Lui & Lei
E nel caso saprei tornarci ...
02.07.2026 |
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"Un attimo e il mio vestito è in vita mentre un cazzo notevole si fa strada da dietro..."
Non so se capita anche voi in quei torridi pomeriggi estivi, dove l’asfalto sembra sciogliersi sotto ai piedi. Durante quelle ore in cui il sole a picco batte in testa nelle vie semivuote e si è grati anche di quel filo d’ombra che regalano gli striminziti alberi cittadini, quelli con la chioma addomesticata. Sembra che un’enorme lente di ingrandimento concentri tutti i raggi sulla mia scollatura facendo letteralmente bruciare la mia pelle. Non c’è ventaglio o aria condizionata che tenga, l’unica soluzione è la saliva.
Non so se capita anche a voi, ma è proprio quello il momento in cui mi sale quella tremenda voglia di cazzo, come se fosse un ghiacciolo pronto a rinfrescarmi l’anima.
Ma una voglia talmente prepotente che non mi importa se non sono depilata alla perfezione, se ho il reggiseno scompagnato e le mutande della nonna. Mi importa solo di trovare un solido e vigoroso uccello che con gioia e ironia mi dia sollievo, scopandomi posseduto dalla stessa voglia priva di giudizio orientata al reciproco godimento.
Il problema, e questo è il punto in cui di solito chiedo l’aiuto dell’universo, è trovare la materia prima.
Mi siedo a riprendere fiato su una panchina, subito si affianca un giovane ragazzo, di quelli in tuta. Mi sa che sotto non ha niente da come manovra la verga attraverso il tessuto. Rimane a mezzo metro con gli occhi fissi sul rivolo di sudore che scompare fra i miei seni come un ruscelletto in un canyon. Impasta sempre più frenetico il cavallo dei suoi pantaloni. Un sospiro e se ne va.
Accavallo le gambe dispiaciuta: era carino, se solo mi avesse rivolto la parola.
Rimango seduta ancora un po’ nell’ombra di questa siepe polverosa, a occhi chiusi, sventagliandomi con la settimana enigmistica. Mi perdo in qualche fantasticheria e mi rendo conto che certamente ho voglia di scopare, ma deve essere qualcosa che mi agganci, altrimenti me ne torno a casa dal mio fidato ovetto e risolvo così questo appetito che mi tormenta.
“Permette? Posso fare io?”
Mi viene sfilata la settimana enigmistica e un uomo prende a sventagliarmi fissandomi negli occhi. Ha una certa età, un velo di barba sfatta decora le pieghe del suo volto.
“Lei non sa ai miei tempi cosa non le avrei fatto. Una donna sola su una panchina era la preda ideale. Le avrei preso la mano me la sarei appoggiata sulla coscia in modo che muovendomi le avrei fatto sentire la mia mercanzia di acciaio.”
Lo fa sul serio. Istintivamente tasto e attraverso il tessuto dei pantaloni lisi, ma con la piega, sento un qualcosa di barzotto.
“S’immagini cosa può diventare con la pillola blu, io ho un cobra nei pantaloni. E poi se viene con me, dopo le faccio anche un regalo, so essere molto generoso.”
Non mi piace questa idea da uomo sconfitto, che nemmeno prendeva in considerazione l’idea che avrei potuto ospitare il suo cazzo a prescindere. In qualche modo sospende il mio desiderio, mi allontano sconsolata.
Di fronte c’è un bar, mi accomodo al tavolino. Il cameriere sembra uscito da una rivista con il suo perfetto grembiule lungo stretto in vita.
“Un aperol sour, prego.” È ancora presto per un vero aperitivo.
“Certo, signora, arriva subito.” È una voce di velluto che risveglia di un botto quello che il vecchio ha anestetizzato. Sono punto a capo, con la mia fica vogliosa che pulsa in quest’afa e il cameriere dietro al bancone a shakerare.
È maschio quanto basta, intento a versare il cocktail nel bicchiere. Non mi pare mi abbia guardato due volte, ma quella voce inselvatichiva tutti i miei ormoni. Potrei coinvolgerlo in una conversazione, lasciarmi avvolgere da quei toni così caldi e poi scappare a casa.
Depone il bicchiere davanti a me assieme a olive e una tartina.
“Che caldo oggi!” esordisco neutra.
“Si, parecchio.” Indifferente.
“Nemmeno ci sono molti clienti, mi pare.” Cerco l’aggancio.
“A quest’ora no, di solito arrivano più tardi, con il fresco.”
Niente da fare, la conversazione non si avvia. Pazienza, mi accontento di questi quattro brividi e già mi vedo a cosce spalancate sul divano di casa.
“Quanto le devo?”
“Le sue mutandine.” È un pugno allo stomaco. Mi paralizza per un istante.
“Prego?”
“Mi deve le sue mutandine.” Gli occhi nocciola fissi nei miei, come se avesse detto quattroeuroecinquanta.
Non prendo nemmeno in considerazione l’idea di rifiutarmi e faccio per andare in bagno.
“No.” Mi blocca. “Non si va mica in bagno per tirare fuori il portafogli dalla borsetta. Aspetto.”
Mi contorco per superare le natiche mentre sul marciapiedi passa una nonna che spinge un passeggino. Attraverso il tessuto dell’abito aggancio l’elastico e riesco a farle scendere fino alle ginocchia.
Aspetto che non ci sia nessuno e in maniera non proprio elegante infilo una mano sotto all’abito, le abbasso fino alle caviglie. Sfilo un piede e poi l’altro stando ben attenta a non farle toccare a terra. Durante l’operazione penso che le mie mutandine valgano ben di più di un aperitivo.
Allunga il vassoio. Sono talmente fradice, che mi sarei aspettata un rumore umido mentre le lascio cadere al centro.
“E il resto?”
“Il resto se lo viene a prendere in cassa, signora.” Mi informa impassibile andandosene.
Assieme all’aperitivo mi consumo gli occhi per vedere cosa fa. Pulisce il bancone con calma, asciuga i bicchieri uno per uno e io mi immagino quelle mani sul mio corpo. L’aria mi sembra quasi fresca rispetto alla voglia che mi brucia dentro. Finisce le sue cose, si leva il grembiule e mi fissa aspettandomi.
Succhio un cubetto di ghiaccio per compensare la salivazione azzerata dalla disperata voglia che mi pervade.
Non sono più in grado di stare seduta. Ogni passo verso la cassa mi rende consapevole della mia fica bagnata e sconfortata.
“Prego?” e con un passo è alla cassa.
Lo vedo adesso, il cazzo duro che spinge nei pantaloni ed è come se mi stesse già fottendo.
“Sono venuta per il resto.” Non riesco ad evitare quel tono da femmina in calore che non vede l’ora di essere sbattuta.
Mi incastra alla testa del bancone. Un attimo e il mio vestito è in vita mentre un cazzo notevole si fa strada da dietro.
Non so se esiste il concetto di orgasmo precoce, ma appena questa nerchia arriva a fine corsa nella mia fica, godo come un’assetata nel deserto che beve il primo sorso.
“Buongiorno”
Alla stessa velocità si sfila, il mio abito copre le cosce fradice.
“Buongiorno, desidera?”
“Un caffè, grazie” Ma questo deficiente proprio adesso doveva arrivare?
“Ho interrotto qualcosa?” s’informa pure il coglione, che a guardarlo bene farebbe anche al caso mio.
“No.” gli risponde il barista e forse mi sfugge qualcosa. “Il bagno è li`” rivolto a me mettendomi in mano una chiave.
Non so cosa fare nell’antibagno, sono annebbiata dalla voglia insoddisfatta.
Per perdere tempo mi lavo le mani. Arriva lo stronzo che ci ha interrotto e si lava le mani pure lui.
“Sono arrivati altri due clienti.” Mi informa.
Sbuffo spazientita e lo ignoro, anche se il tizio mi fa una certa voglia. Ma non posso essere così troia che appena il barista si distrae mi faccio il cliente. Però anche lui le mani se le è anche già asciugate e non da segno di volersene andare: deve essere la voglia di cazzo che mi fa venire le traveggole o forse mi si legge in faccia.
“Ho chiuso” dice il barman mentre entra in bagno.
Ce l’ho di nuovo alle spalle.
“Guardalo bene” mi susurra “Dimmi se ti piace” mi ha già liberato le tette e il cliente si tocca il pacco.
“Secondo me hai bisogno di due uccelli. “
Le mie gambe si piegano dall’eccitazione. Il dito sul clitoride viene sostituito dalla lingua calda del cliente.
Mi alza una gamba per offrimi meglio a questa bocca.
Sento l’asta che si strofina sulla fessura senza penetrarmi, potrei uggiolare e implorare di essere sbattuta.
“Non sei l’unica troia qui, anche al nostro amico piace il cazzo in bocca.” Riflesso nello specchio lo vedo come alla mia fica alterna la nerchia del barista.
“Dimmi” riprende a parlarmi con quella voce da incantatore che mi scopa il cervello “Glielo permetto di leccarti il culo? Di prepararlo per me, lucido di saliva e di voglia.”
Annuisco e il cliente obbediente mi infila la lingua nell’ano, poi forse uno o due dita.
“Bravo, sei una vera troietta servizievole, mettile in culo il mio cazzo.”
Una spinta e quel pilastro di carne mi apre come una cozza.
Ormai il cliente ed io siamo alla mercé del barista, incapaci di avere una volontà propria con l’unico obiettivo di godere e basta in attesa dei prossimi suoi desideri.
“Sei pronta per un bel cazzone nella tua fica fradicia. Apri gli occhi e guardati!”
Obbedisco e mi vedo in piedi, schiacciata fra questi due maschi. Il cliente me lo sta spingendo dentro e non recepisco altro che piacere, infinito piacere. Mi lascio andare a queste braccia che reggono il mio corpo mentre tutti e due mi scopano a ritmo diverso e non so quale parte di me stia godendo di più.
Grugniscono entrambe aggrappati ai miei fianchi, ai miei seni ed esplodono quasi contemporaneamente farcendomi del loro piacere.
Mi appoggiano al lavandino. Il barista mi obbliga a spalancare le gambe.
Spinge il cliente in ginocchio e gli mette in bocca il cazzo nemmeno tanto moscio “Pulisci, che devo aprire il locale.”
Quando ritiene di essere a posto si rivolge ancora al cliente “La vedi la signora come cola. Ripulisci come si deve. Poi controllo.”
Se ne va sbattendo la porta, mentre il cliente succhia e lecca tutta la sborra che ho fra le cosce. Inevitabilmente vengo ancora.
Ce ne usciamo stanchi e soddisfatti nel bar ancora deserto.
Recupero le mie mutandine e mi avvio soddisfatta verso casa.
Sulla porta sento il barista che mi chiede il nome, fingo di non sentire, tanto non è il mio quartiere.
E nel caso, saprei tornarci.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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