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Resurrezione di Donna - Cap. 29


di Lauretta_Stefano
07.07.2026    |    142    |    2 9.3
"Non alzò gli occhi quando sentì la porta dell'ufficio aprirsi, pensava fosse Riccardo che tornava da una chiamata..."
La luce del mattino invase la stanza con la stessa veemenza con cui gli orgasmi avevano travolto Fabiola. Aprì gli occhi lentamente, il corpo ancora immerso in quella deliziosa pesantezza che segue un sonno profondo e sereno. Le lenzuola di seta erano morbide e delicate contro la sua pelle nuda, e per un momento rimase disorientata, senza capire dove si trovasse.
Poi i ricordi della notte precedente la investirono come un'onda. Il corpo di Riccardo contro il suo, le sue mani ovunque, la sua bocca che le dava piacere, la potenza dei loro orgasmi. Sentì una fitta di calore tra le cosce al ricordo di come l'aveva presa, di come era venuta urlando il suo nome, di come non percepisse di essere stata usata, ma di aver condiviso pienamente un momento di piacere con sincerità.
Si alzò di soprassalto, il cuore che batteva forte. Le lenzuola scivolarono via, lasciando il suo corpo completamente esposto alla luce del mattino. I suoi capelli neri erano un disastro di ciuffi aggrovigliati, e tra le cosce sentiva ancora l'umidità del piacere della notte. Si portò le ginocchia al petto, cercando di coprirsi istintivamente.
"Buongiorno."
La voce di Riccardo arrivò dalla parte opposta della stanza. Fabiola si voltò di scatto e lo vide seduto in una poltrona di pelle vicino alla finestra, completamente vestito con una camicia azzurra e pantaloni scuri. I suoi capelli brizzolati erano già pettinati con cura, e i suoi occhi scuri la fissavano con un'intensità che la fece arrossire.
"Mi dispiace," disse lei, cercando con lo sguardo qualcosa con cui coprirsi. "Non volevo addormentarmi. Io ..."
"Non scusarti." Riccardo si alzò dalla poltrona con movimenti straordinariamente leggeri, andando verso il letto. I suoi occhi percorsero il corpo di lei con una possessività che le fece correre un brivido lungo la schiena. "Per me è stato bello averti qui. Tutta la notte, e guardarti dormire … serena."
Fabiola sentì le guance scaldarsi. C'era qualcosa nel modo in cui lui la guardava, privo di lussuria, ma con una tenerezza che la spaventava quasi di più. Abbassò lo sguardo sulle proprie mani, intrecciate strettamente sulle ginocchia.
Ma quando rialzò gli occhi, notò qualcosa nel suo volto. Un'ombra dietro il sorriso. Una tensione quasi impercettibile agli angoli della bocca. Lo conosceva abbastanza bene ormai da riconoscere quando qualcosa lo turbava.
"Cosa c'è che non va?" chiese, la voce più ferma del necessario che contrastava con il tumulto nel cuore, convinta che fosse già tutto consumato, tutto finito.
Riccardo esitò. Si passò una mano tra i capelli, un gesto che Fabiola aveva imparato a riconoscere come un segno di incertezza. Poi si sedette sul bordo del letto, mantenendo una distanza rispettosa.
"Nulla che non va," disse lentamente, scegliendo le parole con cura. "Ma temo che questa notte possa... creare delle illusioni."
Fabiola rimase immobile, aspettando, completamente disorientata da quell’affermazione che per lei era del tutto imprevista.
"Io sono molto più vecchio di te, Fabiola. Ho vent'anni più di te." I suoi occhi scuri incontrarono quelli azzurri di lei. "E so che non voglio avere qualcuno da perdere. So che hai il diritto di andartene in qualsiasi momento, ed è giusto sia così."
Lei aprì la bocca per protestare, ma lui alzò una mano per fermarla.
"Ti ho promesso rispetto. E questo significa essere onesto con te." Fece una pausa, lo sguardo che si spostava verso la finestra. "Non voglio tenere le distanze. Ma voglio che tutto sia chiaro tra noi."
Fabiola sentì un nodo stringersi in gola. Nessuno, nessuno le aveva mai parlato così. Con una tale onestà brutale. Con così tanto rispetto per la sua autonomia. Tutti gli uomini che aveva conosciuto volevano qualcosa da lei: il suo corpo, la sua sottomissione, la sua gratitudine. Nessuno le aveva mai chiesto di essere chiara su cosa volesse lei.
"Riccardo," disse, la voce che tremava leggermente. Allungò una mano per toccare la sua, intrecciando le dita con le sue. "Nessuno è mai stato così sincero con me. Mai."
Lui le strinse la mano, ma non disse nulla.
"Grazie," continuò lei. "Ma non devi preoccuparti. Conosco il mio ruolo." Prese un respiro profondo, costringendosi a sostenere il suo sguardo. "Sono una tua dipendente. Abbiamo un accordo, e io ho scelto di accettarlo. L’ho scelto io Riccardo, nessuno mi ha obbligata. E adesso mi basta il rispetto che ho ricevuto fino a questo momento, per dirti che ..."
Riccardo sembrò sul punto di dire qualcosa, ma lei continuò.
"Quando vorrai una puttana, avrai una puttana." Le parole uscirono con una sicurezza che sorprese anche lei. "Quando vorrai una segretaria che si impegna al massimo, l'avrai. E quando vorrai una complice per fare l'amore..." Fece una pausa, il respiro che si faceva più corto. "Io ti darò amore."
Per un lungo momento, nessuno dei due parlò. Poi Riccardo si portò la mano di lei alle labbra, baciando le nocche con una dolcezza che le fece venire le lacrime agli occhi.
"Grazie," disse lui, la voce roca. "Grazie per avermi capito."
Si sporse in avanti e la baciò, un bacio lento, tenero, completamente diverso dalla fame della notte precedente. Le sue labbra si mossero contro quelle di lei con una reverenza che la fece sentire preziosa, non usata. Quando si separarono, entrambi respiravano più affannosamente.
"Ora," disse Riccardo alzandosi dal letto con un sorriso nuovo, rilassato e complice, disse "ho una riunione tra un'ora. E tu hai un ufficio da gestire."
Fabiola sorrise, il cuore che si gonfiava di qualcosa che non osava nominare. "Sì, capo."


I mesi che seguirono furono una scoperta in più sensi.
Fabiola imparò il lavoro con una dedizione che sorprese perfino Riccardo. Organizzava la sua agenda con precisione millimetrica, gestiva le chiamate importanti, filtrava i visitatori indesiderati. Il suo ufficio divenne il centro nevralgico dell'impero di affari, investimenti e speculazioni di Riccardo, e lei ne conosceva ogni segreto, ogni dettaglio. Senza dimenticare nulla, memorizzando ogni nome, ogni transazione, ogni calcolo con una precisione che, in alcuni momenti, quasi la spaventava perché del tutto naturale.
Ma imparò anche altro.
Imparò che Riccardo preferiva i suoi pompini dopo le riunioni stressanti, quando entrava nel suo ufficio chiudendo a chiave la porta e si sedeva sulla sua poltrona di pelle, senza chiedere nulla, attendendo che lei capisse, e soprattutto che lei volesse. Imparò che le sue mani nei capelli di lei erano una guida, non una forzatura, che le chiedeva di rallentare o accelerare con la pressione delle dita, mai con la forza.
Una volta, dopo un incontro particolarmente difficile con un investitore di Milano, lui entrò nel suo ufficio con la mascella contratta. Fabiola non disse nulla. Si limitò ad alzarsi dalla scrivania, chiudere lei stessa la porta a chiave, e inginocchiarsi davanti a lui mentre si sedeva sulla poltrona.
Gli slacciò i pantaloni con movimenti calmi, liberando il suo cazzo già mezzo duro. Lo prese in bocca senza fretta, assaporando il peso di lui sulla sua lingua, sentendolo crescere e indurirsi mentre lo succhiava lentamente.
"Cristo, Fabiola," gemette lui, le mani che si infilavano tra i suoi capelli. "Sei … sei …."
Non finì la frase. Lei lo prese più a fondo, rilassando la gola come aveva imparato a fare, sentendo la punta di lui toccare il fondo. Succhiò con più forza, la lingua che lavorava la parte inferiore del suo cazzo mentre le labbra stringevano la base.
Lui venne con un gemito strozzato, il seme caldo che le riempiva la bocca. Fabiola ingoiò ogni goccia, poi lo pulì lentamente con la lingua prima di rialzarsi.
"Meglio?" chiese con un sorriso innocente.
Riccardo rise, una risata vera, profonda. "Molto meglio."
Ma imparò anche che a volte era lei a volerlo provocare perché aveva bisogno delle sue mani, del suo corpo e del suo calore.
Come quel pomeriggio in cui decise di nuotare nella piscina della villa indossando solo un micro-costume, poco più di un filo che si nascondeva fra le sue natiche sode e sporgenti, e un triangolino di stoffa quasi inesistente che copriva a malapena la sua figa completamente depilata. Sapeva che Riccardo era tornato presto dall'ufficio, poteva sentire i suoi passi sul pavimento di pietra del patio.
Si stiracchiò sul bordo della piscina, lasciando che il sole asciugasse le gocce d'acqua sulla sua pelle. Sentì i suoi occhi su di lei ancora prima di vederlo.
"Fabiola."
La voce di lui era un avvertimento. Lei si voltò lentamente, fingendo sorpresa.
"Signor Lombardi. È tornato presto."
Lui era in piedi sul bordo della piscina, completamente vestito nonostante il caldo, gli occhi scuri che percorrevano il suo corpo quasi nudo.
"Lo stai facendo apposta," disse, non come una domanda, e neppure come un’accusa, ma con una nota di complice divertimento.
Fabiola si alzò dall'acqua con movimenti lenti, lasciando che il costume bagnato aderisse a ogni curva del suo corpo. I capezzoli erano duri e visibili, esposti al sole, dritti come dita che indicavano ciò che voleva.
"Fare cosa?" chiese con finta innocenza.
Lui attraversò la distanza tra loro in due passi lunghi. Le sue mani furono sui suoi fianchi, sollevandola come se non pesasse nulla, e poi la sua bocca fu su quella di lei, un bacio passionale, esigente, che le fece piegare le ginocchia.
"Provocarmi," ringhiò contro le sue labbra. "Perché sai che non posso resisterti."
Riccardo si tuffò nella piscina con Fabiola avvinghiata a lui, vestito, senza preoccuparsi di nulla se non strappare quel micro-costume. Fabiola sentì l'acqua fresca sulla sua pelle nuda, sulla sua figa già in infuocata per l'anticipazione del piacere. Poi lui la girò, piegandola sul bordo della piscina, e sentì il rumore della sua cintura che si slacciava.
"È questo che volevi?" chiese lui, la voce roca.
"Sì," ansimò lei. "Dio, sì."
Lui la penetrò con una spinta possente, riempiendola completamente. Fabiola gridò, le mani che artigliavano il prato mentre lui la scopava con una forza che la fece tremare. Ogni spinta la portava più vicino al limite, e quando sentì le sue dita sul suo clitoride, venne con un urlo che echeggiò nel giardino.
Riccardo la seguì oltre il limite pochi secondi dopo, svuotandosi dentro di lei con un gemito gutturale.
Rimasero così per un momento, entrambi ansimanti. Poi lui la sollevò tra le braccia, uscì dalla piscina e la portò dentro casa, mentre i loro corpi gocciolavano acqua e piacere.
"Ti voglio nel mio letto," disse semplicemente. "Tutta la notte."
E altre notti furono proprio quello, momenti in cui il sesso era lento, pieno di tenerezza. Notti in cui lui la guardava negli occhi mentre si muoveva dentro di lei, in cui le sue mani le accarezzavano il viso con una dolcezza che le faceva male al petto. Notti in cui, dopo, rimanevano abbracciati al buio, i corpi intrecciati, a respirare insieme nel silenzio.
Fabiola non chiedeva cosa significasse. Non ne aveva bisogno. Sapeva chi era, qual era il suo posto, quale era il suo ruolo. Le bastava, perché quel rispetto che riceveva, quella chiarezza, quella sincerità disarmante, era talmente nuova e appagante che lei la considerava qualcosa di tremendamente vicino all'amore. Sapeva di non aver mai realmente conosciuto l'amore, almeno non quello descritto nei film, nei romanzi, nelle storie sentite di sfuggita nelle trasmissioni televisive. Ma a lei non importava, perché finalmente, quel posto sembrava giusto per lei, e lei si sentiva giusta per quel luogo, e per quell'uomo che le dimostrava rispetto e passione, come fossero due elementi indissolubili.


Il pomeriggio in cui tutto cambiò, Fabiola stava lavorando alla sua scrivania nell'anticamera dell'ufficio di Riccardo. Era un martedì qualunque, il sole filtrava dalle grandi finestre, e lei stava rivedendo i documenti per una riunione della settimana successiva.
Non alzò gli occhi quando sentì la porta dell'ufficio aprirsi, pensava fosse Riccardo che tornava da una chiamata.
"Devi essere la famosa Fabiola."
La voce era sconosciuta, acuta, con un forte accento milanese. Fabiola alzò lo sguardo e vide un uomo sui sessant'anni fermo sulla soglia. Era basso, sovrappeso, con i capelli radi pettinati in un disperato tentativo di nascondere la calvizie. Indossava un completo costoso che sembrava troppo stretto.
"Possiamo aiutarla?" chiese Fabiola, mantenendo un tono professionale.
L'uomo sorrise, un sorriso che le fece accapponare la pelle perché incredibilmente simile a quello di Renato. "Oh, credo che tu sappia esattamente come aiutarmi." Si chiuse la porta alle spalle e avanzò verso la scrivania. "Ho visto alcuni video sai? Anche quello che hai fatto con quella trans..." Fece un verso di apprezzamento. "Davvero notevole."
Fabiola sentì il sangue gelarsi nelle vene. Strinse i pugni sotto la scrivania, le unghie che affondavano nei palmi.
"Non credo sia appropriato parlarne," disse, la voce ferma nonostante il cuore che le martellava nel petto.
"Andiamo, non fare la timida ora." L'uomo aggirò la scrivania, avvicinandosi troppo. "Sono Andrea. Collaboro con Riccardo da anni. E so riconoscere una puttana quando ne vedo una." Allungò una mano verso il suo viso. "Pensavo di provarne anch'io il servizio ..."
Fabiola si mosse senza pensare. La sua ginocchiata lo colpì dritto ai testicoli con una precisione che veniva da dentro, dettata dalla rabbia, dalla disperazione e dalla vergogna. Ma soprattutto era figlia della paura, di cosa avrebbe pensato e fatto Riccardo. L'essere stata riconosciuta da un suo stretto collaboratore avrebbe significato essere cacciata? Ne avrebbe avuto tutto il diritto, perché lui era Riccardo Lombardi, e lei solo una puttana che aveva venduto il suo corpo, che aveva ceduto a farsi riprendere mentre veniva scopata, usata, umiliata.
Andrea si piegò in due con un ululato di dolore, le mani sull'inguine. Proprio in quel momento, la porta dell'ufficio si aprì.
Riccardo entrò, il volto già contratto in una maschera di rabbia gelida. I suoi occhi si spostarono da Andrea, che gemeva sul pavimento, a Fabiola, che era in piedi dietro la scrivania con i pugni ancora stretti.
"Cosa succede qui?" La sua voce era bassa, pericolosamente bassa.
"Questa... questa puttana..." Andrea cercò di rialzarsi, il viso rosso di dolore e umiliazione. "Mi ha aggredito! E dopo tutto quello che ho visto fare nei suoi filmi porno ..."
"Esci."
La parola tagliò l'aria come una lama. Andrea si immobilizzò.
"Riccardo, non puoi parlare sul serio. Questa è solo una puttana."
"So tutto di Fabiola." Riccardo avanzò verso di lui, ogni passo carico di una minaccia silenziosa. "So del suo passato. So da dove viene. E so cosa vale." I suoi occhi scuri erano gelidi. "È il mio braccio destro. E tu pensi di poterle mancare di rispetto?"
Andrea indietreggiò, gli occhi spalancati. "Io... non sapevo che fosse così importante per te."
"È importante perché è una persona. E tu sei nella posizione sbagliata per lavorare con me." Riccardo gli puntò un dito contro il petto. "Sei licenziato."
"Non puoi ..."
"E se proverai a parlare di Fabiola con chiunque ..." Riccardo si interruppe, un sorriso freddo che gli curvava le labbra. "Tua moglie scoprirà tutti i tuoi tradimenti. Ogni singolo dettaglio. E io l’aiuterò a rovinarti."
Il sangue defluì dal viso di Andrea. "Tu non oseresti."
"Mettimi alla prova."
Per un lungo momento, nessuno si mosse. Poi Andrea raccolse la sua valigetta da terra e uscì dall'ufficio senza voltarsi indietro.
Quando la porta si chiuse alle sue spalle, il silenzio fu assoluto.
Fabiola rimase immobile, il corpo che tremava. Sentiva le lacrime che premevano dietro gli occhi, ma cercò di trattenerle. Non qui. Non davanti a lui.
"Fabiola."
La voce di Riccardo era cambiata, più morbida, quasi tenera. Lei non alzò lo sguardo.
"Mi dispiace," disse lei, la voce che tremava. "Il mio passato... non avrei dovuto permettergli di ..."
"Guardami."
Lei alzò lentamente gli occhi. Ciò che vide nel suo sguardo la fece tremare, non c'era rabbia, non c'era delusione. C'era solo una profonda, insondabile dolcezza.
"Non devi scusarti." Le si avvicinò, allungando una mano per asciugarle la lacrima che le era scesa sulla guancia. "Sono io che devo scusarmi. Per avere un collaboratore così indegno."
Fabiola lasciò cadere le difese. Le lacrime scesero liberamente mentre lui la attirava tra le sue braccia, tenendola stretta contro il suo petto. Profumava di legno e cuoio, di casa.
"Non è colpa tua," le sussurrò tra i capelli. "Non lo è mai stato."
Lei si aggrappò a lui, il corpo scosso dai singhiozzi. "È per questo che non cerco mio figlio," confessò tra le lacrime. "Per questo e per tutto il resto. Non voglio che il mio passato lo contamini. Non voglio che qualcuno gli dica cosa era sua madre."
Le mani di Riccardo si strinsero sulla sua schiena. Per un momento, nessuno dei due parlò.
Poi lui si scostò leggermente, sollevandole il mento con un dito per incontrare i suoi occhi.
"Fabiola," disse, la voce ferma. "È giunto il momento di trovarlo."
Lei scosse la testa. "Non posso, non posso fargli questo."
"Penserò a tutto io." I suoi occhi scuri erano fissi nei suoi, pieni di una determinazione che le fece mancare il respiro. "Lo troverò. E mi assicurerò che sappia la verità, tutta la verità su sua madre."
Le lacrime ripresero a scorrere, ma queste erano diverse. Erano lacrime di qualcosa che sembrava un’occasione, vera, reale, per rinascere definitivamente e, proprio per questo, era completamente terrorizzata.
"Perché?" sussurrò. "Perché fai questo per me?"
Riccardo la guardò a lungo. Poi si chinò per baciarle la fronte, un gesto così tenero, a cui non sapeva abituarsi, e che ogni volta le provocava una fitta al centro del cuore.
"Perché te lo meriti," disse semplicemente. "E perché nessuno dovrebbe vivere senza sapere che sua madre lo ama."
Fabiola chiuse gli occhi, lasciandosi cullare dal calore del suo abbraccio. Iniziava a credere veramente che la sua vita meritasse una seconda possibilità, senza che il passato la definisse per sempre.
Che forse, solo forse, c'era un futuro con la possibilità di provare vera gioia e felicità.
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