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SONO MAGGIORENNE ESCI
bdsm

Rita


di Eulalia
06.03.2026    |    2.081    |    16 9.8
"Oltretutto non mi avete nemmeno pagato bene per storpiare i racconti e infarcirli ancora di più di cazzo, quindi adesso tocca a te..."
Laureata in lettere, insegnante in pensione e guarda cosa mi tocca fare per sbarcare il lunario.
Che poi, caro diario, diciamoci la verità, all’inizio mi divertivo pure e mi facevano anche comodo i soldi, che a tirare su la famiglia non bastano mai.
Ieri é stato l’ultimo giorno, e che giorno, da correttrice di bozze di racconti pornoerotici. Anni e anni passati a correggere cazzi, fighe, sborrate, a cassare i racconti troppo pudici, a tagliare le parti romantiche che davano un senso ai culi sfondati e alle gang bang al supermercato. Quante scolarette sculacciate, quante infermiere trombate, quanti triangoli, pentagoni ed esagoni grondanti di sperma ho corretto.
Non devo nemmeno lamentarmi troppo, perché, dopo essere rimasta vedova, in redazione rimediavo almeno qualche scopatina piegata sulla scrivania. Non troppo sesso però, perché il pagamento era a cottimo, quindi pochi racconti revisionati, pochi euro sul conto.
Ammetto che con la vecchia proprietà mi sono divertita piuttosto spesso.
Il divanetto in vellutino verde a chiazze di sperma ne avrebbe da raccontare. Mi ricordo la volta in cui hanno invitato una giovane praticante a visitare la redazione del sito. Ce la siamo scopata in ogni modo. Era davvero brava. Mentre la pompavano in culo e in figa, era ancora così presente da leccarmela in maniera magistrale.
Poi però gli anni sono passati, io sono invecchiata e la proprietà è cambiata. Più racconti, più sesso e meno tempo da perdere. La gente scrive meno, per cui mi sono ritrovata spesso a scrivere racconti io stessa per rivitalizzare il sito.
Mi mettevo alla scrivania, chiudevo gli occhi, leccavo il mio vibratore preferito e via di fantasia mentre me lo sbattevo dentro alla grande. Con le cosce ancora bagnate scrivevo tutte le mie fantasie, ma adesso non posso più. La nuova proprietà ha deciso che a 68 anni sono troppo vecchia e che le mie storie sono ripetitive, perché alla fine c’è sempre qualcuno che lo prende in culo. Ma non è mica colpa mia se mi piace tanto farmi sfondare e mi viene bene raccontarlo.
Comunque sia, caro diario, ieri era l’ultimo giorno e ho deciso di finire la carriera col botto.
Verso sera è arrivato Franco, il socio giovane della nuova proprietà. Un trentacinquenne borioso, camicia aperta sul petto, convinto di poter far ballare chiunque sulla punta del suo vigoroso cazzo. Niente da dire, l’avevo assaggiato anch’io, ed era un pregevole pezzo di notevoli dimensioni e lo sapeva usare anche bene.
Ma il punto non era quello, il punto era il sottile disprezzo per una donna che, come una diligente maestrina quale ero, continuava a macinare parole su cui altri si segavano.
Così quando ieri sera mi ha detto:” Rita, hai finito? Spicciati che chiudo il tuo profilo, tanto una parola in più o in meno non cambia niente. Tu qui hai finito.” Mi sono arrabbiata. Lo ammetto, ho sentito la rabbia che risaliva le cosce, si concentrava sul clitoride per espandersi in tutto il corpo.
“Franco, ho finito. Prendo le mie cose e me ne vado.”
Le mie cose erano le mie vecchie manette. Non quelle robine di peluche, ma delle vere manette che una volta messe ci voleva la chiave per levarle.
Sono stata talmente veloce e abile che nemmeno si è accorto che prima gli ho bloccato un polso e poi l’ho unito all’altro dietro alla sua schiena.
“Che cazzo fai? Rita, ma sei scema?”
Nemmeno ho risposto. Un calcetto nell’incavo delle ginocchia ed è andato giù come un pero sbattendo la faccia sul tappeto.
Mi piaceva, caro diario, quanto mi piaceva a carponi, il culo per aria che non sapeva bene come fare per tirarsi su. Col naso nella polvere si pentiva di aver risparmiato sulle pulizie.
“Rita, liberami subito! Sei proprio una stronza!”
L’ho strattonato e messo in ginocchio.
“Lo stronzo sei tu. Quando mi parli, ti rivolgi a me con mia signora e se non ubbidisci ti punisco.”
“Ma vaffanculo!”
Mi è partito il primo ceffone che gli ha girato la faccia.
“Ma sei fuori!”
Non aveva ancora capito, e gliene ho mollato un altro.
Ci siamo fissiamo. Lui in ginocchio, dritto come un fuso. Qualcosa era cambiato, non accennava a ribellarsi davvero.
“Allora stronzetto, hai qualcosa da dire?”
“No, mia signora.”
“Hai capito come funziona?”
“Si, mia signora”
“Sporgi la lingua.”
Avevo proprio bisogno di dare una pulitina alle mie scarpe.
“Bravo, il mio servo.”
Allora ho potuto procedere. L’ho tirato su e spogliato. Era proprio sexy con la camicia appesa ai polsi, ma più di tutto mi è piaciuto appallottolare i suoi slip e ficcarglieli in bocca.
“Ma guarda, al coglioncello gli è venuto duro.”
Tirandolo per il cazzo l’ho accompagnato alla scrivania, piegato come lui aveva fatto con me e con il righello mi sono data da fare sulle sue chiappe. Ogni staffilata gli lasciava una striscia rossa sul culo, sembrava fatto alla griglia. Stavo iniziando a divertirmi.
“Apri bene le mani!” Due colpi ben assestati anche sui palmi, giusto per non tralasciare nulla.
Però ci voleva qualcosa di più.
Giusto, gli stracci bagnati, niente segni, ma gran schiocchi.
Gli ho liberato la bocca, lo volevo sentire.
Attorcigliato lo straccio bagnato ho fatto partire con un colpo di polso. Ho mirato esattamente alla piega che da inizio alle sue cosce. Quella frustata gli ha strappato un gemito. Ne sono seguite subito un’altra e un’altra ancora.
“Sporgi il culo, apri le gambe!”
“Si, mia signora”
Ha obbedito subito.
I testicoli erano sodi e alti, e il cazzo sempre più duro.
Con un elastico gli ho strizzato l’uccello e con un altro gli invece le palle.
“Allora ragazzino, ti piace essere trattato così?”
“Si, mia signora”
“Sai, sono molto frustrata. Per anni ho lavorato qui, adesso arrivate voi e mi mandate via. Capisci che non va bene?”
“Si, signora”
“Ahi, stronzetto, ti sei dimenticato di dire mia. Tocca punirti.”
Che belle quelle pinzette fermadocumenti. Ne ho messa una per capezzolo e con quelle che sono avanzate, ho fatto una bella cresta al cazzo, pizzicando la pelle.
“Quindi, com’è la risposta giusta.”
“Si, mia signora.”
“Bravo. Oltretutto non mi avete nemmeno pagato bene per storpiare i racconti e infarcirli ancora di più di cazzo, quindi adesso tocca a te.”
Tanto per chiarire le mie intenzioni gli ho infilato un evidenziatore nel culo.
“Ti si starà mica ammosciando?”
“No, mia signora”
“Bugiardo del cazzo, guarda come ti pende l’uccello. È del tutto inservibile!”
Con l’asta turgida in mano ho insistito, mentendo sapendo di mentire: “Ma cosa vuoi fare con questo misero pisellino, uno straccetto che nemmeno ci pulisco gli occhiali. Sei un vero insulto all’umanità!”
Così, caro diario, ho preso la scatola dei giochi all’armadio del capo. C’era un bellissimo cazzone nero e grosso. Quante volte mi ci ha scopato con quello.
Ho passato la punta sulle sue labbra “Apri bene la bocca, su, da bravo.”
Gliel’ho messo un po’ dentro e fuori per insalivarlo bene.
L’evidenziatore non lo aveva dilatato davvero; quindi, la punta del cazzone faceva un po’ fatica ad entrare.
“Piano! Mi spacchi! Dov’è il lubrificante?”
“Stai zitto, sfacciato che non sei altro!” e via un colpo a mano aperta sulle natiche e il rantolo che gli è sfuggito era più di piacere che di dolore.
“Scusa, scusa!” ha mormorato
“Si dice, scusa mia signora!” ma lui continuava a sculettare piegato su questa scrivania e mi impediva di infilarglielo bene. Non mi è rimasto altro che legargli le gambe divaricate alla scrivania.
Che spettacolo questo giovane culo vergine, ancora per poco!
Per sicurezza ho agganciato le manette sul davanti della scrivania, così era davvero immobilizzato, così che potessi fare la giusta pressione per spaccare questo meraviglioso ano.
“Mia signora, no, è troppo grosso, per favore.”
“Sono la tua padrona, il tuo culo è mio e ci faccio quello che voglio!”
Sul finire della frase era dentro quasi tutto.
Franco gemeva mentre gli scopavo il culo, gli scappavano anche dei sì dalle i infinite.
“Sei una vera troia. Dimmi grazie che l’ho fatto scoprire!”
“Grazie, mia signora.”
All’improvviso, caro diario, ho sentito un rumore in corridoio, ma sono stata troppo lenta e sulla porta si è affacciata la guardia giurata, un marcantonio nero.
“Amadi, sei tu? Liberami per favore da questa pazza.” Franco ci ha provato, ma era poco credibile col cazzo nero che gli spuntava dal culo. E poi che ne sapeva delle mie pause con Amadi, a farmi sfondare sotto al giroscale.
Uno sguardo d’intesa e Amabi si è avvicinato. Dopo una palpatina ha dichiarato sereno: “Signora, questo stuzzicadenti non può darti soddisfazione.”
“Questo è meglio.” Ha aggiunto sorridendo, mostrandomi il suo palo già teso.
In effetti me lo ricordavo proprio così: bitorzoluto, grosso e fatto per dare il massimo piacere.
“Signora, se vuoi ti faccio divertire fino in fondo.”
“Si, Amabi prego.” e mi sono accomodata in poltrona.
Per prima cosa ha sostituito il cazzone nero nel culo di Franco con un vibratore rosa shocking.
È stato uno spettacolo impagabile e molto erotico, sentire le proteste di Franco trasformarsi in un rantolo di evidente piacere. Inevitabilmente la mia mano è scivolata fra le cosce alla ricerca del mio clitoride mentre osservavo come Amabi trattava il culo di Franco. Infine, gli è girato attorno con il grosso cazzo di ebano che svettava dalla cerniera aperta: un vero portento della natura.
Franco non voleva aprire la bocca, ma appena ha iniziato a protestare Amabi gielo ha piazzato fino in gola.
Amabi lo tratteneva per i capelli e con calma si faceva insalivare la verga, sempre più in profondità.
Caro diario, avevo tanta voglia di cazzo, oserei dire che ne avevo davvero bisogno.
Per fortuna Amabi mi ha letto nel pensiero o più facile che abbia letto la mia fica lucida di umori. Dopo avermi messo a sedere proprio di fianco alla testa di Franco ha iniziato a fottermi in quel suo modo selvaggio, il suo palo duro e grosso che quasi mi squartava. Ho goduto come non mai, ma ero davvero esausta, in fondo non sono più giovanissima.
In più Franco continuava a lamentarsi che era scomodo.
Però, caro diario, volevo che un addio memorabile.
Così dopo avergli sfilato il vibratore, gli ho aperto per bene il culo, sapendo che Amabi non si sarebbe fatto pregare. Uno sputo sulla rosetta e via a trivellare le candide chiappe. Non lo ha fermato la litania di no di Franco, anzi sembrava eccitarlo ancora di più, soprattutto quando ha iniziato a urlare di spaccarlo tutto. Erano infoiati come due animali.
Amabi lo ha farcito come si deve, Franco invece ha schizzato sul piano della scrivania, sporcando tutto.
Non si fa così.
A me non piace lasciare disordine l’ultimo giorno di lavoro.
Così a suon di “Lecca e pulisci!” gli ho fatto tirare su tutto con la lingua.

Però, caro diario, adesso devo smettere di scrivere, perché stamattina il Franco mi ha telefonato, pregandomi molto educatamente di andare in ufficio da lui. Adesso è da mezz’ora che a carponi mi sta facendo da poggiapiedi e gli ho promesso che, se avesse fatto il bravo, lo avrei portato da certi amici miei, camionisti, a fargli dare una ripassata al culo, come si merita.
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