01 Famiglia perversa 1 lezione
Poi mamma era tornata, lo aveva guardato soddisfatta e portato a fare compere. Erano stati solo in un paio di negozi, delle vere boutique in centro. Lui non aveva dovuto fare altro che provare vestiti. Mamma e i commessi parevano conoscersi bene. In entrambi i negozi aveva chiesto di una persona in particolare, che evidentemente condivideva il suo gusto e aveva un ottimo colpo d’occhio, perché aveva capito la sua taglia senza fare domande e gli aveva tirato fuori abiti perfetti, non solo per la misura, ma anche per i colori. Nel primo negozio Lucrezia aveva preteso che lasciasse lì i suoi vecchi abiti, sostenendo che non gli sarebbero più serviti. Fu come dire definitivamente addio alla sua vecchia vita.
Prima di tornare a casa lo portò da un venditore di intimo. Selezionò per lui una serie infinita di slip, costumi da bagno e perfino perizomi e jock strap. Era sto imbarazzante spogliarsi completamente nel camerino, indossare quell’intimo e poi farsi visionare da Lucrezia, ma lei pareva a suo agio, sorrideva, gli accarezzava le natiche verificando che ogni indumento gli stesse bene. Gli fece perfino dei complimenti per il “culetto sodo” che veniva risaltato dal perizoma o dallo slip. Ne comprarono moltissimi, tanto che lui si chiese quando mai li avrebbe messi: dei modelli che secondo la madre in affido gli stavano bene, ne prendeva più paia, scegliendo tra diversi colori.
Quando infine erano tornati a casa si sentiva spossato e incredulo.
Ora era in camera, con Hamed che aveva aperto la cabina armadio e stava sistemando i vari indumenti, mostrandogli dove andavano. Della camera si sarebbe occupato lui, per le pulizie, ma gli chiese il favore di tenere tutto in ordine per facilitarlo. Alec era basito da quel lusso e da quel nuovo guardaroba che lo avrebbe fatto brillare a scuola. Si chiese cosa avrebbero pensato i suoi compagni, vedendolo col nuovo taglio di capelli e con quei vestiti alla moda. Ma, scoprì, non gli interessava: un sentimento nuovo si stava sviluppando in lui e, analizzandolo, scoprì che probabilmente si trattava di felicità.
Scese per la cena coi suoi nuovi vestiti e fu accolto da fischi di approvazione e complimenti da tutti. Sedette al grande tavolo mentre Hamed serviva la cena. Non aveva mai mangiato qualcosa di simile: un risotto allo zafferano con gli ossibuchi. Non si capacitava di quei sapori. Gli fu versata acqua nel bicchiere, chiedendogli se la preferisse naturale o frizzante e per la prima volta assaggiò del vino. Lui taceva, ma ascoltava rapito i fratelli acquisiti e i genitori parlare di svariati argomenti: parevano tutti preparati, tutti attenti.
Finita la cena, mentre mangiava una coppetta di gelato alla vaniglia, papà si rivolse direttamente a lui: «Bene Alec, spero che il primo giorno a casa ti sia piaciuto. Ora parliamo di regole. Per la prima settimana, dopo cena vai in camera tua e resti lì. Non si esce di notte in casa. Può sembrare strano, ma capirai piano piano il senso delle nostre regole. Hai un portatile nel primo cassetto della scrivania, se vuoi puoi vederci un film o giocare. Domani è domenica, quindi sei libero di andare a dormire quando vuoi. Durante la settimana, invece, alle ventitré al massimo ci aspettiamo che si spengano le luci e si vada a nanna! Domande?»
Non sapeva cosa dire, quindi si sforzò, memore del viaggio in auto, di rispondere “No, papà”. Ricevette in premio un bel sorriso.
Era in camera da venti minuti e osservava il pc che aveva effettivamente trovato nella scrivania: non ne aveva mai avuto uno e dopo aver armeggiato per accenderlo, guardava il desktop senza sapere cosa fare. Proprio allora bussarono.
Si voltò mentre papà entrava in camera: «Disturbo?»
Lui scosse il capo.
«Stavi usando il pc?»
Arrossì, scuotendo di nuovo il capo: «Non lo so usare», confessò.
L’uomo rise, una risata calda e genuina: «Avrei dovuto saperlo. Non ti preoccupare, domani chiederemo a Diego di darti qualche dritta: quando è arrivato, lo scorso anno, non aveva mai visto un portatile, ma in pochi mesi è diventato l’hacker di famiglia! Vieni ti faccio vedere le basi: cliccando qui si apre internet. Puoi navigare, cercare informazioni, vedere siti… Qui, nei preferiti, se clicchi c’è Amazon prime, per vedere diversi film. Se invece vuoi vedere i porno, sarebbe meglio farlo con la navigazione in incognito, si apre così»
Alec era seduto, mentre l’uomo, chino su di lui, muoveva le dita sul cursore del pc, spostando la freccetta sullo schermo e aprendo i vari siti. Alle ultime prole, però, restò gelato e arrossì.
Giorgio se ne accorse, il viso accanto al suo, perché lo fissò serio: «Sai cosa sono i porno, vero?»
Alec aveva la bocca asciutta: sapeva di film in cui si vedevano le persone fare sesso, ma non ne aveva mai veduto uno e, cresciuto dalle suore, non poteva credere che la cosa fosse trattata con tanta naturalezza.
Il padre affidatario continuava a fissarlo: «Cosa sai del sesso?» domandò gentile.
Alec deglutì: «Serve a fare i bambini» rispose, sentendosi un po’ sciocco per l’affermazione sincera ma scarna.
Giorgio scoppiò a ridere: «Oddio, anche, ma il sesso è importante, garantisce una vita sana sia fisica che mentale! Quando troverai la ragazza giusta, proverai, ma, nel mentre, puoi fare da solo, questo lo sai, vero?»
Alec era rosso come un peperone: smarrito da quel discorso, non sapeva cosa dire.
«Tu ti masturbi, vero?» la domanda lo lasciò ancora più perso.
L’uomo rise: «Oh cielo, dobbiamo insegnarti tutto! Allora facciamo così, vai a lavarti i denti, spogliati, in questa casa non si usano pigiami, e mettiti a letto. Torno tra mezzora e ti insegno…»
Non gli diede tempo di replicare uscendo dalla camera.
Alec aveva la gola asciutta: cosa intendeva con “ti insegno”? Un misto di sentimenti difficili da decifrare si agitavano in lui e meccanicamente obbedì, andando in bagno a lavarsi i denti. Si spogliò, restando in slip: un paio di quelle mutande firmate che la madre adottiva gli aveva comprato, e si infilò sotto le coperte.
Chiuse gli occhi, cercando di rilassarsi, finché non sentì la maniglia girare e Giorgio entrare. L’uomo si avvicinò al letto sorridendo, gli accarezzò i capelli e scostò le coperte. Un lampo gli balenò negli occhi, vedendolo seminudo e inerme: «Ah che bel corpicino e gli slip che ha comprato mamma sono splendidi. Ti rivelo un’altra regola: senti che in casa fa caldo? Nelle giornate ufficiali, come oggi, per il tuo arrivo, ci mettiamo in ghingheri, ma, di norma, la regola è girare solo in mutande. È un modo per sentirsi liberi e a proprio agio. So che all’inizio fa strano, ma presto ti abituerai e lo troverai piacevole. Dunque, per iniziare, mi libero anche io.» Detto questo l’uomo cominciò a sbottonarsi la costosa camicia che indossava, sotto lo sguardo allibito del ragazzo.
Giorgio svelò con calma un corpo statuario. Nonostante l’età aveva pettorali sodi e glabri, pelle liscia, addominali non scolpiti, ma nemmeno la pancetta. Gettò la camicia sulla sedia della scrivania e iniziò a sbottonarsi i pantaloni scuri. Sotto indossava slip bianchi di marca, che fasciavano un rigonfiamento importante e valorizzavano gambe grosse, pelose e sode.
Alec non sapeva cosa dire o fare, ma l’uomo lo prevenne, mentre lanciava i pantaloni accanto alla camicia e si stendeva accanto a lui: «Dunque, domani mattina, dopo che ti sarai svegliato, ti fai la doccia, ti lavi fuori e dentro, so che Chang ti ha spiegato come fare e poi scegli un bel pio di mutande e scendi con addosso solo quelle. Capito?» mentre parlava, l’uomo aveva preso a carezzargli il petto delicatamente, in modo naturale.
Alec non sapeva cosa fare: una parte di lui voleva scappare, ma l’altra parte, non osava muovere un muscolo. La grande mano calda dell’uomo accarezzava il suo petto, strusciando sui capezzoli che con suo imbarazzo si inturgidivano: «Allora, veniamo alla prima lezione sul sesso: la masturbazione. Tutti si segano, è una cosa naturale di cui non ti devi vergognare, ma si possono fare altre cose: è utile per conoscere il proprio corpo, sapere cosa ci piace e imparare a chiederlo, quando si dovesse avere un partner.» L’uomo sottolineò quelle parole stringendogli delicatamente un capezzolo e strappandogli un gridolino.
«Esatto, questo è bello, quindi puoi farlo anche da solo, pizzicati l’altro capezzolo!»
Alec era congelato, non poteva credere a quello che succedeva, non sapeva cosa fosse giusto: opporsi a quella violazione del suo corpo nudo o assecondare la gentilezza con cui l’uomo si rivolgeva a lui? Sembrava davvero fosse lì solo per aiutarlo, anche se lui percepiva qualcosa di sbagliato nella situazione. Lo sguardo di Giorgio era fermo e gentile. Vedendolo immobile, quasi incapace di respirare, prese la sua mano e la portò delicatamente al capezzolo. Alec si pizzicò, incapace di disobbedire e sentì una scossa elettrica attraversarlo.
L’uomo sorrise e per un po’ andarono avanti così: quello gli titillava il capezzolo, lo accarezzava, pizzicava e lui lo imitava sull’altro, terrorizzato da un lato, eppure consapevole del piacere che si procurava: qualcosa di nuovo e sconosciuto. Infine Giorgio si mosse: «Vieni, andiamo avanti con la lezione, mettiamoci più comodi!» e così dicendo si era alzato e appoggiato con la schiena contro la testata del letto, a gambe larghe: «Vieni qui, tra le braccia di papà.»
Alec non aveva più salivazione, guardava quell’omone, seduto col suo cuscino dietro la schiena e le braccia aperte in un invito esplicito. Pensò che poteva restare immobile, ma il sorriso rassicurante lo smarriva. Si mise a gattoni e avanzò verso di lui. Le braccia lo avvolsero. La sua mente parve andare in crash. Troppe sensazioni: la pelle bollente dell’uomo sulla sua, il suo odore di pulito e dopobarba, quelle braccia forti che lo accoglievano, lo stringevano a sé, lo facevano sentire amato e protetto. Affondò il viso sulla spalla del padre affidatario, di quell’uomo che conosceva da sole poche ore e si lasciò stringere in un abbraccio, il suo primo abbraccio. Le mani dell’uomo corsero sulla sua schiena magra, accarezzandolo e dandogli i brividi, mentre gli dava piccoli baci sulla testa.
Poi lo sorprese, girando il viso, muovendolo, fino a baciarlo sulle labbra: «Ah, il mio piccolo Alec, quante cose ti insegnerà il tuo papà!» lui sgranò gli occhi, quando le labbra si posarono sulle sue, poi l’uomo lo prese per le spalle e lo voltò.
Ora era disteso con la schiena sul suo petto, in mezzo alle sue gambe possenti. L’uomo mosse le mani, Alec non sapeva che fare e poi lui gli strappò un nuovo gemito: con l’indice e il medio di entrambe le mani gli stava strofinando i capezzoli, ma doveva averle messe in bocca, perché erano umide e scivolose. La sinistra iniziò a tormentargli una tettina, mentre la destra iniziò a scendere lungo la sua pancia, lasciando una scia umida di saliva.
L’uomo aveva il viso accanto al suo orecchio e la sua voce era calda quanto il fiato che lo sfiorava mentre parlava: «Ora che sai che puoi giocare con le tue tettine, arriviamo al piatto forte!» sussurrò mentre la mano si posava sul davanti degli slip.
Alec sussultò confuso, ma non ebbe tempo di reagire, poiché il padre adottivo gli stava sfiorando il pisello. Nessuno lo aveva mai fatto, nemmeno lui stesso e restò sorpreso che fosse già barzotto. Bastarono pochi movimenti perché la stoffa si tendesse contro la sua erezione.
«Mmmh senti che bello questo pisello, il dottore me lo aveva detto, dopo la visita, che era in linea con gli standard di famiglia. Questa è la masturbazione, ci si dà piacere giocando con l’arnese tra le gambe, lo avevi mi fatto?»
Alec era sotto shock. La visita medica? Gliel’avevano fatta fare per valutare anche il suo birillo? Dov’era finito e perché quella mano era così piacevole, così esperta?
Giorgio non gli diede il modo di rispondere e infilò le dita dentro le mutande. Estrasse il cazzo del ragazzo, ormai completamente eretto e iniziò un andirivieni delicato ma fermo.
«Papà…» mormorò il ragazzo, cercando qualcosa da dire per uscire da quella situazione, ma l’uomo strine più forte sia il cazzo che il capezzolo, facendolo tremare: «Abbandonati cucciolo, lascia che papà ti insegni, da domani potrai fare da solo, senti com’è bello? Senti come sei duro… così, come se fossi dentro una fighetta bagnata o un culetto stretto! Vedrai quante scopate ti farai con questa verga! Papà è molto fiero di te…»
Il ragazzo era senza parole, il massaggio sul pisello e quel continuo sollecitare il capezzolo erano qualcosa di nuovo, una scoperta sul suo corpo che non poteva immaginare. Sentiva qualcosa di duro premere sulla sua schiena e dedusse che anche il padre affidatario gradisse quello che stavano facendo.
«Papà ho.. capito…» mormorò, pensando di poter continuare da solo e cercando una via di fuga.
«Bravo ragazzo, mostrami!» mormorò l’uomo lasciando il pisello.
Alec era pietrificato, improvvisamente consapevole che non se la sarebbe cavata tanto facilmente; dunque si portò una mano al capezzolo libero, iniziando a sfiorarlo e con la destra si impugnò il cazzo marmoreo, imitando i gesti del padre e sorprendendosi lui stesso della sensazione che gli dava stringere tra le dita quella parte dura e pulsante di sé, che non aveva mai considerato.
«Mmm, così bravo… Devi andare avanti finché non esce il latte, è come mungere una mucca… - sussurrò facendolo sussultare, mentre gli afferrava le palle tese – Vedi? In queste belle palline viene prodotto tanto latte buono, quello che fa i bambini, come dicevi prima e smanettandosi a dovere, ad un certo punto si arriva all’orgasmo e dal cazzo schizza tanto buon seme!»
Alec era smarrito, sia dal tocco delicato dell’uomo sulle sue palline, che lo mandava in visibilio, sia da quel racconto: aveva delle idee su come nascessero i bambini, molto tecniche, ma non si era mai soffermato a pensare che lo sperma uscisse da suo pisello. Si accorse che stava aumentando il ritmo, c’era un piacere crescente nel suo toccarsi, nel continuare a sfiorarsi il capezzolo, in quella grande mano che gli avvolgeva le palle…
«Ma, cucciolotto, devi sapere che noi maschietti siamo fortunati, perché per godere abbiamo anche altri punti…» gli sussurrò, distraendolo dai suoi pensieri. Alec era perplesso, mentre Giorgio gli afferrava le gambe e lo faceva scendere fino ad avere la testa sul suo addome. Poi riallungò una mano e gli sfiorò le palle, scese sul perineo e iniziò a massaggiarlo: «Qui ad esempio, senti che il nervo del tuo pisello arriva fino qua sotto? Massaggiarsi qui da una bella sensazione vero?»
Alec diede un gemito, sorpreso di sentire quella pressione, poi sgranò gli occhi, perché l’uomo non si fermò, invece scivolò più in basso, fino a poggiare due dita sul suo buchetto, iniziando a massaggiarlo lì. Fece per scostarsi, ma il padre lo redarguì subito: «Fermo lì! Non avere paura, lasciati insegnare!» Il tono era autoritario e deciso. Il ragazzo si immobilizzò terrorizzato.
«Non essere sciocco, Alec, non ti sto facendo mica male, no?» lo rimbrottò quello.
Lui era confuso: era vero, non gi faceva male, ma tutta quella situazione era assurda, proibita, irreale. “Le suore ci intortano con tanti tabù…” non era questo che gli aveva detto Chang il pomeriggio? Anche lui era stato istruito così dal padre?
Non fece in tempo a finire quei pensieri perché il padre si inumidì le dita e riprese a massaggiargli l’ano: «Senti come sei morbido e stretto. Vedi com’è bello con un po’ di saliva? Come si inumidisce e si rilassa?» La voce dell’uomo era calda mentre qualcosa di grosso e duro continuava a premere sulla schiena del ragazzo.
«Ora però il segreto non sta qui, ma qui!» proseguì.
Alec gemette: l’uomo aveva fatto scivolare la falange del dito dentro di lui. Una sensazione di intrusione e fastidio lo fece contrarre. Fece per scostarsi, ma con l’altra mano Giorgio lo immobilizzò, passandogli il braccio attorno alle spalle: «Fermo qui, cucciolo! Il segreto sta nel trovare il punto! Noi maschi abbiamo una ghiandolina dietro il pisello che si può raggiungere solo dal buchetto, ma che fa toccare vette di piacere inaudite! Fidati del papà!»
Alec era terrorizzato, dimentico del cazzo che si era segato fino ad allora, dei capezzoli, di ogni cosa, mentre il grosso e lungo dito dell’uomo affondava dentro di lui. Cercò di dimenarsi, ma la presa di Giorgio era salda e agitarsi troppo rischiava di farlo soffocare.
Iniziò a gemere: «No, papà, basta, basta ti prego…» ma l’uomo non si fermò. Il dito affondò completamente nel suo culetto, avvolto dalle pareti viscose che sembravano risucchiarlo, poi iniziò a muoversi delicatamente. Alec era smarrito da quel contrasto: il braccio muscoloso che lo afferrava per le spalle e quel dito che lo frugava, piano, gentilmente. Poi toccò quel punto. Ricordò improvvisamente la visita di pochi giorni prima, quella in cui il vecchio medico gli aveva piazzato una sonda su per quel canale, per studiare proprio quel punto. Il padre lo stava massaggiando con insistenza. Sentì il cazzo tornargli duro.
«Guarda, sta già facendo effetto, guarda come ti si intosta, guarda come è lucido di prespema… Ti avevo detto che era bello, il papà ti vuole insegnare solo cose belle!!!»
Alec era incredulo e si vergognava di sé. Quel massaggio era stato fastidioso all’inizio, poi quasi doloroso, ma ora, inconsciamente, aveva aperto di più le gambe e recinto il bacino per facilitare la penetrazione.
Il padre sfilò il dito di colpo strappandogli un altro gemito, poi, senza mollarlo, aprì il cassetto del comodino e ne tirò fuori una specie di siluro argentato. Non era grosso, poco più del dito che lo aveva violato, tutto liscio e a punta.
«Questo è un piccolo vibratore. Se ti masturbi da solo è difficile arrivare alla prostata col dito, puoi usare questo. Va lubrificato un po’, così!» spiegò infilandosi l’oggetto in bocca: «Capito? Prova tu!»
Alec era ormai fuori di sé, aprì la bocca ubbidiente e succhiò l’oggetto liscio in metallo, poi lo osservò, mentre l’uomo glielo sfilava dalle labbra, con un filo di saliva che lo seguiva, come per legarlo a sé. Lo vide scendere verso le sue gambe bianche ,magre e divaricate, lo sentì poggiare sul buchino e infine premere. Si inarcò leggermente, ma il buchetto era dilatato per il dito, il vibratore grondava di saliva e scivolò dentro di lui senza ostacoli.
L’uomo lo mosse con maestria, tornando sulla prostata, spingendo oltre, aprendolo delicatamente. Infine girò la manopola alla base e l’oggetto iniziò a vibrare. Ruotò ancora, aumentando l’intensità. Alec gemette.
«Prenditi il cazzo e ricomincia a segarti, dai che voglio vedere la tua prima sborrata!» lo incitò, lasciandogli le spalle e riprendendo a pizzicargli un capezzolo.
Alec non ragionava più, si afferrò il cazzo, dicendosi che così quella situazione assurda sarebbe finita. Iniziò a muovere la mano, mentre l’uomo gli tormentava un capezzolo e muoveva piano il vibratore dentro di lui.
Si sorprese, una sensazione sconosciuta montava veloce dentro di lui, come se dovesse fare pipì. Si spaventò, mollando il pisello: «Oddio cosa succede!?» gemette.
L’uomo gli afferrò il cazzo e iniziò a segarlo deciso, aumentando le spinte del vibratore: «Non avere paura, è l’orgasmo, godi cucciolo, godi per papà!» quasi gridò.
E Alec venne, per la prima volta in vita sua. Sentì l’ano contrarsi come un forsennato, il cazzo pulsare come se pompasse qualcosa, la sensazione di dover pisciare e poi un piacere mai provato prima, mentre lunghi fiotti densi eruttavano dalla sua cappella, imbrattandogli il petto e perfino il mento.
Giorgio lo munse fino all’ultima goccia, rallentando il ritmo per farlo svuotare, poi sfilò delicatamente il vibratore.
Alec tramava incredulo. L’uomo gli passò una mano sul corpicino esausto, spalmando la sua stessa sborra ovunque, poi si portò le dita alla bocca: «Ah, il latte dei giovani» sentenziò. Infine si chinò e lo baciò.
Alec sgranò gli occhi, sentendo per la prima volta una lingua invadergli la bocca, ma era troppo sfinito per protestare. Il bacio fu breve, strano per il sapore asprigno dello sperma che lo condiva.
«Bene cucciolo, hai capito cos’è la masturbazione e come si fa?» domandò l’uomo gioviale.
Il ragazzo annuì attonito.
«Ottimo, il vibratore è tuo, ricordati di lavarlo prima di rimetterlo via. Bisogna che ti pulisci bene il culetto, così resta intonso quando ti masturbi da solo. Adesso direi che è il caso di andare a fare una doccia, hai sborrato come una fontana! Bravo sono fiero di te!»
Alec era smarrito, ma l’uomo si mosse tirandolo in piedi e spingendolo verso la porta del bagno.
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