Lui & Lei
La Torera
Matertattoo
27.06.2026 |
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"Appena chiudo la porta, la stanza si riempie dei riflessi della notte caraibica che filtrano dalle vetrate..."
Come sempre , Massimo, il mio amico storico, aveva le ferie ad agosto. La sua azienda chiudeva tre settimane abbondanti, prendere o lasciare. Eravamo seduti al solito tavolino in Italia quando mi guardò e fece: "Lorenzo, sono già stato a Margarita tre volte. Perché quest'anno non andiamo in Colombia?". Io sono sempre stato un tipo curioso. "Va bene Massimo, andiamo in Colombia. Però andiamo a Cartagena." Detto, fatto. Biglietto Roma-Bogotà, e poi il volo interno per Cartagena. Avevamo preso un appartamento a Bocagrande, la zona moderna. Un condominio bianco, altissimo, credo una decina di piani, proprio fronte mare. Quando aprimmo la porta, ci rendemmo conto che era immenso. Molto più grande di quello che serviva a noi due, ma costava talmente poco rispetto agli altri che avevamo visto – che tra l’altro erano pure più brutti – che ci eravamo guardati dicendo: "Ma che ce frega, prendiamo questo". Venne il tizio che gestiva gli appartamenti, lo pagai in contanti, ci lasciò le chiavi e sparì.La prima sera eravamo distrutti, una cena veloce e dritti a dormire. Il giorno dopo, pieni di aspettative, andammo in spiaggia. Bastarono cinque minuti per guardarci in faccia ed essere d'accordo: il mare lì a Bocagrande faceva schifo. Un’acquiccia torbida che sembrava di essere a Rimini. "Ok," dissi a Massimo, "qui bisogna organizzare subito delle escursioni per le isole, perché fare il bagno in questa pozzanghera non se ne parla." Però Cartagena aveva un altro asso nella manica: la parte antica. La città dentro le mura, la Ciudad Amurallada, il gioiello colonial spagnolo. Davanti a Cartagena c'è un'isola grande, Tierra Bomba, e decidemmo di andare a vedere com'è. Appena arriviamo in spiaggia, ci assalgono i soliti tizi che cercano di fregare i turisti: "Vi portiamo noi con la lancia privata, 100 dollari a persona!". Io manco se mi puntano una pistola alla testa gli do cifre del genere. Noto che a cento metri ci sono due barche strette e lunghe, tipo canoe, che fanno avanti e indietro dall'isola cariche di locali: donne con la spesa, bambini. "Massimo, andiamo là. Quello è il collettivo." Arriva la barchetta, alzano il motore sulla sabbia e chiedo il prezzo. In pesos faceva l'equivalente di 2 dollari. Saliamo con i locali sulla lancia dei poveracci, caratteristica da morire, e con due spicci sbarchiamo a Tierra Bomba.
L'isola è l'opposto di Cartagena: niente grattacieli, zero infrastrutture, poverissima e rurale. Strade sterrate, case povere, poca vegetazione e animali che girano liberi. Però il mare è decisamente meglio di Bocagrande. Iniziamo a camminare, fermandoci ogni tanto in qualche negozietto a comprarci una birra fresca. A un certo punto arriviamo davanti a un terreno dove scorrazzavano dei maialini,simili ai nostri maialini da latte per dimensione, che in spagnolo chiamano chanchitos. IN quel momento dalla casetta esce una signora , una nera gigantesca con un culo che sembrava una mongolfiera, con il tipico vestito bianco,e il turbante, bellissima. "Signora, sono suoi i chanchitos?" chiedo. "Sì, sono miei." "E me ne cucinerebbe uno per stasera?" Lei mi guarda seria: "Sul serio?". "Serissimo. Come lo fa?". Mi spiega che lo cucina sotto terra. Fanno un buco, lo riempiono di pietre e ci fanno sopra un fuoco per arroventarle. Poi mettono dentro il maialino a pezzi con verdure e spezie, coprono tutto con foglie e terra, e il buco diventa un forno perfetto. "Quanto vuole?" chiedo. Mi spara una cifra ridicola, circa 15 dollari. L'accordo è fatto: lei ammazza il maialino e lo prepara. Alle sette di sera, suo nipote sarebbe arrivato all'imbarcadero della lancia collettiva a Bocagrande per consegnarmi il vassoio. Facciamo il bagno, giriamo l'isola e a fine pomeriggio torniamo a casa a Bocagrande. Alle 18:50 scendo all'imbarcadero. Puntualissimo, arriva il nipote con la lancia e mi consegna un vassoio di alluminio coperto, avvolto nei panni. C'era un profumo che usciva da quel vassoio da far svenire tutto il quartiere. Salo su, io e Massimo avevamo comprato una cassa di birra ghiacciata. Apriamo il vassoio: il maialino fumava ancora, la carne era così tenera che si scioglieva in bocca. Uno spettacolo pazzesco. Ce lo siamo quasi finito tutto da soli, pieni e mezzi ubriachi. Quella sera eravamo così satolli che andammo solo a fare due passi tranquilli nella città murata.
La mattina dopo, il sabato, decidiamo di fare le cose sul serio e compriamo un'escursione per le isole del Rosario, un atollo corallino a un'ora di barca. Lì è il vero mare caraibico: acqua cristallina, sabbia bianca, un paradiso. Passiamo la giornata lì in totale relax, spiaggia e pranzo a base di pesce, tutto organizzato alla perfezione. Torniamo a Cartagena nel tardo pomeriggio, una doccia veloce per levarsi il sale di dosso, e la sera usciamo decisi a goderci la città vecchia. Prima di prendere il taxi, feci la mia solita mossa. È un trucco che usavo sempre in Venezuela e che, a dire il vero, là mi aveva salvato un paio di volte da situazioni brutte e tentativi di rapina. In Colombia andava forte l’aguardiente, un distillato di canna da zucchero simile a una grappa bianca. C’è la versione con l'anice, che è più dolce e a me fa schifo, e quella senza anice, decisamente più secca. Comprai una bottiglietta da mezzo litro, mi feci dare i bicchierini di plastica dal bottegaio e, appena saliti in taxi, ne versai uno e lo porsi all'autista. È il mio modo per rompere il ghiaccio, per creare subito un rapporto confidenziale. Il tassista sorrise, buttò giù, e l'atmosfera cambiò subito. Ci lasciò davanti alle mura. Andiamo a cena fuori in una piazza coloniale, in un ristorante suggestivo con i tavoli all'aperto, illuminato ad arte. Mangiamo del pesce ottimo e verso mezzanotte iniziamo a girare per locali. Entriamo in un posto decisamente più chic, frequentato dalla buona borghesia locale: ragazze eleganti, tacchi alti, bella atmosfera. Io e Massimo ci piazziamo direttamente al bancone. Massimo, come al solito, è il ritratto della timidezza: per farlo lanciare con una donna dovresti prima farlo ubriacare e poi comunque avrebbe il terrore sacro del rifiuto! Quindi, per non mettergli ansia, lo lascio tranquillo a godersi il suo drink in pace, senza stargli addosso.
Proprio accanto a me al bancone c'è una ragazza. Non una bellezza vistosa, magra, sui vent'anni, la pelle di quel colore caffellatte tipico delle mulatte scure. Indossa un tubino nero con le bretelline sottili, una bella collanina e i capelli raccolti dietro. Mi giro e noto che ha il bicchiere vuoto. "Ti offro un drink? Io sono Lorenzo." Si chiama Margot, studia economia aziendale lì a Cartagena dal lunedì al sabato mattina, poi prende l'autobus per tornare nell'interno dalla famiglia. Dai modi e da come veste si vede subito che è di buona famiglia. A un certo punto parte una salsa in pista. Io con la salsa me la cavo alla grande: la prendo per mano e andiamo. Lì scatta la chimica vera: i corpi si incastrano, sudiamo, ridiamo, l'intesa è totale. Massimo, intanto, si rifiuta anche solo di rivolgere la parola all'amica di Margot che era lì con lei; ha proprio appeso il pisello al chiodo per quella sera. Verso le due di notte siamo belli caldi e brilli. Le cinsi i fianchi e le sussurrai: "Andiamo a casa mia?". Lei mi mette le mani intorno al collo, mi guarda e fa: "Va bene, andiamo. Però viene anche la mia amica". L'amica ci guarda un po' preoccupata, e io intervengo subito per tranquillizzarla con un sorriso: "Guarda, vieni tranquilla, a casa mia non corri nessun pericolo. C'è Massimo, ma figurati se ti salta addosso! Puoi stare serenissima, fa tutto da sola, c'è una camera per te e la TV in salotto".
Prendiamo un taxi e voliamo a Bocagrande. Una volta in appartamento, versiamo ancora qualcosa da bere e un po' d'acqua per rinfrescarci. Massimo, con la sua solita flemma, brontola un "vabbè, io sono stanco, me ne vado a letto" e si barrica in camera sua. L'amica di Margot si piazza sul divano grande davanti alla TV in salotto. Io e Margot ci guardiamo e andiamo in camera mia. Appena chiudo la porta, la stanza si riempie dei riflessi della notte caraibica che filtrano dalle vetrate. Iniziai a baciarla dappertutto, scendendo con le labbra sul collo, sulle spalle. Ma mentre le mie mani scorrevano sul suo corpo, sotto le dita avvertii qualcosa di strano. Sulla schiena, sui fianchi, c’erano delle linee sottili, dure, cicatrici bianche lunghe tre o quattro centimetri che risaltavano sulla pelle mulatta. Mi bloccai un istante, guardandola dall'alto. Il mio primo pensiero volò a qualche abuso subito in passato. "Margot, ma queste?" le chiesi, sfiorando una di quelle linee profonde. Lei fece un sorrisetto tranquillo, quasi fiera. "La mia famiglia si occupa di allevamento e vendita di tori per le corride" mi disse, con una naturalezza disarmante. "Nella nostra finca, la fattoria in campagna, abbiamo una piccola arena. La usiamo per preparare i tori e per far vedere ai clienti come si muovono quando vengono a comprarli. Io sono cresciuta lì in mezzo, fin da bambina. Quelle sono tutte piccole cornate, cadute, ricordi della mia vita in mezzo ai tori." Rimasi a bocca aperta. Quella ragazza dall'aria così educata nascondeva l'anima e i segni di una torera. E ne ebbi la conferma un secondo dopo. Fino a quel momento era stata dolce. Ma nell'istante in cui mi mossi per mettermi sopra di lei e guidare il gioco, Margot reagì con una fiammata improvvisa. Con una forza fisica impressionante, che non avrei mai immaginato in un corpo così magro, mi afferrò e mi ribaltò di schiena sul letto, piombandomi sopra. La guardai dal basso, sorpreso. Aveva gli occhi accesi, i capelli scuri che le incorniciavano il viso e lo sguardo di chi era abituato a dominare la bestia nell'arena. Voleva comandare lei il letto. Di solito in quelle situazioni sono io quello dominante, ma in quel momento mi guardai la scena e pensai: "Sai che c'è? Vediamo com'è stare a parti inverse". Alzai le braccia in segno di resa, la guardai negli occhi e le diedi il via libera: "Fai tu". Margot prese il controllo totale, selvaggia e instancabile. Si curvò su di me, baciandomi con una violenza carnale che mi mozzò il fiato, mentre le sue mani mi bloccavano i polsi sul materasso. Iniziò a muoversi sopra di me con un ritmo ipnotico. Sentivo i muscoli delle sue gambe contrarsi, tesi e potenti, e la sua pelle umida di sudore che scivolava contro la mia. Era un corpo a corpo mozzafiato, dove ogni spinta era decisa, profonda. Mi guardava dall'alto, fiera, cavalcando l'estasi con gli occhi spalancati nei miei, mentre io affondavo le mani nei suoi fianchi segnati dalle cicatrici. Venimmo insieme in un'esplosione di calore che ci lasciò esausti, svuotati, aggrappati l'uno all'altro. Ci addormentammo così, stretti, mentre la notte caraibica sfumava nell'alba.
La mattina dopo mi svegliai con la luce accecante di Bocagrande che inondava la stanza. Allungai la mano nel letto, ma dal mio lato Margot non c'era più. Il lenzuolo era freddo. Mi sfilai dalle coperte, mi infilai i boxer e uscii dalla camera. Appena misi piede in salotto, mi fermai immobile a guardare la scena. Margot era lì. Si era legata un fazzoletto in testa a mo' di bandana per raccogliere i capelli, brandiva uno spazzolone e stava strofinando il pavimento dell'appartamento con un'energia pazzesca. La casa, che fino alla sera prima era il classico covo di due scapoli in vacanza, brillava che sembrava uno specchio. Si girò, mi vide e mi guardò malissimo, esclamando: "Voi uomini italiani siete dei porci! Ma come fate a vivere in questo immondezzaio?". Scoppiai a ridere. Quella ragazza, che poche ore prima mi aveva dominato a letto con una forza selvaggia, si era alzata chissà a che ora, aveva pulito tutto e, come se non bastasse, dalla cucina arrivava un profumo celestiale. Mi avvicinai al bancone della cucina e vidi una tavola imbandita da re. "Scusa, ma dove hai preso questa roba?" le chiesi stupito. Nel nostro frigorifero c'erano solo birre e bottiglie d'acqua. "Sono scesa giù al supermercato" disse lei, stringendosi nelle spalle. "Ho comprato tutto io. Siediti e mangia, è pronto." Aveva preparato un banchetto colossale: arepas, empanadas, uova fritte calde, succo di frutta fresco e un caffè bollente. Aveva speso i suoi soldi, era risalita e aveva cucinato per me. Rimasi a guardarla, colpito da quel contrasto incredibile: leonessa a letto e donna premurosa al mattino. Le andai dietro, le circondai la vita con le braccia e le sussurrai all'orecchio: "Senti Margot... ma tu dove vai? Io da questa casa non ti faccio mica uscire. Anzi, sai che c'è? Io ti porto in Italia con me. Sei stupenda". Lei lasciò cadere lo strofinaccio, si girò con un sorriso immenso e mi si buttò letteralmente in braccio, stringendomi forte. Tutta quella dominanza della notte si era sciolta nell'abbraccio dolce di una ragazza che sapeva esattamente come conquistare un uomo.
Ci salutammo verso le nove e mezza. L'autobus per la sua città partiva alle dieci e Margot doveva muoversi. Prima di uscire, però, ci accordammo per il rientro: "Senti, lunedì quando torni a Cartagena non andare nella tua stanza in affitto. Vieni dritta qui da me, ci passiamo la settimana insieme. Ti salti qualche lezione e stiamo un po' insieme". Lei mi guardò, sorrise e mi disse di sì, che avrebbe fatto proprio così. Un ultimo bacio e se ne andò insieme alla sua amica, lasciando l'appartamento splendente e il profumo di arepas ancora nell'aria. Poco dopo si svegliò Massimo. Uscì dalla camera con la faccia stropicciata, si guardò intorno stupito nel vedere il salotto perfettamente in ordine e poi fissò la tavola imbandita. "E questa roba?" chiese, strofinandosi gli occhi. "Ha fatto tutto Margot prima di scappare a prendere l'autobus" dissi io, passandogli un caffè. "Mangia, che c'è roba pure per te." Arrivò il lunedì. Io mi aspettavo di vederla spuntare nel pomeriggio. Ma lei non venne più. Non si fece viva e non la rividi mai più. Pensai che le fosse successo qualcosa, o che semplicemente avesse cambiato idea. Finì così. Ogni tanto, però, la ripenso ancora. E quando mi torna in mente, non la rivedo tanto sul letto o in pista a ballare, ma mi compare proprio quell'immagine lì, stampata nella testa: la Torera in mezzo al salotto, con il fazzoletto legato sui capelli e lo spazzolone in mano, che mi rimprovera per il disordine mentre rimette a nuovo l'appartamento.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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