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Scambio di Coppia

Il segreto di Erasmo da Predjama


di Membro VIP di Annunci69.it CoppiaFelix2024
18.06.2026    |    24    |    2 8.7
"Felicia, con la testa dietro il culo di Federico, dimenava la lingua fra i miei testicoli e quelli del nostro amico..."
La serata era iniziata come tante altre vacanze estive. Nel campeggio di Lubiana l'aria era tiepida, la musica proveniva dal piccolo palco allestito vicino al ristorante e le luci colorate si riflettevano sui bicchieri e sui sorrisi degli ospiti. Io e Felicia ci eravamo lasciati trascinare dal ritmo di alcune canzoni balcaniche quando notammo una coppia poco distante. Lui, Federico, portava i suoi cinquant'anni con naturale eleganza; lei, Elena, aveva uno sguardo vivace e curioso che sembrava osservare ogni cosa con autentico interesse. Fu Felicia a rompere il ghiaccio. Una battuta sul vino sloveno, una risata condivisa e, nel giro di pochi minuti, sembrava che ci conoscessimo da anni. Parlammo fino a tarda notte. Di viaggi, di castelli, di immersioni, di montagne e di quelle deviazioni improvvise che rendono memorabile una vacanza. La sintonia era così spontanea che il giorno successivo decidemmo di trascorrerlo insieme. Fu durante la colazione che proposi una visita al Castello di Predjama. «Lo conosco bene» dissi. «Ci sono già stato diverse volte. È uno dei luoghi più straordinari che abbia mai visto.» Gli occhi di Elena si illuminarono immediatamente. «Quello costruito dentro la parete di roccia?» Annuii. «Proprio lui.» Partimmo nel primo pomeriggio. Quando il castello apparve davanti a noi, incastonato nella gigantesca parete calcarea, sembrò emergere direttamente dalla montagna. Le sue mura si fondevano con la roccia in modo così perfetto da sembrare parte della natura stessa. Per ore visitammo sale, cortili, passaggi e stanze. Ovunque aleggiava la leggenda di Erasmo di Predjama, il cavaliere ribelle che aveva trasformato quella fortezza in un simbolo di indipendenza e sfida. Poco prima della chiusura incontrammo il vecchio custode che conoscevo da anni. Il tempo aveva imbiancato completamente i suoi capelli, ma il sorriso era rimasto lo stesso. Scambiammo qualche parola e, dopo una breve conversazione, accettò di concederci un privilegio eccezionale. Avremmo potuto rimanere nel castello fino al mattino. Quando l'ultimo visitatore lasciò il complesso e i grandi portoni si chiusero, un silenzio profondo avvolse ogni cosa. Rimasero soltanto le fioche luci di sicurezza, sufficienti appena a disegnare contorni e ombre. Il vecchio custode ci consegnò una piccola mappa. «Erasmo nascondeva messaggi e simboli ovunque» disse. «Consideratela una caccia al tesoro.» Poi scomparve. Rimanemmo soli, padroni per una notte del castello. Le prime tappe del percorso ci portarono attraverso corridoi quasi invisibili, scalinate scavate nella roccia e piccole stanze dimenticate. A ogni indizio corrispondeva una leggenda. A ogni leggenda, una nuova destinazione. La notte sembrava appartenere soltanto a noi. Procedendo insieme, qualcosa iniziò lentamente a cambiare. Non accadde nulla di improvviso. Furono piccoli dettagli. Una mano offerta per superare un gradino. Uno sguardo trattenuto più del necessario. Una confidenza raccontata sottovoce. Le mura secolari del castello sembravano custodire non soltanto la storia di Erasmo, ma anche le emozioni che stavano nascendo tra noi. In una sala affacciata sul vuoto della grotta, Elena raccontò un sogno che coltivava da anni: visitare luoghi dimenticati dal tempo. Federico confessò la sua passione per l'avventura. Felicia parlò della libertà che provava quando si trovava lontana dalla routine quotidiana. Io ascoltavo tutti e tre, osservando come le nostre storie si stessero intrecciando. L'ultima parte della caccia al tesoro ci condusse nelle stanze superiori dove, secondo la leggenda, si trovava la camera da letto di Erasmo. E fu lì che trovammo, a ridosso di una nicchia, un grande letto con baldacchino. Era ben visibile che non fosse antico né originale. Le lenzuola erano pulite e l'ambiente odorava di lavanda. Diverse bottiglie di profumo, con le cannucce di bambù immerse nel liquido odoroso, erano sparse per la grande stanza. Elena, incurante dell'oltraggio che stava compiendo, si lanciò sul letto e quasi rimbalzò. Il materasso era alquanto duro. Ma non scomodo, osservò lei. «Venite» disse. «Ci stiamo bene tutti e quattro!» «Ma è vietato» rilanciai. «Perché, la nostra presenza a quest'ora è consentita?» ribatté Elena. E mi tirò sul letto. Io caddi sul materasso e su di lei. «Ti ho fatto male?» chiesi preoccupato. «Macché!» mi rispose. E io, allora, afferrai Felicia per la gonna e la costrinsi a salire sul letto. Federico, rimasto solo ai piedi del baldacchino, si lanciò a tuffo nello spazio lasciato, casualmente, vuoto. «Ed io no?» disse ridendo. «Vuoi vedere che, se arriva Erasmo, la prima testa a cadere è la mia?» E nascose il capo sotto uno dei grandi “salsicciotti” che fungevano da cuscino. Sembravamo quattro ragazzini consapevoli, o meglio inconsapevoli, che stavano facendo una birichinata. Restammo però immobili, l'uno vicino all'altro, a guardarci intorno e a osservare il soffitto arricchito da un affresco raffigurante una scena bucolica: una campagna in fiore di lavanda e animali al pascolo. Dava serenità. In quel silenzio surreale e alla fioca luce delle lampade di sicurezza scattò quel desiderio fino ad allora sopito. Felicia mi attrasse a sé e mi baciò profondamente sulla bocca. Conoscevo quel suo modo di baciarmi. Non era solo amore. Era il richiamo del sesso.
Con la coda dell'occhio vidi che anche Elena si baciava con Federico. Le mani di Felicia cercavano quelle di Elena. Ne trovò una. Mentre continuava a baciarmi, portò la mano di Elena sul suo petto. Mi lasciò per sbottonarsi la camicetta. Fu lesta. Rimasta a petto nudo, offrì il suo seno alla bocca di Elena. Io e Federico restammo a guardare. Più attoniti che meravigliati. Anche Elena, ansimante, si denudò del tutto. Felicia la seguì e le due si lanciarono in un 69 rumoroso di baci e di leccate umide dei loro umori. Io e Federico seguimmo l'esempio e ci denudammo. Io penetrai Felicia mentre Elena continuava a baciarle il clitoride. Stessa cosa fece Federico. Sollevai le gambe a Felicia e le posizionai il cazzo sull'ano. Elena me lo prese in bocca e, con la saliva, lo lubrificò. Impalai Felicia mentre Elena continuava a immergere la sua lingua nella vagina. Federico comprese al volo e mi imitò. Le donne erano piene di loro e di noi. «Ne voglio due» disse Felicia. E, divincolandosi da Elena, si pose a cavalcioni su Federico. Io le passai dietro e, allargando le sue natiche, la penetrai nell'ano. Sentivo il cazzo di Federico premere contro la parete che divide lo sfintere anale dalla vagina. Era come farsi un ulteriore massaggio al pene ogni volta che i due membri si trovavano dentro Felicia. Elena, distesa di lato, baciava sulla bocca ora Federico, ora Felicia. E lei venne. Emanò un urlo che, se vi fosse stato Erasmo nei paraggi, l'avrebbe “resuscitato”. Dopo di lei fu il turno di Elena. Fu lei a salirmi addosso e Federico le impalò l'ano. Felicia, con la testa dietro il culo di Federico, dimenava la lingua fra i miei testicoli e quelli del nostro amico. «Vengo! Vengo!» urlò Elena. E volle liberarsi del peso del marito per sedersi sulla faccia di Felicia. Lei bevve il suo umore fino a quando l'orgasmo di Elena si fermò. «Girati» mi disse perentorio Federico. Io non seppi, o non volli, replicare a quell'ordine così perentorio. Mi voltai bocconi e il palo di Federico entrò nelle mie viscere. Il dolore iniziale fece spazio alla libido. Inarcai la schiena e Felicia mi prese il cazzo in bocca. Ero pieno. Sentii il caldo dello sperma nello sfintere mentre venivo in bocca a Felicia. Furono entrambe le donne a “ripulire” il risultato degli orgasmi miei e di Federico. Rimanemmo poi l'uno accanto all'altro, senza pudore e senza vergogna. Ci addormentammo come quattro bambini. L'albeggiare ci svegliò di soprassalto. Spaventati dal pericolo di essere colti in quello stato, saltammo giù dal letto. Ci rivestimmo e rifacemmo quel giaciglio. Tutto in silenzio. Poi, uscendo da quella stanza e dando un ultimo sguardo di verifica affinché tutto fosse in ordine, scoppiammo in sonore risate e, tenendoci tutti per mano, ci avviammo verso l'atrio, aspettando l'arrivo del custode. Egli arrivò puntuale e ci chiese se avessimo avuto problemi. Lo rassicurammo e, ringraziandolo, gli infilai in una tasca cinquanta euro. Se li era meritati. Uscendo, su una roccia vedemmo incisa una scritta: “La vera ricchezza è il viaggio condiviso.” Perfettamente vero! La luce del sole cominciava a filtrare tra le montagne slovene. Restammo a guardarla in silenzio. Vicini. Sereni. Consapevoli che qualcosa di importante era accaduto. Non una semplice amicizia nata in vacanza. Qualcosa di più raro. Più profondo. Quando il castello riaprì le porte ai visitatori, i primi turisti iniziarono ad arrivare. Noi ci mescolammo tra loro con naturalezza. Nessuno avrebbe potuto immaginare che avevamo trascorso l'intera notte all'interno di quelle mura. Nessuno avrebbe potuto leggere nei nostri sorrisi il segreto custodito da Predjama. Lasciammo il castello senza voltarci subito. Solo dopo alcuni metri mi fermai. Guardai ancora una volta la fortezza incastonata nella roccia. E mi sembrò che le sue antiche finestre stessero osservando la nostra partenza. Come se Erasmo stesso sapesse che, per una notte soltanto, il suo castello aveva protetto un'altra storia destinata a rimanere custodita tra le ombre e le leggende di Predjama.
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