto con donne di una certa età, e godeva di una reputazione solida. Al telefono mi era sembrato spigliato, mai arrogante, e allo stesso tempo empatico. Mi disse che non era la prima volta che un marito lo coinvolgeva in una situazione simile e che, talvolta, quei contatti si trasformavano in qualcosa di più duraturo, quasi familiare.
La mattina arrivò con una chiarezza quasi crudele.
Alla luce piena, la stanza sembrava diversa: meno complice, più reale. Il letto, rifatto con precisione, non lasciava spazio alle fantasie; lo specchio restituiva un’immagine troppo nitida.
Anna si muoveva lentamente, come se ogni gesto dovesse trovare una propria giustificazione. Aprì la valigia, prese la vestaglia e la lasciò scivolare tra le dita per qualche secondo, prima di indossarla.
«È strano», disse. «Finché ne parlavamo… era tutto più leggero.»
Annuii, senza rispondere.
Quando si sedette davanti allo specchio, il gesto sembrò definitivo.
«Resterai davvero fuori?» chiese.
«Sì.»
Mi guardò attraverso il riflesso, cercando qualcosa nel mio volto.
«Se qualcosa non ti va, lo fermi», dissi.
Sorrise appena.
Uscii.
Il corridoio era silenzioso, quasi irreale. Mi fermai vicino alle scale.
Quando Paolo arrivò, lo riconobbi subito. Più giovane di quanto immaginassi, ma sicuro. Discreto.
«Mi dica», disse. Il fatto che mi avesse dato del "lei" mi fece sentire tuta la distanza generazionale tra lui e noi.
Esitai.
«È mia moglie», dissi infine. «E oggi vuole mettersi alla prova.»
Annuì, senza sorridere.
«Non cercare qualcosa di spettacolare», aggiunsi. «Accompagnala. Falle sentire che può essere sé stessa.»
Mi osservò con attenzione.
«Capisco», disse. Poi, dopo una breve pausa: «Succede più spesso di quanto si creda.»
Non chiarì altro.
«Stia tranquillo.»
Ovviamente non lo ero.
Lo vidi bussare, entrare. Poi da quel momento solo attesa.
Il tempo si dilatò. Provavo a immaginare, ma ogni immagine si fermava subito, come respinta.
A un certo punto mi parve di sentire un rumore—un movimento, forse una voce attutita—ma non ero sicuro che fosse reale. Era la stessa sensazione di quando si aspetta il proprio turno dal medico: ogni minimo suono sembra annunciare qualcosa che non arriva mai.
Non avevo idea di quanto tempo fosse passato.
E ancora attesa.
Quando la porta si aprì, Paolo uscì senza fretta, richiudendola con discrezione. Quando mi vide, non sembrò sorpreso.
«Tutto bene?» gli chiesi.
Esitò appena.
«Direi di sì», disse. «È stato… facile,direi.»
Quel lieve scarto rimase sospeso tra noi.
Se ne andò.
Rimasi immobile ancora qualche secondo, poi mi avvicinai alla stanza. Prima di bussare, appoggiai la mano sulla porta.
Non sentii nulla.LA porta era solo appoggiata ed entrai.
Anna era seduta davanti allo specchio, nuda.
«Sei già qui?» disse, senza voltarsi.
«Sì.»
Nel riflesso vidi il suo viso: composto, ma attraversato da qualcosa di difficile da definire. Gli occhi erano lucidi, ma non di un’emozione semplice.
«Com’è andata?»
Rimase in silenzio.
«Non lo so», disse infine.
Si alzò lentamente, stringendosi le braccia come se avesse freddo.
«È stato piacevole», aggiunse. «Ma anche… no.»
Fece un piccolo gesto, come a correggersi.
«Non brutto. Solo… strano.»
Mi avvicinai.
«Il ragazzo è stato gentile. Attento. Forse troppo.» Accennò un sorriso incerto. «Sembrava sapere già tutto. Come se io non fossi davvero necessaria.»
Mi guardò.
«E io volevo esserci. Davvero. Me lo ero immaginato diverso… ma una parte di me restava fuori.»
Le sfiorai il braccio.
«Sentivo le cose», disse piano, «ma era come se non mi appartenessero del tutto.»
Una pausa.
«Con te non è così.»
La voce si abbassò.
«Con te non devo decidere chi sono.» Esitò un istante, poi aggiunse: «Guardandomi nello specchio, con lui accanto… ho visto una donna che non riconoscevo fino in fondo. E questo mi ha fatto più effetto di tutto il resto.»
Si avvicinò.
«Lì dentro era tutto possibile», sussurrò. «Ma non tutto era vero.»
Fece un respiro lento.
«Quando ci siamo avvicinati davvero… lui è stato attento, premuroso. Si è accorto che ero trattenuta. E a un certo punto mi sono lasciata andare, sì… ma più alle sensazioni che a lui.»
Abbassò lo sguardo.
«È stato piacevole», disse. «Ma anche strano. Come se mancasse qualcosa che non dipendeva da lui.»
Poi alzò appena il viso verso di me.
«Forse è questo che ho capito: che da sola non basta nemmeno il desiderio. O forse basta, ma non nello stesso modo.»
Rimase in silenzio per qualche secondo.
«Quando è finita, ho provato quasi sollievo. Non perché non volessi continuare, ma perché mi sono accorta che quello che davvero cercavo non era lì.»
La strinsi senza parlare.
E mentre restavamo così, vicini, mi attraversò il pensiero che forse avevamo sbagliato a cercare altrove ciò che poteva esistere solo dentro il nostro stare insieme. O forse no. Forse era accaduto proprio per mostrarci che certe cose non funzionano che a due, quando entrambi sono davvero presenti.
Anna non disse altro. Ma nel modo in cui rimase tra le mie braccia capii che anche per lei la domanda restava aperta.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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